19 Maggio Mag 2014 0815 19 maggio 2014

L’insostenibile leggerezza dell’Italia no euro

L’insostenibile leggerezza dell’Italia no euro

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Fuori dall’euro subito, per recuperare sovranità e competitività, per crescere, per creare posti di lavoro. L’Italexit è la bandiera della Lega di Matteo Salvini, ma il suo fascino ambiguo ha conquistato vecchi signori in doppiopetto ed economisti scamiciati, neokeynesiani e neoliberisti, radicali di sinistra e di destra che non esprimono più solo le opinioni di piccoli gruppi isolati, anzi lanciano i loro proclami dai talk show televisivi, costruendo così un nuovo senso comune. Con la recessione che si trasforma in una miscela di stagnazione e deflazione, con una forbice sempre più ampia tra i più e i pochi che ce l’hanno fatta (nell’Eurolandia ormai resta solo la Germania visto che persino la virtuosa Olanda annaspa), come non comprendere l’attrazione di parole d’ordine semplici e liberatorie.

Ci si è messo anche Joseph Stiglitz che in una sua conferenza romana il 24 aprile, a chi gli chiedeva come si esce dall’euro e quali costi bisogna pagare ha risposto: «Certo si finisce come l’Argentina, ma poi l’Argentina non è andata poi tanto male». Non possono essere d’accordo gli italiani fregati dai tango bond, ma nemmeno gli argentini: nel 2001 la colpa (così si diceva) era del tasso fisso: un peso verso un dollaro; dopo 14 anni di flessibilità, di cambi c’è n’è più di uno, quello ufficiale a 8 dollari e quelli in nero che arrivano fino a 13 dollari e oltre. L’inflazione mensile è tra il 4 e il 5% (ma Fondo monetario e Banca mondiale sostengono che le cifre sono inattendibili e decisamente troppo basse). Mentre la trovata di diventare il fornitore di soia per la Cina si è rivelata un boomerang ora che la Cina è in rallentamento. Ma anche un premio Nobel può farsi prendere dall’ebbrezza della battuta.

Quel che gli incantatori del ritorno alla lira non sanno spiegare, nonostante l’abbondanza di modellini econometrici, è come si fa a uscire dall’euro senza abbandonare anche l’Unione europea e senza provocare un collasso generale con pesanti conseguenze non sui ricchi che hanno già i loro capitali nei paradisi protetti, ma sulla gente comune, i risparmiatori, i salariati, gli investitori. Nessuno lo sa, ecco la semplice verità, ma chi non è dottrinario ha il dovere comunque di analizzare tutte le possibilità, anche quelle che ritiene peggiori in base alle proprie convinzioni.

Non è impossibile sciogliere il patto se concordato tra tutti gli altri membri del club, lo sostiene anche un eurofilo non pentito come Lorenzo Bini Smaghi (già membro del direttorio della Bce) nel suo libro "33 false verità sull’Europa" (Il Mulino). Diverso è vedere a quali condizioni. Ci hanno provato alcuni economisti e anche uffici studi di grandi banche come Ubs che due anni fa, quando il collasso della moneta unica era all’ordine del giorno, ha costruito una sua simulazione. Secondo gli economisti dell’Ubs, se fosse la Germania a uscire, subirebbe un calo del prodotto lordo del 25% il primo anno e di oltre il 12 nei cinque anni successivi; facendo il conto della serva, tra i 6 e gli 8 mila euro il primo anno e attrono ai 40 mila pro capite negli anni successivi. Se a uscire fosse la Grecia, la perdita sarebbe pari del 50% del pil il primo anno e poi almeno il 15% l’anno, circa 10 mila euro a testa il primo anno e poi tra i 4 e i 5mila. Naturalmente bisogna scontare una chiusura delle banche e frontiere e un periodo abbastanza lungo di gestione amministrativa del cambio ufficiale (a Cipro non è ancora finito). Senza dimenticare che la decisione dovrebbe essere improvvisa e del tutto segreta, sottolinea Bini Smaghi.

Ma l’esperimento più completo lo hanno condotto l’Unione europea, la Bce e il Fmi, come ha rivelato il Financial Times nei suoi tre ampi articoli dedicati a come è stato salvato l’euro e da chi. Perché l’euro è stato salvato, esattamente due anni fa. Se è così, nei talk show delle tv italiane ci si accapiglia per nulla e nelle piazze si fa solo retorica. Tuttavia è anche vero che gli italiani sono diventati i più europessimisti, se non i più euroscettici e peggio andrà se la crisi continua, se va avanti una politica economica ottusa e, a questo punto, sciagurata, se continuano le rivelazioni su come nel 2011 venne architettato tra Bruxelles, Parigi, Francoforte e Berlino, il cambio di governo in Italia, cioè la caduta di Berlusconi e l’arrivo di Mario Monti.

Complotto, golpe, congiura sono parole forti che alimentano la propaganda elettorale. Ma dopo i racconti dei giornali anglo-americani (soprattutto Wall Street Journal e Financial Times) e dopo i ricordi di Tim Geithner, segretario al Tesoro di Barack Obama, nessuno può negare che c’è stata una regia non troppo occulta. Certo, il governo Berlusconi s’è consumato da solo nel corso di molti mesi di conflitti interni e di errori (diciamo dal crollo del Pdl a Milano nelle elezioni amministrative della primavera). Tuttavia su questa contraddizione interna si sono innestate molte manovre esterne.

