22 Maggio Mag 2014 1030 22 maggio 2014

Miracolo Polonia, viaggio nell’ex Cina della Germania

Miracolo Polonia, viaggio nell’ex Cina della Germania

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«Con i miei baffi alla Kaiser Guglielmo ero guardato da tutti con sospetto. Ero il tedesco, l’unico di un piccolo paese vicino a Poznan. Non sapevo una parola di polacco e dovevo farmi tradurre tutto da una segretaria. Ma 18 anni fa la Polonia era il Wild East, la frontiera dove c’erano tutte le opportunità per fare business, dove tutte le strade erano aperte». Hans-Jörg Otto oggi è proprietario di un’azienda di oltre 500 dipendenti, la El-Cab, della filiera automotive, e non ha alcun rimpianto di aver percorso senza fare ritorno le due ore e mezza che separano Berlino da Poznan. È in buona compagnia perché il peso delle oltre mille società tedesche nell’ovest della Polonia continua a crescere.

I tempi in cui il termine “Polnische Wirtschaft” (economia polacca) in Germania era sinonimo di inefficienza e caos sono definitivamente tramontati. Gli investimenti diretti esteri (Fdi) tedeschi in Polonia sono stati nel 2012 di 3,6 miliardi di euro, esattamente il doppio di due anni prima. Una “relazione speciale” da cui hanno tratto beneficio da entrambi i lati del confine: la Germania ha potuto trovare la sua Cina a pochi chilometri di distanza, con salari pari a un quinto di quelli domestici, agevolazioni fiscali e prezzi di logistica irrisori. La Polonia ha usato gli investimenti tedeschi come benzina per un’economia che per tutti gli anni Duemila è cresciuta in media del 3% all’anno e che, unico caso in Europa, non ha mai sperimentato la recessione dopo la crisi mondiale del 2008. Per questo Businessweek l’ha celebrata come l’economia più dinamica d’Europa e lo Spiegel come il “miracolo della porta accanto”. Il rapporto con la Germania ha avuto tra le conseguenze un avvicinamento politico tra i due Stati netto, anche se asimmetrico. E ha segnato gli ultimi 25 anni della Polonia, definiti da alcuni osservatori come il periodo più stabile degli ultimi mille anni. Per capire il perché basta fare un giro a quella che per anni è stata la capitale economica del Paese, Poznan, non a caso la più vicina, tra le grandi città, al confine segnato dal fiume Oder.

Stary Rynek, la piazza del mercato di Poznan

Poznan, al centro dell’Europa

Stary Rynek, la piazza del mercato a Poznan, è il cuore della città. Gli edifici colorati e perfettamente restaurati fanno da cornice al duomo centrale. La biblioteca offre una mostra sulle tappe della vita di Karol Wojtyla. Da poco è tramontato il sole e nei bar all’aperto si servono birre, vodke, stinchi di maiale e coperte di lana. È una sera di metà maggio ma l’aria è gelida. L’atmosfera è frizzante. Un depliant dell’ostello Soda assicura che è questo il centro della movida polacca. I bar si preparano per la serata con offerte alcoliche. Gli studenti internazionali girano freneticamente per le vie della città vecchia, dove si incrociano con anziane signore che trascinano i carretti della spesa e con un gruppo di bambini col saio bianco che hanno appena ricevuto la prima comunione. Per molti altri che gravitano un giovedì sera intorno al piccolo centro, Poznan è una stazione di passaggio. Due lavoratori della multinazionale americana 3M, uno tedesco e l’altro canadese, fanno tappa qui prima di spingersi 300 km più a sud, dove la loro compagnia valuta un nuovo investimento da aggiungere al distaccamento attuale che occupa già circa 300 dipendenti. Nel tavolo accanto al loro, quattro uomini d’affari cinesi cercano di capirsi a gesti con una giovane cameriera che parla solo polacco lento o veloce a seconda che il cliente sia straniero o locale. Finisce con quattro pinte di Książęce e l’ilarità generale.

