4 Giugno Giu 2014 0930 04 giugno 2014

Capire la lingua di Massimo Troisi

Capire la lingua di Massimo Troisi

Massimo Troisi

«Non lo so, Vincenzo, se devo essere sincera...»
«No! Perché? Mica... Puoi dire pure una bugia,
stamm'tutt'e due chi se n'accorge? Non lo so, cioé... Resta».

Scusate il ritardo , 1983

E poi niente, i titoli di coda. Ogni volta faceva così, quando sembrava che dovesse iniziare la storia, quando alla fine si decideva ad alzare la voce sopra il volume dell'intellegibile, quando sembrava che stesse per prendere in mano le redini della sua vita, arrivavano i titoli di coda. Per tutto il film avevi sperato che facesse qualcosa, che prendesse una decisione sensata, che la smettesse di farfugliare e iniziasse finalmente a parlare chiaro. Ma finiva sempre per non darti la soddisfazione. Forse è per questo che ci manca tanto, a noi che non siamo napoletani e gli siamo stati contemporanei solo per un pelo. Solo per una coincidenza fortuita lo abbiamo incrociato e sentito biascicare e ci siamo chiesti cosa diavolo stesse dicendo. E quando abbiamo affinato l'orecchio su quella lingua inesistente, che non è dialetto ma nemmeno italiano, lui ha pensato bene di chiudere con la vita. Il 4 giugno del 1994, senza darci la soddisfazione di vederlo invecchiare.

Massimo Troisi per me è qualcosa di inspiegabile, come Moretti. È inspiegabile perché, pur non avendolo vissuto direttamente, pur non essendo legato a lui da quelle radici geografiche che sembrano tanto importanti — da trasformarlo in un santariello, in una maschera tradizionale — io lo capisco comunque. E l'ho sempre capito, anche quando non sapevo di cosa stesse parlando. Scusate il ritardo era il secondo film, ed è il mio preferito. Ha quel titolo che è così vicino al suo ideatore, al poeta della giustificazione non richiesta. Che quando sa di aver sbagliato si stringe nelle spalle e si ingozza con le sue parole. Per niente, poi. Scusate il ritardo perché ci ho messo tre anni a fare il mio secondo film e a finire quello che avevo iniziato: la consacrazione di me stesso. La comicità dimessa, che se dovessi spiegarla a qualcuno che non ha l'ha mai visto, non la troverebbe comica per niente. Tragica, disperata, senza via di scampo.

È un compito ingrato scrivere di Troisi a vent'anni dalla sua morte e forse non dovrei. Avrei voluto sentire qualcuno che mi raccontasse qualcosa, per riempire un po' di righe di fatti, e svuotarle di un po' di ragionamenti, ma nessuno se l'è sentita. È un compito ingrato perché di Troisi hanno già scritto in tanti e non vale nemmeno la pena raccontare di nuovo la sua storia, perché che storia è? Niente di diverso da quello che metteva nelle pellicole, da quello che costruiva sul palco, sciorinando quel suo grammelot apocrifo e mettendosi a ridere proprio quando tutti pensavano che avrebbe pianto. Troisi non era un clown triste e non c'entrava più niente con Eduardo. Troisi era già andato oltre, era entrato a far parte di quella schiera di comici che presto avrebbero cominciato a schiaffare la realtà brutale in faccia al pubblico. E faceva ridere sì, ma prima bisognava capirlo, incastonarlo nella quotidianità, uscire dal guscio dello spettatore e diventare suoi amici. Perché quella di Troisi è una comicità che passa per l'empatia, agli indifferenti non fa niente.

Io sono nato e cresciuto a Milano, ho visto Napoli per la prima volta a ventinove anni. Ho visto Ricomincio da tre a dodici anni. Ho visto Non ci resta che piangere a sette. La Smorfia l'ho scoperta dopo, tappando i buchi. In mezzo, da qualche parte, ho visto Il postino e mi ricordo perfettamente che si portava dietro la consapevolezza che sarebbe stato l'ultimo film con dentro quello sguardo. Chi ha detto che Troisi è stato il primo a togliere gli schiamazzi dalla commedia napoletana ha sbagliato: quella non era commedia napoletana. Certo, c'era Napoli — che città grandiosa! — e quella venatura di vittimismo e quel modo di essere sempre scampati, alla miseria, alla fortuna, a tutt'e cos', ma la sua non era commedia. La commedia è mettere su un sipario, è invitarti per infiniti caffè nella speranza che prima o poi rifiuti, è schiamazzare da una parte all'altra della strada per tirarti dentro in qualche dubbio affare. Quello di Troisi era realismo italiano, mondiale, universale. Per questo veniva così facile capirlo anche a me, che di Napoli non ho mai saputo quasi niente.

È come Maradona, lo vedo e non so cosa sta facendo ma non riesco a smettere di guardarlo. Mi emoziona a un livello talmente profondo da illudermi di capire il calcio, ma quando ritorno alla realtà sono di nuovo un analfabeta.

Vedere recitare Troisi, però, non era spettacolare. Era una faccenda intima, faceva sentire come se Maradona ti stesse confidando un segreto, a pochi centimetri dalla faccia, a pochi minuti da una partita importante: lui si avvicina e ti dice quello che ti deve dire, e tu ti senti baciato da un dio in piena faccia. Poi entra in campo e segna tre gol. Per tutto il tempo in cui ti ha parlato hai saputo chi era, che cosa era capace di fare fare, ma dal momento che se n'è andato, lasciandoti lì come un fesso a chiederti se ti ha preso in giro, per tornare in campo e segnare i tre gol, è cambiato tutto. E la tua emozione nel vederlo giocare è diventata un'altra cosa, come veder tornare un amico dopo tanto tempo ma non essere sicuro di quanto si fermerà.

Anna Pavignano, che era stata sua compagna — una delle, si dice — sua coautrice dei primi anni e che qualche tempo fa ha scritto una biografia intitolata Da domani mi alzo tardi (e/o, 2007), diceva che la cosa più frustrante di Troisi è che con lui non ci si riusciva ad arrabbiare. O meglio, ci si infuriava, ma non lasciava la soddisfazione di sfogarsi perché aveva due alternative: o si rattrappiva, o se ne andava. O ti faceva sentire peggio, o ti toglieva da sotto gli occhi l'oggetto della rabbia. Usciva l'attore, l'istrione, la commedia e smetteva di esistere la persona. E così torniamo all'inizio di questa storia: i titoli di coda. Quando tutto sembra compiuto, quando mi sembra di aver capito, di avere finalmente sotto mano la chiave con cui scrivere l'articolo, lui mi toglie la consapevolezza. Perché era anche una maschera, come tutti gli attori, e quindi forse dopotutto non ci ho capito niente nemmeno io. Che non sono napoletano e solo per poco gli sono stato contemporaneo. Però se lo avessi qui, adesso che sono vent'anni che non esiste, una confessione gliela farei. Massimo, gli direi, se devo essere sincero.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook