19 Maggio Mag 2014 1200 19 maggio 2014

Altoforno Blues

Altoforno Blues

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Fumo bianco sopra Piombino

Arrivando a Piombino dall’Aurelia, l’altoforno è un brutto intreccio di tubi e giunti, un fastidio ottico che occlude la vista del mare, che brilla, tanto è azzurro. È una di quelle giornate in cui all’orizzonte si riesce a intravedere la sagoma della Corsica. Dall’altoforno escono volute di fumo candido. È il prodotto della fusione del coke con cui è stato caricato lo scorso 24 aprile. Lo chiamano «caricamento in bianco» ed è il processo attraverso cui un altoforno si spegne, abbassandone progressivamente la temperatura, come un malato terminale cui si vuole risparmiare un ultimo trauma, dalla veglia, al sonno, alla morte. Il 25 maggio a Piombino si vota, come del resto si vota a Terni, altra piccola patria in crisi dell’acciaio italiano. Da Piombino, soprattutto, sono passati nomi grossi della politica nazionale e continentale, da Martin Schultz, candidato presidente Pse alla Commissione Europea, sino a Beppe Grillo, che da lì ha lanciato strali contro il presidente Napolitano e contro quella che lui chiama «la peste rossa», all’anagrafe Fiom, Cgil e Pd. Una bestemmia in chiesa, nella città più rossa d’Italia per antonomasia? Forse no, a questo giro.

Parliamo di Piombino. Che, insieme a Bagnoli, Servola e Taranto è il simbolo della siderurgia italiana a ciclo integrale e, assieme, del suo declino. Il primo insediamento, la Magona, risale al 1864, in un territorio in cui i metalli si lavorano dai tempi degli etruschi, complice la vicinanza con le miniere dell’isola d’Elba (Ilva, in latino). L’altoforno e la Fabbrica, come la chiamano qui, sono nate nel 1897. In tutto quell’insediamento, che nel corso degli anni è arrivato ad essere più vasto della città stessa e ad occupare fino a diecimila persone, sono passate la crisi degli anni ’20 del secolo scorso, la nazionalizzazione fascista, la crescita impetuosa trainata dallo sforzo bellico e dalla successiva ricostruzione industriale del paese. E ancora, dal Piano Finsider, dall’Italsider, dalla crisi energetica dei primi anni ’70, dalle privatizzazione del 1993 che la mette nelle mani di Luigi Lucchini, dalle lotte sindacali degli anni ’80 e dai comitati ambientalisti degli anni ’90, fino al grande risiko globale che nel 2005 l’ha fatta finire in mano ad Alexei Mordashov e alla sua Severstal. L’inizio della fine.

«Il paradosso è che i russi li abbiamo accolti come fossero i salvatori», sorride amaro Luciano Gabrielli, segretario della Fiom della Provincia di Livorno. Polo rossa, «Bella Ciao» come suoneria del cellulare,  alle sue spalle il quadro di una occupazione sindacale della stazione di Piombino – bandiere rosse al vento, pugni chiusi contro il cielo estivo - Gabrielli ha iniziato a lavorare alla fabbrica il 2 Aprile del 1973. Ha partecipato da protagonista alle battaglie sindacali del 1986, ai tredici giorni di sciopero del 1990 e al blocco della Magona, trentotto giorni di occupazione della fabbrica, fino alle lotte contro i tagli del cavalier Lucchini, il nemico per antonomasia. Sembrava tutto alle spalle, nei primi anni dell’impero di Mordashov. «Quelli tra il 2005 e il 2008 furono anni d’oro – ricorda Gabrielli – Severstal investì nell’impianto, la qualità dell’aria migliorò, i comitati ambientalisti scomparvero. Nel Giugno del 2008, alla Festa de l’Unità, i russi presentarono numerosi importanti investimenti, tra cui il progetto per portare l’altoforno a produrre 3 milioni di tonnellate di acciaio».

