2 Giugno Giu 2014 0815 02 giugno 2014

Intervista a Greenwald: anatomia di uno scandalo

Intervista a Greenwald: anatomia di uno scandalo

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Glenn Greenwald arriva con cinque minuti di ritardo, si siede e chiede scusa. 

«È facile perdersi a Milano» osserva. 

Non lo so, forse. Io non mi sono mai perso ma come tutti quelli che credono che la tecnologia sia il male di solito mi faccio guidare da una app sul telefono. Ciò che invece sono sicuro non sia affatto facile, è fare quello che ha fatto quest’uomo negli ultimi dodici mesi. E adesso se ne sta qua davanti a me, ed è al tempo stesso alla mano e professionale come solo certi pro americani sanno essere. 

Greenwald, per chi avesse come unica fonte d’informazione gli sms del Tgcom, è uno dei protagonisti principali, assieme ad Edward Snowden e Laura Poitrais, di quello che è stato uno dei più importanti scoop della storia del giornalismo. Uno scoop da immaginario collettivo, di quelli che restituiscono il senso a una parola che ormai si usa per indicare notizie fuori dalla norma quel tantino che basta per eccitare l’animo dei giornalisti ma che mia nonna, leggendo il suo unico quotidiano, non avrebbe mai notato fra le altre.

Questa storia invece, come gli americani chiamano le notizie importanti e come Greenwald continuerà a definire lo scoop durante tutta la nostra conversazione, riguarda il piano di sorveglianza globale messo in atto da organi del governo degli Stati Uniti (e da alcuni alleati) con la complicità volontaria o obbligata di tutte le più grosse corporation tecnologiche. Un programma omnicomprensivo il cui manifesto ideologico è contenuto nel motto “collect it all”, dove per it s’intende qualsiasi dato riguardante le comunicazioni digitali, mail, metadati su durata e destinazione delle chiamate, geolocalizzazione e all’occorrenza anche il contenuto delle conversazioni vocali. Potenzialmente siamo tutti sotto controllo, un Panopticon globale senza precedenti, e prima di Snowden e Greenwald non lo sapevamo. 

Questa ormai è storia, anche se il dibattito a riguardo, fortunatamente, non è ancora finito, si spera anzi che durerà ancora a lungo, almeno fino al giorno in cui Obama non potrà più curiosare nelle mie entusiastiche risposte a mail che mi annunciano insperate eredità da riscuotere in Nigeria. 

Eppure c’era ancora qualcosa che non si sapeva così bene, ed è quello che emerge, riunito, sistematizzato e ricostruito a freddo nelle pagine del libro di Greenwald “No Place to HIde- Sotto controllo”. Un testo che contiene la storia dello scoop viso da dentro, ed è edito in Italia da Rizzoli. 

(costa 15 euro ma se avete un bravo edicolante vi potete far recuperare l’edizione allegata al Corriere della Sera a 12,90 euro)

Ci sono poche cose al mondo noiose come i data, almeno per quelli di noi che allo studio dell’ingegneria hanno preferito la vita, ma fortunatamente il libro è ricco oltre che di tabelle anche di spunti di dibattito, momenti surreali, nuove e infinite risorse per le vostre paranoie, squarci di speranza e situazioni da spy story. Ci sono telefoni cellulari chiusi nei freezer, fidanzati brasiliani originari di una favela usati come corrieri di dati e fermati con l’accusa di terrorismo, servizi segreti che irrompono nella redazione del Guardian e minacciano la chiusura della testata e molto altro ancora. 

Fra tutte, la storia nella storia che preferisco è quella di Greenwald che nonostante le mail di tale Cincinnatus che gli promette delle rivelazioni incredibili sul governo americano a patto che si prenda la briga di cifrare le sue mail, evita per settimane di installare il software necessario perché gli sembra una cosa noiosissima. Va da sé che Cincinnatus era Snowden il quale a un certo punto, stremato, non ha proposto al giornalista il classico incontro nell’angolo buio di un parcheggio multipiano con trench, bavero alzato e gomme che stridono in lontananza ma, in maniera molto più nerd, gli ha registrato un tutorial video dal titolo “Criptazione per giornalisti” avendo il buon cuore di omettere “imbecilli”. 

