30 Maggio Mag 2014 0900 30 maggio 2014

Latte e chicchirichì

Latte e chicchirichì

Corn Flakes

Si alzarono di buonora, gli abitanti di Battle Creek, in Michigan; ben prima della sveglia o del canto del gallo. In fretta, uno dopo l’altro si accomodarono in cucina, intiepidirono il latte in un pentolino e... E quel mattino del 31 maggio 1894 gustarono la prima, deliziosa tazzona di corn flakes, facendo sì con la testa in segno di approvazione. Decisamente non stava cominciando una nuova giornata, bensì un’intera nuova era per le colazioni del mondo intero.

Il racconto

SPREMUTA DI MUCCA

Prendi una mucca.

Può essere pezzata di nero e di bianco, oppure marroncina, grigia o bianca; può avere le corna piccine o grandi e curve come il manubrio di una motocicletta, non importa. Quel che conta è che sia una mucca e non un toro, altrimenti la ricetta non funziona.

Prendi una mucca e portala in montagna, dove l’aria è frizzante e l’erba gustosa. Bada, però, che sia estate, perché in inverno l’aria diventa gelida, l’erba se ne sta sotto un metro di neve e la ricetta non funziona. Certo, un po’ d’erbetta per la tua mucca la puoi trovare anche in collina o in pianura e persino a pochi passi dal mare, ma in alta montagna è meglio, credi a me, altrimenti mica te lo direi. Una soluzione, se la strada è molto lunga fino lassù, è di prendere una mucca che stia già in montagna: il risparmio sul viaggio diventa notevole.

Quando sei in montagna con la tua mucca, scegli per lei un pascolo non troppo assolato, ma nemmeno troppo all’ombra, magari attraversato da un ruscello di acqua che scende fresca da una sorgente o da un ghiacciaio. Se noti un ranocchio che saltella tra le pietre non fa nulla, però non distrarti con lui, che poi ti dimentichi della mucca e questa ricetta, con le rane, non funziona. Potresti anche lasciare che la mucca si scelga il pascolo che preferisce, ma la pigrizia è una brutta bestia e andrebbe probabilmente a finire che quella si accontenta dei primi germogli impolverati lungo la strada.

Quando la mucca si è ambientata sull’alpeggio, all’interno di un bel recinto intrecciato con il legno di larice, con la campana che la accompagna, appesa alla gola, falle un po’ di compagnia, gioca con lei, accarezzala sul muso, leggile una storia, ma non tirarle mai la coda, mai! Quella lasciala stare, perché se la mucca si infastidisce o si innervosisce va a finire che la ricetta non funziona.

La coda di una mucca è fatta per cacciare le mosche che le ronzano intorno, oppure serve per segnalare un’impellente necessità... e sai anche tu che le necessità delle mucche sono grandi così, mollicce e puzzone!

Dopo qualche ora, con la mucca tranquilla e beata, l’aria sempre frizzante e il ranocchio chissà dove, potrai passare alla seconda fase della ricetta.

È probabile che la mucca sia spaparanzata nell’erba, ma a te adesso serve che stia in piedi, quindi in qualche modo devi riuscire a farla alzare. Di nuovo lascia perdere la coda, già te l’ho detto. Puoi provare a soffiarle nell’orecchio o farle il solletico sotto la pappagorgia, in ogni caso prima o poi la mucca si alzerà di sicuro, tutto sta nel non avere troppa fretta.

Quando la mucca è in piedi, accompagnala in un posto tranquillo, possibilmente pianeggiante, magari accanto al recinto, al quale la puoi legare per sicurezza. Prendi uno sgabello e accomodati al suo fianco, a destra o a sinistra fa lo stesso, ma non davanti né dietro. Di fianco, ripeto, più vicino alle zampe posteriori che a quelle davanti. Di fronte a te avrai, bellissime, le mammelle della mucca e se ti scappa da ridere non è un grosso problema, che una risata mette allegria e con il buonumore si lavora meglio. E poi la mucca non si offende di certo.