L’altoforno di Piombino (ANDREA PUGGIONI/Flickr)

A settembre, tuttavia, fallisce Lehman Brothers e la successiva crisi della produzione industriale mondiale cambia tutte le carte in tavola. A marzo 2009 Severstal compra tutte le quote della Lucchini non ancora sue e, il giorno dopo, senza colpo ferire, la scorpora dal gruppo, abbandonandola al suo destino e alle banche creditrici. La fabbrica fallisce ufficialmente il 21 Dicembre del 2012, commissariata e in attesa di un compratore. Il resto è cronaca, dalla manifestazione del 3 ottobre scorso, all’appello di Papa Francesco, dalla stipula dell’accordo di programma «Piombino 2020» tra Comune, Regione, governo e parti sociali, che stanzia 270 millioni di euro complessivi per l’ampliamento del porto e la creazione di nuove infrastrutture, sino all’ipotesi che Piombino venga scelta per lo smantellamento della Costa Concordia arenata al Giglio.

La questione è spessa: a ballare sono circa quattromila posti di lavoro, divisi tra i 2.350 circa della fabbrica e i 1500 circa dell’indotto. «Siamo molto preoccupati – spiega Emanuela Minelli della Cna di Piombino – Con la chiusura dell’altoforno molte imprese subfornitrici o che si occupavano della manutenzione degli impianti della Fabbrica hanno quasi azzerato il loro portafoglio ordini. C’è la cassa integrazione, certo, ma vengono da sei anni di crisi e molte di loro faticheranno a sopravvivere». La Concordia, o le navi militari da smaltire qualora non dovesse arrivare, potrebbero essere un utile panacea in attesa dei nuovi padroni della fabbrica: «Lo smantellamento è una soluzione ponte, ma è molto importante che si realizzi – osserva ancora la Minelli –. Le nostre imprese hanno le competenze sia per lo smantellamento sia per il refitting delle navi. I lavori di ampliamento del porto, peraltro, sono oltre le previsioni del cronoprogramma. Relativamente alla Concordia è l’armatore che decide, ma noi abbiamo tutte le carte in regola. Siamo fiduciosi».

Fiducia e speranza sono quel che rimane ai piombinesi. Il prossimo 30 maggio, salvo proroghe, dovrebbero essere aperte le buste delle eventuali offerte pervenute. Si parla degli ucraini di Stilmont, degli indiani di Jspl, ma soprattutto dei loro connazionali di Jsw, che stando ai «si dice» vorrebbero insediare a Piombino produzioni di acciaio mediante i processi Corex e Finex. Siderurgia elettrica, per la cronaca, che non prevede altiforni. La Cna è contenta, dal sindacato abbozzano, consapevoli che non si poteva tirare fuori molto di meglio: «Rinunciare alla siderurgia a ciclo integrato è una follia. Saremmo l’unico tra i primi dieci Paesi più ricchi del mondo a non aver nemmeno un altoforno», osserva Mirko Lami, il sindacalista della Fiom finito recentemente agli onori delle cronache per aver polemizzato in televisione con Beppe Grillo. La stoccata finale, non a caso, è per il comico genovese: «Può chiamarci “peste rossa”, non ci offendiamo. Dire che abbiamo buttato via 100 milioni per tenere accesso l’altoforno, questa sì è un’offesa, invece. Più di un operaio a pianto, quando l’hanno spento». Mi congedano che sono le cinque e mezza del pomeriggio. Hanno un incontro con Piero Nardi, il commissario della fabbrica, nominato dal governo. Mentre scende le scale, Gabrielli è circondato da alcuni operai di non so quale azienda in crisi, preoccupati da articoli di giornale che mettono in discussione gli ammortizzatori sociali a loro destinati. «Lo scriva – mi chiede a mezza voce, mentre ci salutiamo - se rinunciamo all’altoforno, il destino della fabbrica è segnato. Non sarà più questione di se, ma di quando».

