4 Giugno Giu 2014 1900 04 giugno 2014

Pdl, Pd e magistrati: la cricca del Mose pagava tutti

Inchiesta Venezia

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Nate per fermare l’acqua alta a Venezia, le dighe mobili del Mose non sono riuscite però a bloccare l’onda lunga della corruzione nella politica italiana. E con le richieste di arresto per il sindaco Giorgio Orsoni e l’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan, accusati di finanziamento illecito ai partiti, il Laguna Gate - una «Tangentopoli peggiore» della prima secondo il pm Carlo Nordio - rischia di spazzare via in un colpo solo più di quindici anni di governo di questi territori, colpendo sia il centrodestra sia il centrosinistra. Soldi a pioggia, per tutti. Persino per la Fondazione Marcianum fondata dall’allora patriarca Angelo Scola vicino a Comunione e Liberazione, attuale arcivescovo di Milano. Sono 40 i milioni di euro sequestrati agli indagati dalla Guardia di Finanza di Venezia. E la marea rischia di arrivare fino alle guglie del Duomo, incrociando l’inchiesta sull’Expo 2015, altra indagine della magistratura che ha scoperchiato un sistema di corruzione e associazione a delinquere che spazia dal governo fino agli enti locali, dalla magistratura a pezzi delle forze dell’ordine. La storia lombarda si ripete in Veneto e s’incrocia con la solita cricca capace di pagare mazzette per gli appalti smuovendo i gangli della pubblica amministrazione, senza guardare in faccia alcun colore politico. 

C’è di tutto nelle 700 pagine di ordinanza di custodia cautelare che hanno portato agli arresti 35 persone, tra politici, imprenditori, manager, magistrati della Corte dei Conti e persino ex capitani della Guardia di Finanza. Ma - come ha spiegato Nordio - ci sono prove «schiaccianti» sul sistema di corruzione che si è sviluppato in questi anni all’ombra del Mose, con l’ex numero uno della Mantovani Giorgio Baita che avrebbe tenuto sotto stipendio per diversi anni l’ex governatore e ministro all’Agricoltura Galan o del Pdl. Oppure su come le cooperative rosse avrebbero finanziato la campagna elettorale di Orsoni e persino dello stesso Partito democratico, con le feste che ogni anno si svolgono d’estate. Ora ci saranno gli interrogatori di garanzia. E arrestati, 35, e indagati, 100, dovranno spiegare ai magistrati le loro posizioni. Ma l’inchiesta sul Mose non nasce da ieri. Parte da molto lontano. E ruota intorno ai primi arresti eccellenti dello scorso anno quando, a finire in manette, fra gli altri furono appunto lo stesso Baita, titolare di una fra le principali aziende di costruzione del Nordest, e poi Giovanni Mazzacurati che, al momento del fermo, si era da poco dimesso dai vertici del Consorzio Venezia Nuova

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, in particolare, Baita, fermato il 28 febbraio del 2013, assieme a Nicolò Buson, che lavorava sempre alla Mantovani, a Claudia Minutillo, imprenditrice ed ex segretaria personale di Galan, e a William Colombelli, broker attivo a San Marino, avrebbero creato, attraverso un giro di fatture false, fondi neri indirizzati poi su conti esteri, che sarebbero serviti, almeno in parte, per finanziare politici e partiti, di ogni schieramento, durante le campagne elettorali. L’inchiesta ha toccato ora la politica. E persino del governo, perché nelle pagine dell’ordinanza i magistrati hanno messo a fuoco la presunte pressioni sul governo del Consorzio Venezia Nuova che, scrive il Gip, «si comporta come una vera e propria lobby o gruppo di pressione per ottenere le modifiche normative dinteresse».

Lo sblocco dei 400 milioni di euro e tangenti a pioggia

Come si legge nelle carte, la cricca sul Mose si era già mossa nel maggio del 2010, sotto il governo di Silvio Berlusconi, per ottenere una modifica al tetto del 15% al dello stanziamento dei fondi Fas (Fondo aree sottoutilizzate) per avere 400 milioni di euro per il sistema delle dighe mobili attraverso una delibera Cipe. Mazzacurati, presidente del consorzio, secondo il Gip, si sarebbe potuto muovere su più livelli. Avrebbe avuto le rassicurazioni del “Dottore”  Gianni Letta, all’epoca sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Avrebbe potuto contare sui funzionari del ministero come il capo di Gabinetto Lorenzo Quinzi. Soprattutto avrebbe avuto dalla sua parte Marco Milanese, l’ex braccio destro del ministro dell’Economia GIulio Tremonti, che per i servizi forniti sarebbe stato corrotto con mezzo milione di euro. In questa partita il ruolo di protagonista sarebbe stato di Mazzacurati con l’aiuto di Roberto Meneguzzo, amministratore delegato di Palladio Finanziaria, già consulente di amministrazioni di centrosinistra e centrodestra.  