Stary Rynek, la piazza del mercato di Poznan

«I giorni di attività più intensa per noi sono dal lunedì al venerdì. I nostri clienti sono per l’80 per cento uomini, vengono per lavoro. Del totale, circa il 30 per cento sono tedeschi. Un altro 30 per cento è inglese o statunitense e il resto è per lo più europeo e asiatico», spiega Marco Foelske, tedesco, manager generale dell’hotel Sheraton di Poznan e presidente del Circuito Economico Tedesco (Dwk) della città, e aggiunge, «ci sono più di mille aziende in questa regione che sono o puramente tedesche o che dipendono da aziende o investitori tedeschi».

Secondo Folske l’entrata nell’Unione Europea per la Polonia è stata solo positiva in particolare per gli investimenti che sono stati fatti nelle infrastrutture e che hanno permesso lo sviluppo dell’industria, «vivo qui da sei anni e la sensazione è che il paese faccia passi da gigante in avanti. Anche se osservo un problema nella mentalità. Il Paese è molto diviso. I giovani hanno un atteggiamento positivo. Le persone poco più anziane, in particolare quelle che hanno vissuto per buona parte della loro vita prima della caduta del Muro, sono più restie al cambiamento». Allo scontro di generazioni si aggiunge quello tra est e ovest del Paese: «Il tasso di disoccupazione generale è del 13 per cento, qui a Poznan è del cinque per cento, questo significa che in certe zone dell’est raggiunge il 20 per cento. L’est del Paese rimane molto chiuso». Questa divisione rispecchia anche quella dell’atteggiamento verso l’Europa. La campagna elettorale europea è stata per lo più marcata dalla questione ucraina: «In generale il Paese chiede più polso all’Ue nella gestione della crisi», che per la Polonia si svolge alle porte.

Germania e Ue, il ruolo della politica

È d’accordo Aneta Majchrowicz-Bączyk, avvocatessa polacca associata dello studio tedesco Rödl & Partner, la cui sede locale esiste per lo più per offrire consulenza alle aziende tedesche, soprattutto piccole e medie, che investono nella regione. «il rapporto tra Germania e Polonia è un tema che viene usato nella campagna elettorale pro europea perché la Germania è uno dei nostri principali partner. Decisivo è anche il dibattito sull’Ucraina, in particolare per il gate energetico. Nella situazione attuale il nostro primo ministro Donald Tusk ha proposto di costruire un unione energetica per rendersi indipendenti dalla Russia».

Lo studio di Rödl & Partner ha aperto a Poznan nel 1992, poco dopo la caduta del muro: «in più di vent’anni abbiamo assistito a varie fasi dei rapporti economici tra Polonia e Germania. Dallo slancio iniziale alla normalizzazione», racconta seduta in un elegante studio con decorazioni su tinte arancioni alle porte della cittadina polacca. «Nel 2013 ci aspettavamo che la congiuntura avrebbe subito un rallentamento quest’anno. Ma i dati della prima metà del 2014 sono positivi. (...) Per quanto riguarda i nostri clienti la tendenza che osserviamo è quella dell’espansione: Gli investitori che sono presenti in Polonia già da molto tempo si sono radicati bene nel territorio, sono riusciti ad ottenere i migliori lavoratori della zona e la situazione del mercato è così stabile che possono permettersi di estendere la loro attività».

Aneta Majchrowicz-Bączyk, a destra, avvocato di Rödl & Partner

Secondo quanto spiegano i consulenti di Rödl & Partner, ad attrarre gli investitori tedeschi sono sempre i costi di lavoro più bassi, l’esistenza di zone economiche speciali con vantaggi fiscali per gruppi stranieri — rispettando una serie di condizioni gli stranieri vengono esonerati dal pagamento dell’imposta sulle imprese, almeno fino al 2026 — e le generose sovvenzioni europee da qui al 2020, «in particolare per i settori dell’efficienza energetica, automobile, It e R&d (ricerca e sviluppo, ndr)».