Neanche questo però è bastato, eppure per un sottile gioco del destino e soprattutto per via della credibilità che sia lui che la sua amica documentarista Laura Poitras avevano ottenuto con il loro lavoro controcorrente rispetto al giornalismo mainstream, i due giornalisti si sono ritrovati in una saletta di un albergo di Hong Kong contraddistinta dall’ormai famosa statua di plastica di un alligatore ed era apparso un ragazzo di 29 anni dall’aspetto cadaverico. Uno di quelli a cui istintivamente non invidi la vita sessuale ma che le agenzie del governo statunitense cercano come acqua nel deserto della complessità digitale. E questo è un altro tema ancora che Sotto Controllo solleva fra le righe, la carriera fulminea che può fare nelle aziende private che lavorano per la difesa statunitense, un ragazzo intelligente e analitico anche se non si è mai diplomato all’high school, come a dire che quando c’è di mezzo il potere, quello vero, ciò che conta è quello che sai fare, non l’università da 100mila dollari l’anno in cui sei entrato per diritto araldico.  

Il partner di un personaggio del genere ovviamente non poteva essere un reporter del New York Times ma doveva essere per forza un giornalista-blogger, ex avvocato esperto in diritti civili famoso per le sue battaglie contro i grandi media e i loro compromessi con il potere, Greenwald appunto. Odiato dai colleghi giornalisti ma amato da molti lettori, fra i quali proprio Snowden. Un esperimento, questo, di giornalismo del futuro: un nerd con un maxi stipendio al soldo della difesa e un blogger che predica il giornalismo militante, sono due nuove figure idealtipiche dell’era della disruption digitale. Me lo ribadirà in altri termini lo stesso Greenwald, che è una specie di Mark Twain dell’era del web, uno che non manda dispacci dalla frontiera del west ma scrive dagli alberghi di Hong Kong via chat criptata (alla fine ha imparato come fare), mentre i giganti delle industria delle news si muovono lenti e timorosi seguendo la consuetudine di comunicare ogni passo ai governi affinché possano tamponare ogni rivelazione prima ancora che questa raggiunga il pubblico. Un modello che non poteva andare bene a uno come Snowden, intelligente e perfettamente al corrente delle tecniche di manipolazione dell’opinione pubblica attuate dai servizi, e che infatti si è scelto qualcosa di diverso e più simile a lui, qualcuno non solo capace di fare filtrare la notizia senza annacquarla ma anche di gestirla nella fase successiva, quella del fango, avendola prevista prima.

(alcune strategie ufficiali di discredito di un obiettivo tratto da Sotto Controllo)

Quando un modello perde di efficienza (che nel giornalismo significa anche credibilità) si aprono gli spazi per qualcosa di nuovo ed è per questo che il blogger premio Pulitzer Greenwald, ispirato e reso ancora più noto da questa vicenda, ha messo in piedi assieme a Pierre Omidyar la First Look Media, una nuova azienda di news che aspettiamo con molta curiosità e una buona dose di speranza. L’importante comunque è raggiungere più pubblico possibile senza fare gli snob, ripete spesso Greenwald, per questo la mia prima domanda non poteva che essere la seguente:

in Sotto Controllo spieghi con dovizia di particolari con quanta attenzione tu, Edward Snowden e Laura Poitrais, abbiate progettato la strategia mediatica per la diffusione dei documenti sull’NSA. Quanto è stato importante averlo fatto?

Credo sia stato fondamentale. Avevo lavorato molto tempo su Wikileaks e credo che Snowden sia stato motivato da storie come quella e al tempo stesso avesse osservato il modo in cui il governo degli Stati Uniti aveva tentato di screditare le rivelazioni attaccando le persone che ne erano responsabili. Per questo abbiamo passato molto tempo a cercare di capire come presentare ai media i documenti in un modo che non si offrisse il fianco quanto meno allo standard di questo tipo di attacchi, perché sapevamo che questo avrebbe fatto la differenza nel modo in cui il pubblico avrebbe percepito tutta la storia.

Non basta quindi avere la fonte, la notizia e i documenti, serve anche una strategia mediatica efficace.

