31 Maggio Mag 2014 1800 31 maggio 2014

Lo sciopero della Rai? Scaverà un solco con il Paese

Lo sciopero della Rai? Scaverà un solco con il Paese

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I sindacati della Rai hanno dichiarato uno sciopero per l’11 giugno, a causa dei 150 milioni che il governo ha imposto di stornare al canone Rai quest’anno. Ma mentre i dipendenti sono in massima agitazione, e temono i tagli del personale e delle sedi regionali, un ex dirigente non esita a parlare dei tagli come di “occasione storica” per la Rai e dello sciopero come una azione “immotivata” e “incauta”, che rischia di incrinare definitivamente il rapporto degli italiani con la televisione pubblica. A parlare è Stefano Balassone, docente dei media alla Luiss e alla Suor Orsola Benincasa. Negli anni d’oro di Raitre (dal 1987 al 1994) è stato il braccio destro di Angelo Guglielmi e dal 1998 al 2002 ha fatto parte del cda di viale Mazzini in quota centrosinistra. In una lunga intervista su Prima Comunicazione di maggio aveva spiegato che il contributo di 150 milioni di euro richiesto è «un’occasione storica di poter riplasmare in maniera più sostenibile la presenza territoriale e ragionare su che tipo di offerta dare, piuttosto che confezionarla a partire da uno schema organizzativo». Aveva anche proposto una «radicale ristrutturazione, per condensare l’area editoriale in due sole reti generaliste, poche reti specializzate», due telegiornali, «e un potente canale all news internazionale».

L’intervento del premier Renzi a Ballarò del 13 maggio, in cui preannunciava i tagli alla Rai

Da superare ci sarebbero sia il modello tripartito di reti nato negli anni ’70, sia l’attuale assetto di “sette nani e quaranta puffi”, cioè la dispersione delle «risorse su un numero spropositato di scaffali dai costi fissi elevati». In questo modo, spiegava a Prima Comunicazione, «siamo succubi del prodotto d’acquisto oppure facciamo prodotti che, nel caso di una fiction, sono storielline a basso tasso di investimento e che non trovano mercato fuori casa. Oppure sterminati talk e interminabili show per saturare spazio a costo zero». Di fronte a queste urgenze, lo sciopero annunciato viene letto come un segno di immobilismo.

Che idea si è fatta dello sciopero dei dipendenti Rai fissato per il prossimo 11 giugno?
Lo sciopero è una decisione molto forte, ed è una decisione a mio parere immotivata e incauta. Immotivata perché non c’è un taglio alle risorse correnti, ma una vendita parziale di un asset per fare cassa. Non è un taglio che intacchi il canone o la pubblicità. C’è la richiesta di 150 milioni di euro, che sono ampiamente coperti dalla vendita della rete (la cessione di Ray Way, ndr).

Perché incauta?
La definizione di incauta deriva dal fatto che bisogna rendersi conto di che cosa si è rispetto al senso comune corrente del Paese. Per la Rai dovrebbe essere la fase della consapevolezza della necessità di una trasformazione, per trovare un nuovo rapporto con i propri consumatori.

Cosa c’è da trasformare?
Parliamo di un modello nato nel 1975, due “repubbliche” fa, una tripartizione delle reti nata dalla lottizzazione dei partiti. Oggi di quella lottizzazione sono rimasti solo i lottizzati. Oggi quell’assetto vale zero e per costruire il futuro dell’azienda serve un cambio di pagina il più profondo possibile.

Una scena dal programma Rai L’Isola dei Famosi, edizione 2010 (Vittorio Zunino Celotto/Getty Images)

Da dove deve partire la Rai?
Il taglio da 150 milioni è un’occasione per affrontare il problema vero, cioè capire quali siano le funzioni di un servizio pubblico nella società moderna, dato che non siamo più nel Dopoguerra. Ora la giustificazione per l’intervento pubblico è che è indispensabile per surrogare due fallimenti del mercato in questo campo. Il primo riguarda l’industria dell’audiovisivo, che in Italia è sottosviluppata come dimensioni, malgrado la presenza di buoni professionisti. Il secondo riguarda lo sviluppo internazionale: creare un mercato e prodotti per l’estero, i quali però devono essere fatti per il mercato internazionale. Un modo sarebbe quello di sviluppare l’informazione nel mondo e per il mondo. Anche se confrontarsi con la Bbc può sembrare smodato, c’è un interesse per il Paese nel raccontare il mondo con gli occhi dell’Italia. Il mercato, da solo, questo non lo fa.

In che cosa le giustificazioni dell’intervento pubblico sono diverse da prima?
Le vecchie giustificazioni le trovo fuori moda. È caduta la funzione della Rai come guardiana del pluralismo. C’era un guardiano per ogni partito e corrente, ora non ci sono più visioni dei partiti molto diverse, ma sono rimaste le persone. Inoltre oggi la politica si narra da sé. Se la Rai e gli altri media avevano storicamente la responsabilità di raccontare la politica, oggi i media devono inseguire una politica che comunica in maniera autonoma. Basta pensare alle vicende di Grillo e Renzi per rendersene conto.

Come pensa che reagirà il Paese allo sciopero dell’11 giugno?
Temo che la reazione del Paese possa essere molto pesante, con il rischio di scavare un solco. Fino a oggi questo solco non è mai stato dichiarato, è vissuto a livello di battute e frasi al bar, come il vantarsi di non pagare il canone. Non è insomma stato metabolizzato. Ma uno sciopero di questo tipo rischia di scavare un fossato, che è l’ultima cosa di cui il Paese ha bisogno. Il Paese ha bisogno di una grande politica dell’industria audiovisiva, che non è possibile senza un servizio pubblico. Stiamo parlando, anche, di migliaia di posti di lavoro.

Lei dice che il taglio sarà coperto solo con la vendita dei ripetitori. Ma i sindacati Rai paventano tagli alle sedi regionali, dopo che il decreto sull’Irpef ha abolito la loro intoccabilità, sancita dalla legge Gasparri.
Bisogna partire dal piano editoriale e non dalle sedi. Il rapporto territoriale è importantissimo. Ma non è scritta da nessuna parte che debba esserci una sede per ogni struttura amministrativa.

Si riferisce alla necessità di tagliare le sedi di piccole regioni come la Valle d’Aosta e il Molise?
Non mi riferisco solo a queste realtà, peraltro simpatiche. Ma va cambiato l’approccio. Nel Regno Unito la Bbc ha un rapporto molto stretto con il territorio, anche se con coperture temporali minori, ma non ha legami con le strutture amministrative. Va, insomma, bene avere dei corrispondenti, ma perché ogni sede regionale deve essere una piccola Rai?

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