Dalle intercettazioni telefoniche citate dal Gip nell’ordinanza si legge che «Meneguzzo chiama Mazzacurati» e «si capisce che Meneguzzo avvisa Mazzacurati che il giorno dopo (12 maggio 2010) il Cipe delibererà il finanziamento al Mose, come dettogli dal “nostro amico”, l’appellativo di Marco Milanese». Inoltre, nella stessa telefonata, emerge che Milanese, attraverso l’ad di Palladio e dal 2008 anche consulente del Consorzio Venezia Nuova, «sollecita Mazzacurati di interrompere i contatti con il ministero delle Infrastrutture, facendo capire che ormai è lui (Milanese) che si occupa della questione». Un’ora dopo «aver ricevuto le rassicurazioni da Meneguzzo, Mazzacurati - continua il Gip - prosegue i contatti con i principali consorziati del Mose, sempre al fine di raccogliere i soldi, frutto delle retrocessioni, per pagare la tangente a Milanese e Meneguzzo per il loro proficuo interessamento per lo sblocco dei finanziamenti del Mose». Il 13 maggio 2010 il Cipe effettivamente adottò la delibera per lo stanziamento dei fondi da destinare al Mose e Paolo Emilio Signorini, capo del Dipe, il braccio operative del Cipe, «chiama Mazzacurati e gli spiega il contenuto della delibera (...) risultando in definitiva che l’intervento di Milanese è stato determinante ai fini dell’introduzione di una norma ad hoc per salvare il finanziamento di 400 milioni di euro per il Mose».


Il Dottor Letta

I soldi alla politica

Nel polverone finiscono esponenti di Forza Italia, ma anche del Partito democratico. Galan, ma anche l’assessore Renato Chisso e l'ex potente europarlamentare Lia Sartori, tutti respingono le accuse, sarebbero stati a libro paga di Baita per diversi anni, sin dal 2005, e il denaro sarebbe servito «per agevolare il Gruppo Mantovani nella presentazione e nell’iter burocratico relativi ai project financing che le società del gruppo Serenissima Holding presentavano in Regione». Fra le contestazioni a Galan ce n’è una particolare: aver ottenuto il pagamento della ristrutturazione della propria villa di Cinto Euganeo dalla parti di Padova. Nel 2007/2008 fu ristrutturato il corpo principale e nel 2011 la barchessa dal Tecnostudio Srl a portarli a termine «che sovrafatturava alla Mantovani alcune prestazioni effettuate presso la sede Mantovani e presso il Mercato Ortofrutticolo di Mestre». Per la reggia Galan non avrebbe speso un soldo: con le fatture false l’unica a pagare era la Mantovani. Per la ristrutturazione la Mantovani avrebbe sborsato 1.100.000 euro. Minutillo, segretaria di Galan, in un interrogatorio riporta le lamentele di Baita sul fatto che Galan «costasse troppo».


Il foglietto

C’è poi il Pd. Oltre alla vecchia conoscenza Lino Brentan, ex tessera del Pci e ex amministratore delegato della Padova-Venezia già condannato, compare Giampietro Marchese, consigliere regionale del Pd, anche lui in carcere, esponente di spicco dei democratici in Veneto, anche lui accusato di aver ricevuto finanziamenti illeciti per la sua campagna elettorale. La somma che avrebbe ricevuto ammonta a circa 58mila euro, grazie a una serie di fatture false per operazioni inesistenti versate dalla cooperativa Co.Ve.Co per 33mila euro e Selc per 25mila euro. Nelle carte dell’inchiesta c’è pure un foglietto scritto a mano, sequestrato nel luglio 2013 a una dipendente del Coveco, con le “erogazioni” effettuate dalla coop fino all’11 ottobre 2011. Si leggono i nomi di Marchese, ma anche quelli del consigliere regionale del Pd Lucio Tiozzo (33mila euro), della Fondazione Marcianum (100mila euro), il polo pedagogico-accademico fondato a Venezia dall’allora patriarca Angelo Scola, il Pd provinciale di Venezia (33mila) e il Premio Galileo a Padova (15mila euro). Tiozzo ha dichiarato di aver ricevuto il finanziamento in modo lecito, e di averlo dichiarato ufficialmente al Consiglio Veneto in occasione delle regionali 2010.

