3 Giugno Giu 2014 0715 03 giugno 2014

Renzi e il grande dilemma di chi investe in Italia

Renzi e il grande dilemma di chi investe in Italia

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Investire, investire, investire, è la chiave per la ripresa dice la Banca d’Italia. E questo sembra ormai il nuovo Zeitgeist, lo spirito di questo tempo neokeynesiano. Persino Mariano Rajoy, in Spagna, ha lanciato un ambizioso piano di investimenti. Di investimenti parla Matteo Renzi e non perde occasione per annunciarli. Ma in Italia chi investe? Il sistema delle imprese è sottocapitalizzato per 200 miliardi rispetto alla media europea, denuncia la Banca d’Italia nella sua ultima relazione, un passaggio sottolineato dal governatore Ignazio Visco. Con più mezzi propri, meno dipendenza dalle banche e una quota maggiore di investimenti, la perdita di prodotto e di competitività sarebbe stata meno grave. Non è una storia nuova, anzi è la storia del capitalismo senza capitali: un vuoto colmato prima dall’Iri e da Mediobanca, poi dall’assistenzialismo pubblico dopo gli anni ’70, dal balzo del debito negli anni ’80, dal bancocentrismo negli anni ’90 finché non è arrivata la resa dei conti con la crisi del 2008. E adesso? 

Prendiamo gli ultimi dossier che dovevano essere chiusi entro il mese e invece restano ancora aperti. L’Ilva ha finito i soldi, il commissario Bondi conclude il suo mandato, Matteo Renzi vuole una svolta e si cercano capitali e capitalisti: spuntano i Marcegaglia che però non sono fortissimi, si affacciano gli indiani di Mittal ormai numero uno nell’acciaio, si teme un altro spezzatino del fu gruppo Italsider. Alitalia aspetta gli arabi di Etihad come la manna dal cielo. La lettera è arrivata davvero, sembra che sia la volta buona anche se le trattative non sono ancora finite. Il ministro Lupi festeggia quello che considera un successo personale. Ma la parabola Alitalia dovrebbe consigliare prudenza, soprattutto ai politici che l’hanno usata come mezzo di propaganda e ogni volta è andata male. Finita la compagnia di bandiera, sono spuntati i patrioti finanziati con Banca Intesa che voleva diventare banca di sistema con Giovanni Bazoli e Corrado Passera. Anche qui, tanti debiti sulle spalle dei contribuenti, grandi perdite pagate anche dai dipendenti oltre che dai viaggiatori, e poco capitale. 

È lo stesso racconto che si ripete in tutti i grandi gruppi, come in Sorgenia (centrali a gas), l’ultima creatura di Carlo De Benedetti che sta per essere salvata dalle banche. Ma non riguarda solo l’industria. Si pensi ai telefonini dove l’Italia aveva raggiunto un primato negli anni ’90. Oggi non c’è più una compagnia nazionale. Poco male, non bisogna fare i protezionisti, anzi sarebbe un bene se i servizi fossero al top, se la ricerca delle multinazionali presenti, inglesi (Vodafone), spagnole (Telefonica), russe (Wind), avesse prodotto un salto tecnologico o se i prezzi fossero a buon mercato. Nulla di tutto ciò. E potremmo continuare. Non bisogna giudicare con i paraocchi dell’ideologia, contano i risultati, ma proprio i risultati del capitalismo italiano, anche quello in salsa straniera, sono davvero miseri.

Intanto, i gruppi familiari che hanno superato la crisi (Ferrero, Luxottica, Barilla, Tod’s tanto per fare alcuni dei nomi più noti), sono arrivati a un passaggio delicato, un salto generazionale, ma non solo: la concorrenza oggi richiede un cambio di passo, spesso una crescita dimensionale e soprattutto capitale fresco e sonante. In Italia il mercato finanziario non esiste, dominato com’è dalle banche anche loro alla ricerca di capitali. E gli imprenditori di successo temono di perdere il controllo come mastro don Gesualdo la “roba”.

Dunque, chi investe? I privati: è questa la via maestra dello sviluppo, dice Visco; ma i privati sono come sono. E il pubblico? Fondamentalmente non ha risorse e quando le aveva (indebitandosi) non le ha impiegate bene. La tentazione del governo, a questo punto, è di usare le aziende a partecipazione statale (Eni, Enel, Finmeccanica), come leve per la crescita. E spingere la Cassa depositi e prestiti (Cdp) verso un sentiero intermedio tra la banca pubblica e l’Iri. Non lo fanno anche i francesi con la loro Caisse des dépots et consignations e soprattutto i tedeschi con la banca per la ricostruzione il KfW, Krsditanstalt für Wiederaufbau? Dunque, che c’è di male? Di male, in realtà ce n’è molto e spieghiamo perché.

Le aziende a partecipazione statale operano in settori cruciali per la sicurezza del Paese, energia e difesa, dunque è corretto dire che debbono seguire delle indicazioni strategiche che vengono dal governo. Negli Stati Uniti ci sono industrie essenziali altamente regolate dallo stato, come le biotecnologie, il nucleare, la difesa, lo spazio, persino le linee aeree e, durante la crisi, l’automobile. Succede nella Gran Bretagna post-thatcheriana, nella Francia rimasta colbertista, nella Germania ora e sempre bismarckiana. Dunque, l’Italia non è affatto un’eccezione.

Prendiamo l’energia. I cittadini attraverso i loro rappresentanti in Parlamento o direttamente come avvenne nel 1987 con il referendum antinucleare, debbono decidere se finire gasati da Putin che domina le risorse siberiane e centro-asiatiche o da Al Qaeda che vuole controllare il Nord Africa, oppure se bisogna fare di tutto per acquisire quella elasticità nelle forniture energetiche che ci può rendere meno vulnerabili. E il governo italiano dovrebbe battersi a Bruxelles affinché la Ue si dia una politica energetica comune. L’energia negli Stati Uniti è il volano del nuovo ciclo di sviluppo, potrebbe esserlo anche in Italia e nell’Unione europea, magari con altre fonti visto che qui lo shale gas evoca paure ecologiche. 

Eni ed Enel debbono adeguare le loro scelte così come fecero dopo il 1987 quando con la conferenza energetica nazionale venne deciso di procedere a tutto gas, anche a costo di penalizzare tutto il resto (carbone, acqua, sole, vento, ecc,). Questa è la missione nazionale delle aziende, ma la loro gestione deve restare indipendente e regolata dal mercato. Molti invece temono che le recenti nomine abbiano indebolito il management e soprattutto reso confuse le strategie. Ciò è ancor più vero per la Finmeccanica, dove l’arrivo di Mauro Moretti viene considerato una sconfessione della strategia precedente, cioè concentrarsi sulla difesa e vendere le attività civili. Vedremo se questi timori prenderanno corpo.

Quanto alla Cdp, già i governi Monti e Letta l’hanno usata come paracadute per il Tesoro, con partite di giro finanziarie per recuperare risorse e tamponare crisi aziendali e costringendo i vertici a fare e disfare le strategie come Penelope la celebre tela. Se è così, siamo allo stato barelliere non allo stato imprenditore.

La resa dell’Alitalia, il flop dell’Ilva, la ritirata della grande industria, la caporetto della telefonia, tutto ciò non depone a favore di un rilancio degli investimenti. Eppure è da qui che viene la vera spinta da domanda, infatti l’aumento dei consumi, pur necessario, oltre un certo livello accresce il deficit estero quando l’apparato industriale è talmente indebolito da non far fronte alla domanda

A questo punto, il governo italiano dovrebbe concentrarsi su alcune priorità per catalizzare le risorse disponibili, chiamando a raccolta i soggetti imprenditoriali interessati, non solo italiani, ma anche stranieri. L’italianità si difende meglio con gli obiettivi strategici che con la golden share. Una nuova conferenza per l’energia dalla quale emergano alcune linee di fondo, ad esempio, sarebbe più che urgente. Così come un coordinamento delle infrastrutture di trasporto (strade, porti e aeroporti) abbandonate ai nuovi padroni. Non vecchi e illusori piani di settore, ma scelte che impegnino il governo e chiedano a tutti comportamenti conseguenti. Renzi sa bene che la politica economica non si esaurisce con il pareggio del bilancio pubblico, ma deve mettere in campo idee, strumenti e uomini per aprire il vero cantiere dello sviluppo.

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