6 Giugno Giu 2014 0815 06 giugno 2014

Super Cantone, l’illusione dell’uomo solo al comando

Super Cantone, l’illusione dell’uomo solo al comando

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«Lei è qui per amore o per forza? Questa quasi impossibile scommessa contro la Mafia è sua o di qualcuno altro che vorrebbe bruciarla? Lei cosa è veramente, un proconsole o un prefetto nei guai?». Correva l’anno 1982 e Giorgio Bocca pone questa domanda al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, arrivato da poco a Palermo, su mandato dell’allora governo Spadolini, in funzione di prefetto per iniziare quella che sarebbe dovuta essere una guerra senza quartiere a Cosa Nostra. L’intervista di Bocca, pubblicata su Repubblica il 10 agosto del 1982, è l’ultima che Dalla Chiesa rilascerà alla stampa prima di morire per mano mafiosa il 3 settembre dello stesso anno.

Un generale-prefetto spedito a Palermo per risolvere “l’emergenza” mafia. Senza poteri. Alla domanda sull’assegnazione dei poteri, Dalla Chiesa rispose: «Vedremo a settembre. Sono venuto qui per dirigere la lotta alla Mafia, non per discutere di competenze e di precedenze». L’aspetto emergenziale sempre sullo sfondo, come negli anni dell’antiterrorismo, ma quella volta il conferimento dei poteri dal governo non arrivò mai. Arrivò prima Cosa Nostra e i suoi sicari.

Beato il Paese che non ha bisogno di eroi. Evidentemente l’Italia non è un paese beato e l’emergenza è all’ordine del giorno. Emergenze che non sono emergenze, ma fenomeni ormai endemici e male affrontati. D’altronde era lo stesso Dalla Chiesa, ormai trentadue anni fa a dire che «salvo rare eccezioni la Mafia uccide i malavitosi, l’Italia per bene può disinteressarsene. E sbaglia». E oggi la situazione è quella che è: punti di contatto tra criminalità organizzata, politica, imprenditoria e finanza sono all’ordine del giorno e scatta la nuova “emergenza corruzione”. Norme emergenziali e disorganiche, come ha ricordato anche il procuratore di Venezia Carlo Nordio in occasione degli arresti nell’ambito dell’inchiesta sul Mose di Venezia, che rendono di difficile applicazione la legge, e la solita nomina dell’uomo solo al comando.

1992, dieci anni dopo Dalla Chiesa, Giovanni Falcone, fa la strada inversa: da Palermo arriva al ministero di Grazia e Giustizia a Roma. Nell’intenzione del magistrato c’è la creazione della Procura nazionale antimafia. In sospeso Falcone ha lasciato l’indagine che, in pochi lo ricordano, avrebbe potuto legare i fili tra la “tangentopoli” milanese, gli appalti in Sicilia e le vicissitudini del gruppo Ferruzzi. Quell’indagine, “mafia e appalti” fu poi archiviata, dopo che lo stesso Falcone e Paolo Borsellino ci misero gli occhi sopra. Riannodare il filo delle tangenti da nord a sud è costato la vita ai due magistrati.

Ventidue anni dopo tra grandi opere e tangenti, mafia e corruzione attraversano di nuovo l’Italia e arriva la nomina di Raffaele Cantone all’authority anticorruzione. Il tutto affrontato come una “nuova” emergenza. Ancora una volta. Così Cantone arriva a vigilare sulle procedure di Expo dopo che gli appalti più importanti sono stati assegnati. Non solo. Dopo due mesi e mezzo dalla nomina - era il 27 marzo scorso quando la Commissione Affari Costituzionali del Senato ha approvato all’unanimità con 24 sì la scelta del premier Matteo Renzi di nominarlo presidente dell’Autorità dell’anticorruzione - il magistrato, di fatto, non ha ancora poteri per agire.

Il “decreto Cantone”, scrive il Sole 24 Ore, dovrebbe arrivare nel corso del prossimo consiglio dei ministri. Il problema è proprio quella corruzione trattata da “emergenza” e l’illusione che un solo uomo possa risolvere le criticità. Hanno centrato il punto ieri sia il procuratore di Venezia Nordio nel corso della conferenza stampa a margine degli arresti sul Mose, sia lo stesso Raffaele Cantone in una intervista al Tg1. «Al di là dell’inchiesta di oggi — ha dichiarato il primo — voglio ricordare quanto scrissi già 15 anni fa: una delle cause della corruzione deriva dalla farraginosità delle leggi, dal numero delle leggi e dalla loro incomprensibilità, e da una diffusione di competenze che rende difficile individuare le varie responsabilità. Se è consentito al magistrato — ha proseguito Nordio — dare un messaggio forte, per ridurre, se non eliminare, la corruzione la strada è la riduzione delle leggi e l’individuazione delle competenze. Alzare le pene, come si continua a fare, e contemplare nuovi reati non serve assolutamente a niente, come dimostra questa inchiesta dove si può dire che le forze politiche non hanno imparato nulla dal passato. Unica differenza è che oggi il sistema è molto più sofisticato».

Sulla stessa lunghezza d’onda Cantone: «dove ci sono le grandi opere ci sono anche grandi deroghe dietro le quali spesso si annida la corruzione. Il sistema degli appalti è da ripensare perché ormai fa acqua da tutte le parti». E ancora una volta non può essere “l’uomo solo al comando” a risolvere la situazione, che non è più emergenza ma quotidianità. A meno che qualcuno, come chiedeva Giorgio Bocca al generale Dalla Chiesa, non abbia intenzione di bruciarlo...

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