A tutto questo si aggiunge, ovviamente, la vicinanza geografica. Da Berlino a Poznan si arriva in poco più di due ore, percorrendo un’autostrada dritta come la lama di un rasoio. A quanto raccontano le cronache fu progettata e iniziata (ma mai portata a termine) durante l’occupazione nazista, un particolare che non può tornare in mente, quando si oltrepassa la l’ex dogana sul fiume Oder. L’autostrada è però a tutti gli effetti un simbolo dei nuovi rapporti tra Germania (ed Europa dell’ovest in generale) e Polonia, perché l’effettiva costruzione e completamento avvenne solo a partire dai primi anni 2000, con l’accelerazione definitiva in occasione degli Europei di calcio del 2012. Fu costruita in buona parte grazie ai fondi Ue, ed è percorsa nella stragrande maggioranza da auto del gruppo Volkswagen-Audi, un nome che è il simbolo degli investimenti tedeschi nella regione di Poznan.

La sede della Volkswagen a Poznan

Volkswagen: altri 2.300 posti di lavoro

La notizia ufficiale risale al mese di marzo. La Volkswagen aprirà nella regione di Poznan una nuova produzione. Lo stabilimento offrirà circa 2.300 posti di lavoro e produrrà il modello commerciale “Crafter”. Fino ad ora Volkswagen aveva stabilito una collaborazione con Daimler per la produzione di questo tipo di furgoni. Tale accordo scade nel 2016 e non sarà rinnovato. Una serie di ipotesi erano in discussione fino a quando l’ufficio stampa di Wolfsburg non ha confermato che è Wrzesnia, la località prescelta, nell’ovest della Polonia cioè e non ad Hannover, come si era ventilato negli ambienti. L’investimento sarà, secondo indiscrezioni della Frankfurter Alggemeine Zeitung, di 500 milioni di euro. A Poznan la Volkswagen è conosciuta. Circa 7.000 persone lavorano attualmente nello stabilimento alle porte della città, che produce il modello “Caddy”. Centinaia di lavoratori gravitano infine intorno ad attività direttamente collegate con Volkswagen. Un altro migliaio è impiegato nello stabilimento locale di Man, produttore di camion. «Si dice che in ogni famiglia di Poznan ci sia almeno una persona che lavora nel settore dell’automobile», assicura Marco Folske. La realtà potrebbe non essere lontana dalla credenza popolare.

Lo stabilimento Volkswagen a Poznan, dove si fabbricano i veicoli “Caddy”

Nivea: in Polonia per la qualità

La Beiersdorf, la società tedesca di cosmetici che produce i prodotti a marchio Nivea, racconta la storia industriale della regione meglio di qualsiasi manuale. Arrivò nel 1929, attraverso uno stabilimento della controllata Pebeco, seguendo l’esempio di società come Max Factor, insediata a Lodz dal 1870. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale gli stabilimenti delle varie società confluirono sotto l’ombrello della Pollena-Ewa, l’industria di Stato polacca che divenne il punto di riferimento per le creme per il viso per tutto il blocco sovietico. Alla caduta del Muro i pezzi della Pollena furono venduti e riconvertiti e tornò in gioco la Beiersdorf. L’anno di svolta, in tempi recenti, è stato il 2006. Una ristrutturazione globale del gruppo tedesco vide la chiusura di diversi impianti in Europa, compreso uno a est di Milano, e il trasferimento del 90% delle attività proprio a Poznan. «Sicuramente il costo del lavoro è stato calcolato, ma quando siamo stati selezionati per fare sviluppo, nel 2006, è stato per le performance delle società».