Oggi nessuno gnomo della finanza scommette più su un improvviso collasso dell’euro, anche se la bonaccia può non durare per sempre, tanto meno ora che la crisi con la Russia mette l’Europa di fronte a nuove sfide e nuovi pericoli. Ma l’idea che si possa saltar fuori dalla trappola della moneta unica e correre verso magnifiche sorti e progressive non sta in piedi. Lo dimostra proprio il piano Z. Il suo obiettivo era far mollare la Grecia e ricostruire con il minor danno possibile le istituzioni economiche e finanziarie evitando che l’abbandono da parte di un paese provocasse un collasso generale, proprio come accadde per Lehman Brothers. Vengono messi al lavoro una ventina di esperti della Ue, della Bce e del Fmi.

Grexit, la exit strategy per la Grecia, non era una road map, ma piuttosto voleva essere una rete di salvataggio sistemica. Tutto nasceva dalla convinzione che Atene non fosse in grado di essere salvata, ormai radicata nella mente di Wolfgang Schaüble e della maggior parte del governo tedesco. Il D-day sarebbe dovuto scattare il 17 giugno nel caso in cui le elezioni fossero vinte da Syriza di Alexis Tsipras.

I gruppi di lavoro sono guidati da Marco Buti, capo economista della Commissione, insieme a Thomas Wieser, mentre per la Bce c’è Jörg Asmussen, il rappresentante tedesco nel board, e per il Fmi Paul Thomsen. Il caso argentino, naturalmente, è stato esaminato a fondo, così come l’introduzione del nuovo dinar in Iraq, ma i tecnici non sono arrivati a nessuna conclusione convincente né, tanto meno, rassicurante.

Il Ft non ha visto il piano, ma ha saputo che prima delle elezioni greche sia il presidente della commissione Manuel Barroso sia il premier britannico David Cameron spiegarono alla Merkel che l’effetto sarebbe stato dirompente con una corsa ai depositi in tutta Europa, compresi i paesi fuori dall’euro, un banking run infinitamente più ampio di quello sperimentato con il crac della Northern Rock.

I tedeschi si dividono in due partiti, quello dell’effetto domino vicino alla Cancelleria e quello della amputazione salutare che fa capo al ministero delle finanze. Alle elezioni greche vince Nuova democrazia di Antonis Samaras, il D-day s’allontana, ma il piano Z rimane sul tavolo anche perché Atene vorrebbe rinegoziare le condizioni del salvataggio. Samaras poi fa marcia indietro, però il sospetto resta. I mercati sono in piena ebollizione. In Italia lo spread tra Btp e Bund supera di nuovo i 500 punti.

Al G20 di Los Cabos in Messico (18-19 giugno), Mario Draghi e Mario Monti, nel frattempo diventato capo del nuovo governo italiano, presentano una proposta per consentire alla Bce di acquistare titoli di Stato. La Merkel fa un salto sulla sedia, poi messa sotto pressione da Barack Obama mette le mani avanti: «Mai senza severissime condizioni». Ma non prende alcuna decisione né sulla Grecia né su quelle che saranno poi chiamate Omt (Outright monetary transactions). Draghi il 26 luglio a Londra annuncia di essere pronto a fare di tutto per salvare l’euro (“Whatever it takes”) facendo rizzare i capelli in testa agli uomini della Bundesbank e spegnendo la febbre speculativa sui mercati.

Il discorso del “Whatever it takes” di Mario Draghi, il 26 luglio 2012

Arriva agosto, mese di ferie anche in Germania e la Cancelliera se ne va in vacanza lasciando tutti in sospeso. Quando ritorna a Berlino, chiama i suoi consiglieri e dice loro: «Tutti voi avete detto in sostanza: ci dispiace, ma non sappiamo che cosa accadrebbe se la Grecia lasciasse l’euro. Se non lo sapete nemmeno voi, io non mi assumerò il rischio». E così il piano Z viene chiuso nel cassetto e le Omt vedranno poi la luce, sia pur sotto condizioni così pesanti che nessuno le chiederà. Il bazooka resta carico, ma non spara.

Nessuno lo sa, ammette Frau Angela che già pensa all’anno elettorale durante il quale sceglie di non scegliere. Può darsi che quella ventina di esperti della trojka siano tutti cretini o in mala fede. Può darsi che i protagonisti dei talk show siano più intelligenti e ne sappiano una più del diavolo. Può darsi che i loro modellini accademici siano più sofisticati di quelli del Fmi e i loro war game più efficaci dei giochi di guerra che fanno alla Bce. Ma chiunque abbia fatto il calcolo costi-benefici sostiene che i costi saranno comunque, molto pesanti. Lo ammettono anche i fautori dell’exit. Un economista di vaglia e di grande esperienza internazionale come Paolo Savona, sostiene che sarebbe uno choc duro, ma breve, dal quale si potrebbe uscire meglio di prima. Quanto breve? Se hanno ragione l’Ubs e gli esperti della trojka, si tratta di un periodo che va dai tre ai cinque anni. Se poi non si riesce a evitare un nuovo effetto Lehman, ebbene lo abbiamo già visto: sono passati sei anni e non ne siamo ancora fuori. Davvero val la pena prendere il rischio perché lo dicono Salvini e cinguettanti eurofobi? 

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