11 Giugno Giu 2014 1830 11 giugno 2014

#Brasile 2014 sarà il Mondiale dei solisti

#Brasile 2014 sarà il Mondiale dei solisti

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C’è una partita giocata prima dei Mondiali, che può dire come sarà il torneo brasiliano. Lo scorso il 19 novembre, in Svezia, la nazionale padrona di casa ha affrontato il Portogallo nel ritorno degli spareggi per accedere a Brasile 2014. Una partita che, alla fine, ha visto vincere gli ospiti per 3-2, che si sono così qualificati al Mondiale. Il risultato finale è stato di 2-3. Due gol di Zlatan Ibrahimovic, tre di Cristiano Ronaldo. La prestazione del portoghese, in particolare, “obbligò” la Fifa a riaprire le votazione per l’assegnazione del Pallone d’oro 2013, che due mesi dopo fu in effetti assegnato a Cristiano Ronaldo. Oltre al prestigioso premio, quel match rischia di influenzare un intero torneo. Già, perché Brasile 2014 potrebbe tornare ad essere, dopo la scomparsa del numero 10 e il trionfo del tiqui taqa, il Mondiale dei solisti. A dirlo sono alcune statistiche, il numero di grandi individualità presenti e l’andamento dei due ultimi Mondiali.

Partiamo da un presupposto. Da un punto di vista puramente “storico”, l’ultimo decennio ha visto la morte del numero 10 così come lo abbiamo conosciuto. I club – e a ruota le nazionali – hanno virato su altri sistemi di gioco, basati più sul coinvolgimento di tutta la squadra nella manovra di gioco che all’affidamento all’estro isolato di singoli, ingabbiati a volte in sistemi di fantasia talmente complessi da ottenere l’effetto contrario di snaturane la vena estrosa. In quest’ultimo caso, vale su tutti l’esperimento del “quadrato magico” che il ct brasiliano Carlos Alberto Parreira gettò in campo al Mondiale di Germania 2006. Un disastro: troppi numero 10 in un pollaio solo portarono al naufragio dei campioni del mondo in carica. Far convivere Ronaldinho, Kakà, Ze Roberto e Ronaldo fu impossibile, in un’epoca in cui i solisti andavano bene se inseriti in un contesto di gioco che gli inglesi chiamato Teamplay e noi “gioco di squadra”.

Alla luce di questa considerazione, non dev’essere allora un caso che proprio al Mondiale tedesco vinse una squadra senza cannonieri. Ve la ricordate, l’Italia di Lippi? Difesa di ferro, certo, ma senza catenaccio (vedi i cambi effettuati dal ct nella semifinale contro la Germania a Dortmund) e dove tutti erano utili alla causa. I cannonieri azzurri furono un attaccante (Luca Toni) e un difensore (Marco Materazzi), entrambi con sole 2 reti. Un trend che, se comparato con i Mondiali 2002 e 2010, fu esteso a tutta la competizione. Basta guardare le statistiche dei capocannonieri. In Giappone e Corea, 12 anni fa, Ronaldo vinse la classifica con 8 reti; seguirono Rivaldo e Klose con 5, quindi Tomasson e Vieri con 4 gol.

Nel 2002, il calcio viveva una fase di transizione importante, a livello tattico, verso la fine del numero 10 che ancora però resisteva. Fu così un Mondiale ibrido sul piano del gioco, dove ancora spiccavano le individualità. L’Olanda del calcio totale che nel 2000 aveva raggiunto la semifinale degli Europei non si qualificò nemmeno. L’Italia aveva sì un numero 10 come Totti, ma che male si sposava con il calcio poco avvezzo allo spettacolo come quello di Giovanni Trapattoni, che nel frattempo aveva pure lasciato a casa Roberto Baggio. La Spagna non era quella del tiqui taqa e fece ancora la figura dell’eterna incompiuta ( gli fu pure scippata la semifinale contro la Corea del Sud, ma questa è un’altra storia), la Germania giocò un Mondiale essenziale, senza fronzoli ma efficace grazie a Klose. A vincere fu così il Brasile, che ancora poteva contare su un numero 10 vecchia maniera come Rivaldo.