Sì, io la vedo così, immagino che dipenda anche dal modo in cui concepisci le tue responsabilità come giornalista. Per come le intendo io, ritengo di avere anche una significativa responsabilità nei confronti delle mie fonti, il che significa tenere presente quali erano le loro aspettative quando hanno preso il rischio di venire da me. Credo che ci sia anche il dovere non solo di riportare il fatto ma anche di fare in modo che il pubblico se ne interessi e si senta coinvolto. Non credo sia abbastanza per un giornalista pubblicare le notizie senza pensare all’impatto che avranno sul pubblico, credo che ci sia anche il bisogno di ottenere attenzione per le proprie storie e in quest’ottica è importantissimo avere una strategia per la loro diffusione.

Quando Snowden ti ha contattato tu eri un ex avvocato che faceva il giornalista e aveva un blog sul Guardian. Uscite le rivelazioni molti giornalisti hanno continuato a definirti blogger, o attivista, quasi mai giornalista, con l’evidente obbiettivo di screditarti. Credi che uno scoop di questa entità sarebbe stato possibile se fossi stato un giornalista “classico”, inserito nell’organigramma di una grande testata?

No, e credo che sia questo il motivo per cui Snowden non ha proposto i documenti al New York Times che sarebbe stata la destinazione più ovvia. La maggior parte dei grandi giornali che avessero ricevuto questi documenti avrebbe pubblicato forse una o due storie, con un tono depotenziato in modo che non avrebbero avuto un grande impatto. Se guardi al modo in cui il Washington Post (entrato nello scoop durante una fase di stallo per decisione di Laura Poitrais ndr) ha seguito le rivelazioni, vedrai che nel primo mese rispetto alle 8-9 storie che abbiamo pubblicato sul Guardian, loro ne ha pubblicate una soltanto. Credo che volessero tirarne fuori uno o due pezzi in tutto e poi passare ad altro. Se guardi quello che ha fatto il NYT dopo aver ricevuto a sua volta i documenti dal Guardian (un passaggio di sicurezza deciso dalla redazione del giornale inglese dopo le minacce di chiusura ricevute dai servizi segreti inglesi ndr) da forse decine di migliaia di file, vedrai che hanno prodotto, in diversi mesi, forse 4-5 articoli con pochissimi documenti originali pubblicati. Questo è probabilmente tutto quello che avrebbero fatto se non ci fossimo stati noi, anzi è probabile che senza la pressione che gli abbiamo messo avrebbero fatto anche di meno. Seguendo le regole dei media classici le rivelazioni avrebbero avuto un impatto decisamente minore.

Nel libro dici che uno dei problemi del giornalismo odierno è che i professionisti più noti guadagnano grandi quantità di denaro e vivono in simbiosi con politici, imprenditori e alti funzionari. In questo scenario non credi che internet, da un lato impoverisca l’industria ma dall’altro riporti il giornalismo alle sue origini?

Sì, sono assolutamente d’accordo. Vedi io non ho frequentato la scuola di giornalismo, né ho incominciato scrivendo per un grande giornale. Ho semplicemente creato il mio blog, ho sviluppato la mia platea di lettori, non ho lavorato secondo le loro regole. Sono sempre stato molto critico nei confronti dei media e dell’ambiente della politica di Washington. Quindi sono sempre stato un outsider, per un po’ mi hanno ignorato, poi mi hanno preso in giro, infine hanno deciso che dovevano combattermi. Oggi che ho avuto la più grossa storia giornalistica dell’anno e ho vinto il premio Pulitzer c’è ancora un sacco di risentimento e rabbia negli attacchi che mi arrivano da parte di altri giornalisti. 

Ci sarà anche invidia...

Si, c’è sicuramente anche un po’ di quella. Credo che il problema principale sia che non ho seguito quelle che per loro sono le regole, nè ho fatto le cose che fanno loro e quindi la loro opinione è che non meritavo questa storia. Io però sono molto contento di vedere questa rabbia, mi piace. E mi piace perché io non voglio fare le cose come le fanno loro, anzi uno dei motivi per cui mi sono messo a scrivere è proprio perché pensavo che il modo in cui lavoravano loro fosse molto corrotto. E se guardi indietro di cento o duecento anni e pensi a come era fatto il giornalismo allora ti rendi conto che era molto più simile alla mentalità del blogger, cittadini arrabbiati per qualcosa, o in contrasto con un’ingiustizia o impegnati in una crociata, non c’era questo ambiente così professionalizzato, regolato dalle grandi corporation, chiuso nei circoli di potere. Noi giornalisti eravamo gli outsider, ed era così che dovevamo essere. Per cui in un certo senso noi blogger siamo dei conservatori, perché il nostro è il modello originario del giornalismo che internet ha rivitalizzato.