Se il pascolo che hai scelto aveva l’erba buona davvero, la mucca ne avrà mangiata in quantità e le mammelle saranno piene, zeppe, stracolme di latte, fino quasi a esplodere, ma siamo perfettamente in tempo per evitare un disastro. Osserva bene i quattro capezzoloni che pendono e scegline due, per cominciare: afferrali uno con la mano destra, l’altro con la sinistra, quindi schiaccia con gentilezza e decisione. Quanto prima vedrai il latte uscire schizzando qua e là e dovrai fare attenzione a farlo finire in un grosso secchio metallico, che avrai preventivamente posizionato sotto la mucca. Con tutto il lavoro fatto finora, ogni goccia di latte perduto è un piccolo dispiacere.

È probabile che in questa fase la mucca muggisca, anche sonoramente, ma la cosa non ti deve sorprendere né distrarre, perché da sempre le mucche muggiscono. Se la tua mucca abbaiasse o miagolasse sarebbe un altro discorso, ma non succederà, credimi. Ricordati, invece, di mungere anche gli altri due capezzoli, perché non è bene lasciare il lavoro a metà.

A operazione ultimata il tuo secchio sarà pieno di latte ancora caldo, potrai allora slegare la mucca, ringraziarla per il servizio offerto e lasciarla tornare alla sua tenera erbetta.

Con un mestolo o un grosso cucchiaio, togli lo strato superiore del latte e conservalo in un recipiente, perché potrebbe servirti per qualche altra ricetta. Quella è la panna, lo noti perché è particolarmente cremosa e se la golosità ti assale approfittane e assaggia.

Versa un po’ di latte in un pentolino e riscaldalo. Per sicurezza puoi addirittura farlo bollire, ma dovrai poi aspettare che si raffreddi un po’. Dal pentolino versalo quindi in una grossa tazza, aggiungi della polvere di cacao o del caffè, prendi finalmente i tuoi corn flakes, annusali con gusto, poi lasciali cadere nel latte. Dai un’ultima mescolata e la colazione è servita.

Buon appetito!

La fotografia

La colazione più famosa della storia di tutti i film è avvenuta lungo le vie di New York e non vede i corn flakes tra i protagonisti. C’è però la bella e appetitosa Audrey Hepburn di cinquant’anni fa, per la gioia di tutti i palati, anche quelli più esigenti. Davanti alle vetrine della famosa gioielleria Tiffany’s se ne sta con una briosce tra i polpastrelli guantati di nero, con una tazza di caffè nell’altra e gli occhi rapiti da tutto quel luccichio multimilionario. Effettivamente, con una tazzona stracolma di corn flakes non sarebbe stata la stessa cosa, ma chissà se quel cornetto era buono abbastanza o se, inghiottito l’ultimo boccone, la nostra Audrey non avesse ancora un piccolo desiderio, nemmeno tanto nascosto...

Il video

Quante volte nella vita ci è stato detto di stare composti ed educati, soprattutto durante i pasti, tenendo la schiena diritta, la forchetta così e il coltello cosà. Ecco, questo spassosissimo divoratore di colazioni devo dire che se la cava davvero bene. E poi c’è chi la chiama vita da cani...

La pagina web

Avresti voglia di imparare a cucinare, ma non riesci a togliere il naso dal monitor e i polpastrelli dalla tastiera? Di sicuro in rete troverai qualcosa e risolverai il tuo problema. Io, per esempio, volevo vedere quante ricette insolite si possono preparare con i corn flakes, a parte la classica tazzona di latte e ho trovato un piccolo chef digitale che faceva proprio al caso mio. Questa sera preparo una crostata con fragole e corn flakes e dei biscotti con corn flakes, cacao e mela. Che dici, vincerò la gara di cucina?!

Ti consiglio un libro

Corinne Albaut – 40 ricette senza fornelli – Motta junior

Non c’è la ricetta della pizza, o della pastasciutta, in questo strano ricettario e, a guardar bene, non ci sono nemmeno i fornelli. Allora come si fa?! Semplice, si fa senza, che è sempre un bel modo per cominciare. Tutto il resto lo troviamo nel frigorifero, sui banchi del mercato o nella dispensa e lo mettiamo insieme con quanto basta di fantasia. Magari non la nostra, di fantasia, altrimenti ne viene fuori un pasticcio e anche la ricetta del pasticcio, in questo libro, non c’è. Affidiamoci a quella dell’autrice, che viene dalla Francia, dove le prelibatezze un po’ ricercate sono la specialità. E se preferisci un panino con la marmellata, va bene lo stesso, che anche per quello non servono i fornelli.