A parlare è Wieslaw Biernacki, general manager di Beiersdorf Manufacturing Poznan, una delle tre società con cui opera il gruppo. «Nel gruppo c’è una specializzazione produttiva – spiega -. Noi realizziamo le creme per viso più complesse e avanzate. Qui abbiamo un personale di ottimo livello, con competenze e istruzione elevata, capace di risolvere i problemi. Tutti i dipendenti in amministrazione sanno l’inglese e gli operai hanno tutti almeno un’istruzione superiore». Anni fa, spiega, qui si produceva la crema blu base della Nivea, che oggi è stata spostata ad Amburgo, mentre a Poznan ci sono prodotti come quelli della linea Eucerin, tra i più sofisticati sugli scaffali. Merito anche, continua, di un’istruzione che è cresciuta quasi a livelli tedeschi, come testimonia il fatto che gli studenti polacchi hanno ottenuto i progressi maggiori in Europa negli ultimi test Pisa.

Interni dello stabilimento Nivea, a Poznan, Polonia

Circa 50 anni portati molto bene, Biernacki ha un passato turbolento come chimico, agricoltore, mobiliere, commercialista e infine manager, maturato alla PepsiCo, e modi e visioni da guru della Silicon Valley. «Sono di una famiglia anti-comunista e io stesso non ho mai votato per i comunisti. Sapevamo tutti, già prima della caduta del Muro, che era arrivato il momento in cui ciascuno si prendesse le proprie responsabilità», racconta. Il suo caso è stato studiato di recente in un manuale sul modello produttivo della Toyota. Ha rivoluzionato la struttura organizzativa, azzerando il middle management (cioè le gerarchie intermedie) e attribuendo la massima autonomia possibile a manager. Anche gli operai vengono valutati sulla base dei risultati ottenuti, pur tra le resistenze del sindacato. Ha vietato le presentazioni in power point e limitato al massimo la reportistica, puntando piuttosto sugli aspetti motivazionali, che hanno previsto anche una sua ascesa con un team di operai sul Monte Bianco, dopo quasi un anno di preparazione.

Wieslaw Biernacki, general manager di Beiersdorf Manufacturing Poznan, accanto allo schema della struttura organizzativa innovativa della società

Un approccio totalmente diverso da quello dei manager tedeschi che, ammette Biernacki, non sempre lo comprendono. «Alcune cose si possono spiegare, altre no. Ci sono stati dei momenti in cui ho detto: ci sono cose che non capite, ma credetemi». A Poznan oggi non ci sono dirigenti tedeschi, se non per brevi visite, e il personale è al 100% polacco. Considerando la sola produzione industriale si contano 230 lavoratori fissi e un centinaio con un contratto di staff leasing. Lavorano tra il 60% e il 100% dell’orario, a seconda delle esigenze, e saranno i primi a essere tagliati, perché è pianificato un aumento di produttività (dal 27% al 40% circa) che avrà tra gli effetti una riduzione del personale. «Le persone con un contratto di staff leasing conoscono la situazione e sanno che dopo aver lavorato da noi troveranno facilmente lavoro in una delle centinaia di piccole aziende di alta qualità della cosmetica», spiega Biernacki, aggiungendo che in questo modo gli altri operai sanno che non devono aver paura di migliorarsi e far crescere la produttività. Per la fissazione del loro stipendio, aggiunge il manager, si fanno ricerche di mercato e si posiziona il salario al 75esimo percentile rispetto alla media della regione. La media dei salari è di 5-6000 złoty (circa 1.200 euro), dice, ma il dato tiene conto anche delle retribuzioni degli ingegneri.

El–Cab: un tedesco a Poznan

Quando Hans-Jörg Otto arrivò da Berlino, nel 1996, non parlava una parola di polacco. Aveva lavorato per dieci anni nella costruzione di autobus e camion in Germania. Quando Volvo e Scania si trasferirono in Polonia, raccolse la proposta di operare come fornitore di parti elettriche (fili e sistemi) nella zona di Poznan. Cominciò con 15 dipendenti, che oggi sono 530, 300 dei quali donne. «Avevo già i baffi a manubrio alla Kaiser Guglielmo e questo rendeva tutti i polacchi molto diffidenti», racconta nella sede nuova della società El-Cab, a Bolechowo-Osiedle, a 20 minuti dal centro di Poznan. «Le persone in Polonia sono amichevoli e aperte, ma all’epoca c’era molto sospetto nei confronti dei tedeschi». Sospetto peraltro ricambiato. «Qualcuno pensava che in Polonia ci fosse una tecnica da Flinstones, ma noi qui dimostriamo che è esattamente il contrario», dice Otto, che conferma le opinioni dei suoi colleghi: «all’inizio le aziende venivano per il basso costo del lavoro, ora conviene stare qui per produzioni di qualità, ci sono condizioni più economiche andando ancora più a est».