(Greenwald davanti ai reporter ad Hong Kong. Via Guardian

Sei soddisfatto dell’impatto che la storia ha avuto sul pubblico?

Molto. Qualche giorno fa mi sono incontrato a Mosca con Snowden e Laura Poitrais e abbiamo parlato di quelle che erano le nostre aspettative quando eravamo a Hong Kong e la conclusione a cui siamo giunti è che quello che è successo ha superato il miglior scenario ipotizzabile al tempo. Solo il fatto che un anno dopo l’interesse su questa storia sia ora più alto che mai, ha causato un serio e serrato dibattito in tutto il mondo sulla privacy, sulle politiche segrete di sorveglianza, sul ruolo degli Stati Uniti, su chi sia veramente Obama, sul ruolo del giornalismo. Tutte queste discussioni sono state generate dallo scandalo, e credo che serie riforme e modi diversi di pensare siano emersi e questo era esattamente quello che volevamo succedesse: illuminare alcuni fatti affinché il pubblico potesse discutere su scelte che non erano mai state dibattute. Il tutto è sicuramente diventato qualcosa di più grande e costruttivo di quello che avevamo sperato. 

Come credi sarà la privacy del futuro?

Le persone guardano al governo americano e vedono l’Nsa che sta ancora spiando e la sua struttura è rimasta identica, e dicono: non è cambiato nulla. Io credo che il cambiamento sia qualcosa di graduale e al tempo stesso credo sia sbagliato pensare che verrà dal governo americano, non saranno loro ad auto-imporsi dei limiti. Non è così che gli esseri umani gestiscono il potere, nessuno pensa “Come potrei limitare il mio stesso potere?”, non sarà quindi il governo americano a ristabilire la privacy, anche se qualche giorno fa al Congresso è passata la prima limitazione alla sorveglianza dall’undici settembre, il che credo sia comunque qualcosa di positivo da un punto di vista simbolico. Il vero cambiamento credo verrà dalle altre nazioni che si coalizzeranno per impedire il dominio americano su internet, e credo che le compagnie tech americane temano sinceramente che l’attività di spionaggio intacchi le loro possibilità di business, perché nel futuro molti non vorranno usare prodotti americani per evitare il controllo del governo statunitense.


(L’amministrazione Obama dopo aver promesso l’esatto contrario ha fatto una guerra senza quartiere ai Whistleblower)

Vedi veramente un trend di questo tipo? 

Mark Zuckerberg si è lamentato di recente, il ceo di Cisco ha dichiarato in risposta al mio libro che l’Nsa è fuori controllo. Al governo americano non interessano le opinioni dei comuni cittadini sulla questione della sorveglianza, ma interessano invece molto quelle dei miliardari della Silicon Valley, e loro sono veramente preoccupati che le aziende tedesche, italiane, brasiliane o asiatiche possano dire “non fornite i vostri dati a Facebook o Google perché li passeranno all’Nsa, usate i nostri servizi al posto loro”. Credo però che la parte più importante di tutta questa storia sia che ormai molte persone in tutto il mondo capiscono in quale modo radicale la loro privacy sia stata compromessa. Ci sono soluzioni tecnologiche che permettono di criptare le proprie email o le chat, soluzioni che al momento sono usate da pochissime persone ma più si diffonderà la consapevolezza della loro necessità, più saranno usate e più le aziende ne produrranno di migliori e più semplici da usare. Quando le comunicazioni criptate diventeranno lo standard su internet questo sarà un ostacolo molto serio alla sorveglianza dell’Nsa, dei governi e delle aziende private. 

Tu stesso hai quasi rischiato di perdere i documenti di Snowden e lo scoop perché per mesi non hai installato un software di criptazione nonostante lui te lo chiedesse. 