I nostri eroi

Quando la mamma gli chiedeva cosa avrebbe voluto fare da grande, il piccolo Will rispondeva sicuro che avrebbe preparato al colazione a tutti. Immaginandolo a servire ai tavoli di una caffetteria, la mamma era certa che un giorno il pargolo avrebbe cambiato idea, per diventare avvocato o ingegnere. Invece no. Il signor Will Keith Kellogg, ormai cresciuto, servì davvero milioni e milioni di colazioni. E ancora lo fa, pur essendo morto a metà del secolo scorso. È lui, con il fratello John, il fondatore della fabbrica di corn flakes, tanto famosa che il suo nome ne è quasi sinonimo. Probabilmente non ha mai lavato una tazzina in vita sua, il signor Kellogg, né intinto un biscotto nel latte, ma ogni volta che mi preparo una tazzona di corn flakes, tra uno sbadiglio e l’altro, con la vista ancora annebbiata dal sonno, ho sempre l’impressione di avere lui dietro il bancone del bar, o a casa tra i fornelli e le stoviglie.

È tutta colpa della pannocchia, se oggi siamo qui a parlare di granoturco e di corn flakes, perché senza di lei la nostra colazione sarebbe un bel po’ più triste. E va detto che anche il granoturco, senza pannocchia, avrebbe vita breve, perché proprio quel buffo insieme di semi, se lasciati cadere nel terreno, danno poi vita alle altre piante di mais, che fa le pannocchie, che fanno le piante e via così.

Che poi pannocchia è il nome volgare di quella che i botanici chiamano infiorescenza: un fitto insieme di fiori piccoli, che sembrano un unico grosso fiore. Ma a noi dei fiori importa poco: sono i semi che danno lavoro ai cuochi del mondo intero, che li usano soprattutto macinati, ma anche bolliti in insalata, o fatti così, oppure cosà. A me, per esempio, la pannocchia piace sgranocchiarla tutta intera, dopo averla abbrustolita per bene sul fuoco.

Una delle fini migliori che possa fare un semino di mais è scoppiare, trasformandosi magicamente in soffice pop-corn. Possiamo prepararli a casa, i pop-corn, senza tanti problemi anche se non abbiamo un forno a microonde o un marchingegno creato apposta: basta utilizzare una padella con il fondo piuttosto spesso e un bel coperchio, più un filo d’olio. Ungiamo la padella appena un po’, per non fare attaccare tutto al fondo, quindi versiamo i semini di mais, coprendo la base, ma non proprio del tutto. Mettiamo sul fuoco e chiudiamo con il coperchio. Già dopo un minuto i primi semi fanno pop: lo dice la parola stessa... Allora può essere una bella idea mescolare tutto, scuotendo la pentola, sempre chiusa, con energia. Quando il mais smetterà di poppare, alziamo il coperchio, lasciamo che tutto il vapore se ne vada, quindi decidiamo se vogliamo aggiungere del sale o dello zucchero e sgranocchiamo a volontà!

Un prodotto derivato dal mais è pure la buonissima polenta: con lo spezzatino o taragna, con il latte o fritta il giorno dopo, è tra i piatti più amati, soprattutto nei freddi mesi invernali. E soprattutto al nord, dove gli abitanti qualcuno li chiama proprio polentoni. Ma se devi spiegarlo in inglese, come si fa la polenta, ricordati di non dirlo, che viene da lì. O meglio: fallo pure, ma abbi l’accortezza di parlare di corn, che si pronuncia proprio corn anche a Londra e New York. Il mais, invece, che noi pronunciamo mais, così come lo scriviamo, detto in questo modo si scriverebbe mice, in inglese, che non vuol dire mais, ma è il plurale di mouse... Un mouse, due mice... E sai benissimo cosa è un mouse, a fumetti oppure no. Se dici in giro che la polenta è fatta con la farina di topo, è probabile che qualcuno svenga in mezzo secondo, proprio lì davanti a te.

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