Hans-Jörg Otto, presidente di El Cab, a Poznan

La retribuzione oraria media, compresi i contributi pensionistici, è di circa 3,5 euro all’ora, contro i 16 euro in Italia, e il salario minimo corrisponde a circa 400 euro. Girando per lo stabilimento della El-Cab si vedono poche macchine e tantissime operaie intente ad associare i cavi agli schemi, ma, spiega il proprietario, tutti i lavoratori hanno istruzione e continuano a studiare nel fine settimana, «investono tantissimo sul loro futuro». La società ha avuto un crollo del fatturato solo nel 2009 (-70%), quando si sono quasi azzerate le commesse dei produttori occidentali. «Ma da allora siamo sempre cresciuti: nel 2013 abbiamo chiuso con un +12% e nel 2014 prevediamo un +10». Tra i punti di forza c’è sicuramente la vicinanza alla Germania, che permette di avere dei tempi di spedizione identici a quelli tedeschi, così come la tassazione per le società al solo 19 per cento. L’ultimo tassello si chiama moneta. Lo złoty si è deprezzato di un terzo negli ultimi anni rispetto all’euro e ha permesso all’economia di respirare. «Dal punto di vista del business è stata una buona decisione aspettare ad entrare nell’euro – dice senza esitazioni Otto -. Se non avessimo svalutato e i prezzi avessero seguito l’euro, sarebbe stato un disastro».

Interni della El Cab, società che produce cavi per bus, a Poznan

Schattdecor: la Polonia come mercato

Schattdecor è presente a Poznan dal 1993. Oggi, vent’anni dopo la pionieristica apertura dello stabilimento di Tarnowo Podgórne, impiega 600 lavoratori, 100% polacchi. Sono suddivisi su due stabilimenti, il secondo dei quali si trova trecento chilometri più a sud, a Głuchołazy. Per l’azienda tedesca che produce e vende mobili in tutto il mondo (con filiali di produzioni anche in Italia, Stati Uniti, Russia, Brasile) i vantaggi della produzione in questo Paese non sono solo quelli del basso costo del lavoro e le facilitazioni fiscali, «soprattutto si tratta della vicinanza con i clienti, che è fondamentale», spiega Danuta Pawlik, manager marketing in Polonia, «il settore dei mobili è tra i più dinamici in Polonia e vive da alcuni anni una forte crescita. La nostra presenza qui è fondamentale, per il mercato locale».

La sede di Schattdecor, a Głuchołazy, non lontano da Poznan, Polonia

Ai nomi citati si potrebbero aggiungere quelli delle multinazionali di tutto il mondo che hanno delocalizzato in Polonia: Arvato, che fornisce servizi per Google e Microsoft, e Dell Computer si sono spostate qui dall’Irlanda. Esplex, fornitore di Acer, ha chiuso i centri logistici in Francia e in Inghilterra per portarli in Polonia. Cadbury Schweppes, il gigante del tè Twinnings, Credit Suisse (per la parte IT) e aziende a noi note come Fiat ed Electrolux negli anni scorsi hanno tutte traslocato dall’Europa occidentale alla Polonia. Qualcuno, come l’italiano Fabrizio Pedroni, nell’estate del 2013 prese tutti i macchinari quando tutti i dipendenti erano in vacanza e spedì tutto oltre l’Oder. Nonostante i problemi, che non mancano, bastano questi fatti per capire la parabola, ancora ascendente, dell’economia polacca. 

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