Si, ehm, per come funzionano adesso queste tecnologie sono molto difficili e complicate. Questo comporta che le persone che le usano sono qualche decina di migliaia e quello che succede oggi è che l’Nsa controlla maggiormente proprio chi cripta le proprie comunicazioni, perché nel loro modo di vedere le cose devi avere qualcosa da nascondere se non possono sapere tutto di te, ma se milioni di persone incominceranno a criptare le proprie comunicazioni non potranno più fare niente del genere e questo sarà un grosso cambiamento.

Credi davvero che si arriverà a una situazione di questo tipo? Non credi che la maggior parte della popolazione continuerà a pensare: tanto non spiano me e se anche mi dovessero spiare non troverebbero niente.

Prima di tutto ci sarà sempre un'importante parte della popolazione che rimarrà indifferente di fronte a qualsiasi sorta di abuso di potere. Se domani ci fosse un colpo di stato qui in Italia, e qualcuno si dichiarasse dittatore a vita avresti una percentuale variabile ma sicuramente importante di persone che direbbe “La cosa non mi preoccupa/è un bravo dittatore/ mi piace la stabilità che offre una dittatura”. Nell’Egitto di Mubarak c’erano un sacco di persone a cui non interessava la democrazia, credo che sia però importante capire che il fatto che ci siano molte persone che esprimono pareri di questo tipo non significa che questo sia quello che pensa la maggior parte della popolazione e, ed è molto importante, che anche quelli che dicono “non ho nessun problema con l’essere spiato” in realtà non lo pensano veramente e lo testimoniano impostando password nelle loro caselle email o nei loro account sui social o mettendo serrature sulle porte di casa o in bagno. Ogni volta nell’ultimo anno che qualcuno mi ha detto qualcosa del genere io gli ho fornito il mio indirizzo email e gli ho chiesto di mandarmi le sue password e permettermi così di leggere la sua corrispondenza privata, le sue chat e pubblicarle online. Ovviamente nessuno ha mai acconsentito. Abbiamo una comprensione istintiva di cosa sia la privacy e di cosa non vogliamo che gli altri sappiano di noi, per cui sì, ci saranno sicuramente persone a cui va bene l’accordo “stai fermo lì in un angolino, non rappresentare una minaccia e non ti daremo fastidio” ma ce ne sono anche moltissime altre che invece si sentiranno invase in ogni caso. Questo è il motivo per cui questa storia ha generato tanto clamore: perché parla di come viene violata la vita privata di persone che non hanno acconsentito a niente del genere. 

L’impressione è che il problema se lo pongano soprattutto i simpatizzanti delle fazioni politiche che in un determinato momento storico non sono al governo. In un certo modo questo rispecchia una concezione del potere molto ingenua e diversa da quella americana più classica, dove che il potere sia amico o nemico, deve comunque sottostare a delle limitazioni. A questo proposito Snowden dice in uno dei documenti «traendo insegnamento dalla storia, dunque, non si parli più di fiducia nell’uomo ma si vincoli quest’ultimo, contro il mal fare, con le catene della crittografia», parafrasa cioè Thomas Jefferson che ovviamente non parlava della crittografia ma del ruolo della Costituzione.

Negli Stati Uniti ci sono i democratici e i repubblicani e la situazione è molto polarizzata per cui per ogni possibile problema viene fornita una risposta facilmente prevedibile perché basata sulle consuetudini di questi due schieramenti. Una parte interessante di questa storia è che ha scombinato in maniera abbastanza radicale queste posizioni: metà delle persone che hanno trovato importanti le rivelazioni sono conservatori, l’altra metà liberal. Un indicatore molto più significativo invece è l’età. Le persone più giovani sono decisamente più entusiaste del gesto compiuto da Snowden rispetto alle persone di età più avanzata. Credo che questo derivi in parte dal fatto che quest’ultima categoria è più protettiva nei confronti del potere e dell’autorità perché desidera stabilità. D’altro canto però, è forse ancora più importante il fatto che le persone più giovani hanno una concezione molto diversa di cosa sia internet, capiscono che non è solo uno strumento ma riguarda la tua intera vita, è parte dell’ambiente che abiti e percepiscono quindi l’intrusione del potere in maniera molto più netta. Capiscono che una sorveglianza riguarda come gli esseri umani vivono la propria vita e questo riporta il discorso ad argomenti come quelli di Jefferson, che stanno alla base di quello che è l’America e sostengono che non importa chi eserciti il potere, esso ha sempre bisogno di limiti e barriere perché è molto facile abusarne.