Il magistrato della Corte dei Conti per velocizzare i lavori

In un interrogatorio di Mazzacurati viene fuori che la cricca avrebbe avuto un contatto persino alla Corte dei Conti, nello specifico con il magistrato Vittorio Giuseppone. L’imprenditore precisa «che iniziarono i pagamenti a questo magistrato poichè Consorzio Venezia Nuova aveva ritardi a fastidi con la Corte dei Conti». I pagamenti iniziarono alla fine degli anni ’90 fino a cinque e sei anni, cioè dal 2008. «I pagamenti» si legge nelle carte «avvenivano attraverso Luciano Neri e lo stesso gli confessò di essere tenuto per lui una parte dei soldi che Mazzacurati gli aveva dato per Giuseppone: tanto che Neri aveva un conto a Londra con un milione di euro». 

I pagamenti a Giuseppone, a quanto pare, sarebbero stati a rate di 150 mila euro all’anno, ma a si poteva arrivare «fino a 400mila». Servivano in pratica a velocizzare le procedure di controllo della Corte dei Conti. Mazzacurati lo spiega in un interrogatorio: «Noi avevamo un problema principale che era quello della velocità. E doveva essere organizzato tutto, doveva essere seguito in modo che potessimo ogni anno avere la quota di registrazione». I pagamenti «spot» alla Corte dei Conti vengono confermati anche da Baita. «Io ricordo alcuni importi. Era regolare, gran parte degli importi li portava Buson a Neri e tenevano una contabilità di dare/avere. Io ricordo di un fabbisogno spot per la Corte dei Conti nell’occasione della registrazione di convenzioni è stato per la parte Mantovani, ma Mantovani era un pro quota di 600mila euro che io ho consegnato all’ingegner Neri in piazzale Roma». 

Dal Mose fino all’Expo 2015

Tra Milano e Venezia ci sono 280 chilometri che non sono mai stati così vicini, grandi opere stesse imprese, soliti nomi. Perché se quella di Expo è stata ribattezza “la cupola” degli appalti, a Nord-Est non si può dire, stando alle indagini, il contrario. Non sono pochi e sono pesanti i nomi che entrano ed escono dagli affaire Expo e Mose: se la famiglia Maltauro con le sue imprese da Vicenza attraversa tutta la macroregione del Nord, sulle aree dell’esposizione universale 2015 ritroviamo la Mantovani spa di Mestre (che si è aggiudicato l’appalto per la costruzione della cosiddetta “Piastra” di Expo, cioè l’appalto più importante) col suo presidente Piergiorgio Baita, socio e amministratore in altre società con Claudia Minutillo, ex segretaria dello stesso Giancarlo Galan, e la Coveco (anche la Coveco è nei cantieri di Expo all’interno di un raggruppamento di imprese guidato proprio dalla Mantovani) che oggi vede il suo presidente Franco Morbiolo indagato nell’inchiesta della procura lagunare.

Sotto la lente degli inquirenti finisce anche Altero Matteoli, ex ministro dell’Ambiente e delle Infrastrutture, la cui posizione sarà vagliata dal Tribunale dei ministri. Matteoli ha fatto sapere di voler far chiarezza sulla vicenda, dopo l’invio degli atti dalla procura al Tribunale dei Ministri, in seguito ad alcuni verbali degli stessi Baita, Mazzacurati e del responsabile amministrativo della Mantovani Nicolò Buson. Oltre al nome di Matteoli, emerso nell’inchiesta sull’affidamento degli appalti da parte del Magistrato alle acque al Consorzio Venezia Nuova per gli interventi per la salvaguardia della laguna e anche per le bonifiche, nei verbali, secondo quanto riportato nei giorni scorso anche dal Corriere della Sera, ci sarebbe anche il nome dell’imprenditore romano Erasmo Cinque.

Il nome di Cinque avvicina ancora di più il Veneto a Milano ed Expo: il presunto giro di tangenti riguardante gli affidamenti sarebbe stato “facilitato” da Cinque, socio con il 40% della società So.Co.Stra.Mo., anche questa nell’appalto della Piastra Expo con la capofila Mantovani. Secondo gli inquirenti, in un altro filone dell’inchiesta sul Mose, grazie alle insistenze del parlamentare il costruttore sarebbe entrato nell’appalto per bonifiche dei terreni inquinati di Porto Marghera.

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