E la gente? Gli operai della fabbrica? Possibile che nell’Eldorado della lotta sindacale si prenda atto di quanto sta accadendo senza scioperi a oltranza, picchetti, occupazioni? In Piazza Bovio, mentre bevo una birra dopo cena, scambio due chiacchiere con un ragazzo del posto: «Questo non è lo Yorkshire – esordisce – questo è un posto in cui i nonni si sono spaccati la schiena all’altoforno e hanno lasciato la casa ai loro figli, che hanno continuato a spaccarsi la schiena e magari sono pure riusciti a comprarsene un’altra. I giovani oggi non hanno più l’orizzonte della fabbrica, ma in molti casi hanno una rendita su cui contare. Sono arrabbiati, certo, e si sono stufati di pagare il mutuo con l’affitto che riscuote il babbo o con la pensione del nonno. Per questo votano Grillo. Per questo il Movimento Cinque stelle, alle amministrative, potrebbe addirittura arrivare al ballottaggio. E se arriva al ballottaggio, non so come va a finire». Per la cronaca, parliamo di una città in cui alle ultime elezioni Gianni Anselmi del Partito democratico, il sindaco uscente, ha vinto con il 67% delle preferenze. Un consenso in gran parte suo, visto che la coalizione si fermò al 55% circa. Dopo due mandati, Anselmi ha dovuto cedere il passo a Massimo Giuliani, Commissario Tecnico della nazionale italiana di nuoto di fondo, già assessore al bilancio e allo sport nella giunta uscente. Intanto il vento diffonde nella piazza le note di Happy di Pharrell Williams e davvero non sembra sia la fine, lo Yorkshire, un film di Ken Loach o  una canzone di Billy Bragg. A volte le apparenze ingannano, però.

Terni, la Manchester del centro Italia

Per andare da Piombino a Terni la strada più veloce, si fa per dire, è quella che scende fino quasi a Tarquinia, per poi incunearsi nell’entroterra tra Tuscania, Viterbo e Orte. Lungo la strada, luoghi idealtipici come Ribolla, nella cui miniera il 4 Maggio 1954 morirono 43 persone, nel più grave incidente dal secondo dopoguerra a oggi. O come Capalbio, meta vacanziera per antonomasia dell’establishment di sinistra. Ad accogliermi a Terni, invece, è una gigantesca pressa da 12.000 tonnellate: oggi, monumento  posto di fronte alla stazione ferroviaria, ieri, dal 1935 al 1993, glorioso cuore produttivo delle acciaierie di Terni, per decenni semplicemente «le Terni», poi Ast, acronimo di Acciai Speciali Terni e oggi Tkast, dove la T e la K stanno per Thyssen Krupp, la multinazionale tedesca che se le è comprate a metà degli anni Novanta.

Non c’è altoforno a Terni e non vi si producono rotaie ma acciai inossidabili da cui saranno poi ricavati pianali per cucine e fornelli, cestelli per lavastoviglie, marmitte per automobili. Tuttavia, la storia è molto simile a quella di Piombino. Anche le Terni sono passate dalla nazionalizzazione alla privatizzazione. Anche qui, allo stesso modo, sono arrivati gli stranieri. E anche a Terni, come a Piombino, gli anni più lucenti sono stati quelli prima dell’eclisse. Fino al 2007, le acciaierie producevano infatti un milione abbondante di tonnellate di pezzi fusi e più di mezzo milione di tonnellate di produzione a freddo. Soprattutto, produceva utili per più di 250 milioni di Euro l’anno. Racconta il segretario della Cgil locale Attilio Romanelli – già socialista lombardiano, «come la Camusso, ma anche come Sacconi e Brunetta» –  «Terni un tempo era chiamata la Manchester d’Italia: l’acciaieria dava lavoro a tutti, la disoccupazione era bassissima. Non è un caso che dal 1884 a oggi Terni sia passata da dodici a 110mila abitanti. Allo stesso modo, non è un caso che negli anni ’80 la Fondazione Agnelli sostenesse che senza chimica e siderurgia Terni sarebbe tornata a essere una città da 60mila abitanti». A Terni, tra occupati e indotto diretto, l’acciaieria dà lavoro a più di quattromila persone, ma i benefici economici a essa correlati vanno ben oltre: «Le Terni, nel complesso, fatturano circa due miliardi di Euro l’anno. Per dire: la sanità umbra costa più o meno la stessa cifra. E il 40% del traffico del porto di Civitavecchia è movimentato dall’acciaieria ternana».

(Papa Francesco con lavoratori dell’acciaieria di Terni, in Vaticano, il 14 marzo scorso, ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

Poi, anche nella Manchester d’Italia, arriva la crisi. Thyssen Krupp decide di uscire dalla produzione degli acciai speciali e per le Terni cominciano i guai. Nel 2012, la finlandese Outokumpu decide di comprarle, per farne il cuore della produzione nell’Europa meridionale. Secondo l’antitrust europeo, tuttavia, è posizione dominante: se vogliono la Inoxium e gli stabilimenti di Krefeld e Bochum, i finlandesi devono rinunciare a Terni. Così, le acciaierie tornano in mano alla Thyssen Krupp, che non sa che farsene. Mentre io sono a Terni, il Segretario della Fiom, Claudio Cipolla, è a Bruxelles e si sente dire dai vertici della multinazionale tedesca che il riacquisto delle Terni è transitorio e che la fabbrica sarà presto rimessa in vendita. Nel frattempo, da qualche parte in Germania, qualcuno sta elaborando un piano industriale che tiene la città con il fiato sospeso. La questione riguarda soprattutto la produzione a caldo, il «fuso» come lo chiama Romanelli: «Il fuso sta a Terni, come l’altoforno sta a Piombino – mi spiega – Se, come sembra da quel che si sente sul nuovo piano industriale di Thyssen Krupp, la capacità produttiva potenziale verrà ridotta da 1,6 milioni a 900mila tonnellate, la produzione a caldo diventerebbe diseconomica e il destino delle Terni sarebbe segnato».  Se la prende, Romanelli, soprattutto con lo Stato: «La questione siderurgica italiana è dirimente, se vogliamo tornare a crescere. Non c’è rinascimento industriale senza siderurgia. Già dobbiamo comprare l’energia, a prezzi elevatissimi, figurarsi dovessimo comprare persino l’acciaio. È necessario che la questione Terni torni a Palazzo Chigi, ma non basta: serve un piano della siderurgia che armonizzi il destino di Terni, Piombino e Taranto. Che affronti tutta la questione nel suo complesso».

Anche a Terni si vota. E anche a Terni, terra rossa quasi quanto Piombino, le sorprese sembrano essere all’ordine del giorno. Favorito è il Sindaco uscente, il democratico Leopoldo Di Girolamo, balzato un anno fa agli onori delle cronache per essere stato colpito al volto non si sa bene da cosa (ombrello o manganello?) durante una manifestazione a sostegno dei lavoratori dell’acciaieria. Anche qui, complici le Europee e l’incertezza diffusa, quasi tutti si aspettano – o temono, dipende dai punti di vista – un exploit di Grillo e del Movimento Cinque Stelle. Anche a Terni, tuttavia, la città assiste al suo declino più rassegnata, che arrabbiata. «Nel 2005, quando la Thyssen  chiuse il laminatoio magnetico occupammo i cancelli della fabbrica per novanta giorni e il giorno della manifestazione non si poteva trovare nemmeno un bar aperto in tutta Terni. – mi spiega ancora Romanelli - Oggi è diverso: ho letto su Facebook dei post che auspicavano la chiusura delle acciaierie». Quest’ultima affermazione mi ronza in testa per tutto il viaggio di ritorno, verso Lodi. Sono sceso a Terni e Piombino per le elezioni, ma in fondo chi governerà la deindustralizzazione è l’ultimo dei problemi. Il problema è un altro, ma non capisco quale: non avere più grandi industrie? Non aver avuto un progetto a livello di sistema paese per tenercele strette? O, piuttosto, non volerle più? 

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