Credi che il Guardian avrebbe dovuto rendere pubblica la minaccia di chiusura del giornale avanzata dal GCHQ, il servizio inglese, invece che distruggere l’archivio sotto la loro supervisione?

Assolutamente. Era una notizia enorme. Uno dei più importanti e influenti governi occidentali del mondo marcia dentro la newsroom di uno dei più antichi giornali e forza le persone a distruggere fisicamente gli archivi sotto lo sguardo degli agenti segreti. Era una cosa notevole, tenerla nascosta è stato il più grosso errore compiuto dal Guardian in tutta questa vicenda. Con loro ho avuto un’esperienza veramente molto positiva, hanno fatto un ottimo lavoro ma questa scelta in particolare è stata sbagliata e indifendibile.

(Snowden ad Hong Kong)

La figura di Snowden è interessante per molti motivi, non ultimo perché si è dimostrato un vero whistleblower nel senso più letterale del termine, ovvero una persona che segnala una scorrettezza, in questo caso etica e politica, perché è in forte contrasto con le sue intime convinzioni morali. Un contrasto tale da indurlo a rinunciare a tutto quello che aveva (nel suo caso non poco) e a mettere la sua stessa vita in pericolo. Data la portata del sacrificio ho trovato interessante scoprire che una delle sue fonti di insegnamento morale sono stati i videogiochi. 

Devo dire che all’inizio la cosa mi ha un po’ irritato. Durante la prima intervista ho pensato che stesse trivializzando il tutto fornendo delle motivazioni così puerili, ma poi mi sono reso conto che è un fatto che per la sua generazione i videogiochi possono avere avuto il ruolo che per le generazioni precedenti avevano i film o i libri. Lui ha veramente un codice morale molto forte, ce l’aveva quando a 22 anni si è arruolato per andare a combattere in Iraq e ce l’aveva ancora quasi dieci anni dopo quando rendeva pubblici dei documenti segreti del governo, anche se molte persone hanno visto in questo una grande contraddizione. L’afflato morale era lo stesso, quando si era arruolato pensava veramente che avrebbe contribuito a portare la libertà in Iraq e che fosse suo dovere rischiare la propria vita per affermare questo diritto di altre persone, ed è esattamente il medesimo sentimento che l’ha portato a lasciare tutto per garantire i diritti di altri a sapere che erano spiati e decidere se la cosa gli andava bene.

Leggendo Sotto Controllo, Snowden alle volte travalica il ruolo di fonte e per la profondità delle sue convinzioni e la serenità che possiede, appare quasi come un esempio di virtù civica.

Credo che abbia ispirato molte persone con il suo gesto, specie perché è riuscito a compierlo senza perdere la vita. 

Come sta ora?

Sta benissimo. Non lo vedevo da un anno anche se ci sentivamo spesso su internet, poi ci siamo visti proprio qualche giorno fa a Mosca. È la stessa persona che ho conosciuto ad Hong Kong un anno fa, e questo nonostante la pressione incredibile e gli attacchi a cui è stato sottoposto, il fatto che vive in una nazione che non ha scelto, lontano dalla sua famiglia, dalla sua ragazza, dai suoi amici. Ha addosso questa incredibile serenità d’animo che deriva dalla consapevolezza di aver fatto qualcosa di veramente efficace a difesa delle proprie convinzioni. Questo gli dona una tranquillità che lo appaga e produce in lui un tipo di felicità che credo sia molto difficile da raggiungere con i soldi o con il lavoro ma che lui ha. Inoltre a Mosca può muoversi liberamente, andare a fare la spesa, passeggiare lungo i laghi. Il suo aspetto è un po’ diverso da come appariva nel video girato ad Hong Kong dopo tre settimane chiuso in una stanza di albergo, adesso sembra un ragazzo come un altro in visita in Russia. 

Non ha paura?

Me lo chiedono spesso. Credo che a un certo punto nella vita ti rendi conto che se qualcuno ti vuole fare del male, non esistono precauzioni al mondo che possano impedirlo, e non puoi vivere la tua vita nella paura. E poi essere così visibile è la cosa migliore per la sua sicurezza. 