Dal 2006, qualcosa come detto è cambiato. A cominciare dalla classifica cannonieri. In Germania la vinse Klose con 5 reti (contro le 8 di Ronaldo del 2002); seguirono Podolski con 4 reti, poi Crespo, Maxi Rodriguez, Ronaldo, Henry, Zidane, Torres Villa con 3 reti. Fu quindi il Mondiale del teamplay. Oltre al caso dell’Italia, spicca la Francia che contava sì su singoli importanti (Zidane, Ribery, Henry), ma inseriti in un contesto di gioco collettivo dove in sostanza tutti facevano tutto. Un atteggiamento che in molti chiamano calcio totale e che ha avuto la terza massima espressione (dopo i fasti degli anni settanta e quelli del Milan di Sacchi) nel quadriennio tra il 2006 e il 2010, sotto forma dell’ormai leggendario tiqui taqa. Il Barcellona in questo lasso di tempo (compreso il 2011) si è portato a casa 3 Champions League tra Rijkaard e Guardiola, mentre la nazionale spagnola ha vinto l’Europeo 2008 e il Mondiale 2010. In Sudafrica, la Roja ha affrontato l’Olanda: due squadre cioè che fanno del calcio totale il proprio marchio di fabbrica. Un trend che, anche in questo caso, si è riflesso sulla classifica cannonieri, molto più simile a quella del 2006 che a quella del 2002. Pure in Sudafrica l’asticella dei gol necessari a vincere la scarpa d’oro fu più bassa di quota 8. Muller, Villa, Sneijder e Forlan siglarono 5 reti, mentre Klose, Higuain, Vittek ne fecero  4.
 

Ma se nel calcio conta pure la fisica, allora occorre ricordare che ad un’azione ne corrisponde una uguale e contraria. Nelle ultime stagioni, molti grandi club si sono attrezzati per contrastare il dominio Blaugrana. C’è chi ha puntato su un gioco di squadra basato su tattica e forza fisica, ma senza l’ossessione per il palleggio (Simeone con l’Atletico Madrid) e chi ha deciso di provare a replicarlo altrove, come ha fatto lo stesso Guardiola con il Bayern Monaco. E c’è chi lo ha fatto puntando sulla forza dei singoli, vedi il caso del Real Madrid di Gareth Bale e Cristiano Ronaldo. Nell’ultima stagione, in particolare, le Merengues hanno vinto la decima Champions grazie all’apporto dei singoli: lo stesso Ronaldo ha abbattuto il precedente record di gol segnati una sola coppa europea facendone 17 e vincendo per la seconda volta consecutiva la classifica cannonieri della “Coppa dalle grandi orecchie”.

Sono così nate le grandi battaglie, in Spagna e in Europa, tra il Portghese e Messi a suon di record di reti e palloni d’oro: 6 in totale i premi, 4 per l’argentino. Nel frattempo, i due contendenti sono arrivati in quell’età in cui i calciatori raggiungono la maturità calcistica: 29 anni per Cristiano Ronaldo, 27 per Messi. I due sono chiamati alla consacrazione in nazionale. Il Portogallo non hai mai fatto una finale mondiale e si appoggia a suo numero 7; l’Argentina è alla continua ricerca dell’erede definitivo di Maradona e fino ad oggi Lionel non lo ha mai eguagliato in maglia albiceleste.

Ma Brasile 2014 attende tante altre stelle, forse mai così tante come in questa edizione. Molti di loro, come Messi e Cristiano Ronaldo, sono in attesa della consacrazione in maglia nazionale: da Wayne Rooney (29 anni, mai una vittoria in maglia dei Tre Leoni) a Robin Van Persie e Arjen Robben (31 e 30 anni e una finale persa nel 2010), passando per i tedeschi Muller, Ozil, lo stesso Klose e tutto il gruppo che tra il 2006 e il 2012 è sempre arrivato tra le prime 4 tra Mondiali ed Europei. E poi ci sono i giovani rampanti, da Paul Pogba a Neymar, attesissimo con la Seleçao. Tutte individualità pronte a contrastare la Spagna. Fra circa un  mese sapremo se l’epoca del tiqui taca, almeno a livello iridato, sarà declinata o meno.

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