La tecnologia da un lato permette una pervasività di controllo senza precedenti. Dall’altra è sempre lo sviluppo tecnologico a consentire l’onnipresenza dei media e il loro potere di descrivere la realtà, la capacità di alterare la percezione di rischi sociali o, in altri termini, generare priorità politiche. Nel tuo libro confronti l’incidenza statisticamente irrisoria del terrorismo, con i costi economici spropositati e le privazioni di libertà per tutti i cittadini che il contrasto al fenomeno ha comportato. Credi che ci sia un legame fra questi due aspetti?

Se torniamo indietro ai filosofi che si sono occupati di politica dall’illuminismo in poi, essi hanno sempre ammonito che il modo più efficace che possiedono i leader per erodere i diritti è spaventare la popolazione, perché quando le persone hanno paura vogliono un'autorità forte, qualcuno in grado di proteggerli. Il modo migliore di spaventare la popolazione non è tanto quello di parlare di minacce interne, anche se certo possono funzionare anche quelle, bensì le minacce esterne, perché gli esseri umani hanno un istinto tribale molto spiccato, eredità del nostro percorso evolutivo, e tendiamo a guardare il mondo da una prospettiva clanica, così quando qualcuno fuori dalla tribù ci minaccia, avvertiamo il pericolo in maniera più chiara, specie se poi questo qualcuno oltre ad essere esterno è anche diverso da noi. Questo è stato un fattore emozionale fondamentale per gli americani, la retorica sui terroristi pericolosi e dotati di poteri quasi sovrannaturali è stata usata per giustificare provvedimenti che senza questo tipo di clima non sarebbero mai stati passati. Sono passati tredici anni dall’undici settembre e finalmente questa strategia sembra perdere efficacia, per questo sono convinto che la storia fornita da Snowden sia arrivata al momento giusto.  

Hai avuto un lungo dialogo con l’ex direttore del NYT Bill Keller sul futuro del giornalismo dove hai sostenuto che il “giornalismo oggettivo” sia sostanzialmente un'impostura teorica, un'oggettivizzazione di quello che in realtà è solo l’assetto soggettivo del potere, e hai contrapposto a quest’impostazione un giornalismo altrettanto soggettivo ma la cui natura è dichiarata sin dall’inizio. Una posizione che ricorda la convinzione di Nietzsche secondo cui la morale non era altro che il riflesso fedele dei rapporti di forza in atto, una concezione che un giornalismo con pretese di oggettività assoluta non può assolutamente condividere. Rovesciando il problema credi che ci possa essere un collegamento concettuale fra la pretese di un giornalismo oggettivo e la convinzione che il potere possa essere, o addirittura sia, buono?

Gli esseri umani creano società in cui più i forti dominano sul più debole e questi ultimi vengono sfruttati. A quel punto la questione diventa come impedire che gli sfruttati si ribellino o causino instabilità, la soluzione è creare una propaganda che descriva il sistema come estremamente giusto. Siamo tutti legati dallo stesso sistema di regole, che sono le leggi, ma in genere le leggi sono un modo di tenere controllate le persone che non hanno potere. Ovviamente la propaganda non le descrive così bensì come qualcosa di giusto ed equo. Lo stesso procedimento porta a definire i grandi media “oggettivi”, facendo finta che non ci siano opinioni, assunzioni, agende politiche, nessun interesse esterno da soddisfare ma solo fatti che galleggiano nel vuoto come se venissero da Dio, oggettivamente, in un modo cioè liberato dalle modalità con cui di solito percepiamo il mondo. Tutto questo è semplicemente una frode. È un modo di provare a dire dovreste avere molta fiducia in quello che diciamo perché diversamente da quella gente che ha delle opinioni, una soggettività, degli obbiettivi, noi siamo qua per incarnare l’indubitabile verità. Andando in giro per il mondo presentando questo libro mi è capitato di parlare con dei giornalisti che si sono arrabbiati con me perché sono autenticamente convinti di essere oggettivi, credono di essere in grado di astrarsi dalla condizione umana. Esistono quindi anche persone convinte in buona fede che le cose stiano così ma nella maggior parte dei casi è propaganda, il tentativo di fare sembrare un sistema di opinioni qualcos’altro.

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