12 Giugno Giu 2014 0815 12 giugno 2014

Backshoring: tornano le imprese, non il lavoro

Backshoring: tornano le imprese, non il lavoro

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Costi di spedizione, dazi doganali, tasse, instabilità di valute e aumento delle retribuzioni. Sono molte le imprese italiane che per questi e altri motivi, hanno deciso di cominciare il processo di “backshoring” o rilocalizzazione, ossia la ricollocazione della produzione aziendale nel territorio d’origine. In Italia il gruppo di ricerca l’Uniclub Backshoring (composto dalle Università dell’Aquila, Bologna, Catania, Modena, Reggio Emilia e Udine) si è occupato negli ultimi anni di studiare il fenomeno e ha dimostrato che l’Italia è il primo Paese europeo per numero di “ritorni in patria”.

Se infatti dal 2007 al 2012 in Europa si è visto un alto numero di rientri della produzione con un aumento del 54%, passando dai 44 del 2009 ai 68 del 2012, è in Italia che si registra un record significativo: «Dieci anni fa potevamo parlare di casi isolati e controcorrente, oggi invece si sta affermando un trend di backshoring a livello globale che vede l’Italia protagonista, con il 60% di tutte le rilocalizzazioni europee», spiega Luciano Fratocchi, docente di ingegneria all’Università dell’Aquila.

Sui 304 analizzati, il dato che è emerso è che la maggior parte delle operazioni di rilocalizzazione ha riguardato aziende del settore del vestiario e delle calzature, “tornate” dalla Cina, da altri Paesi asiatici e dall’Est Europa, seguite dalle aziende del settore meccanico, rientrate (oltre che dalla Cina) principalmente dall’Europa occidentale e da quella dell’Est. Lo studio di Uniclub non si è limitato alle tipologie di aziende che decidono di ritornare, ma ha analizzato anche le motivazioni che le hanno spinte.

Perché tornare in Italia

Alla domanda «Perchè ritornate in Italia?» le risposte sono state molte. Per il 42%, la ragione principale del ritorno è l’effetto positivo che ha il made in Italy sul consumatore, associato a prodotti di buona manifattura; il 24% ha indicato come motivazione per operazioni di backshoring lo scarso livello di qualità della produzione off-shored; mentre la terza ragione (per il 21%) è la necessità di un’attenzione maggiore verso i bisogni del clienti; per il 18% la pressione sociale nel paese di origine; per il 16% il fatto che ci sia un più elevato livello di competenze nel Paese d’origine; per il 13% la disponibilità di capacità produttiva a seguito della crisi economica nel Paese di origine e la riduzione del divario del costo del lavoro; infine, per l’11%, minor costi logistici nel Paese d’origine.

Le ragioni del backshoring | Create Infographics

Teresa Polti, amministratore unico della Polti Spa, piccolo colosso nel mondo degli elettrodomestici, spiega così la loro scelta: «La produzione Polti non è mai stata trasferita completamente in Cina. I prodotti top di gamma sono stati sempre realizzati nello stabilimento di Bulgarograsso, in provincia di Como. In Cina, per esigenze di competitività, ci si rivolge prevalentemente per i prodotti entry level, accessori e componenti. Dal 2005 al 2008 abbiamo riportato gradualmente in Italia la produzione degli accessori e dei componenti così come la produzione delle macchine del caffè. Tra le motivazioni c’è l’attenzione che possiamo dedicare alla qualità e alla immediata disponibilità del prodotto. Tramite un’analisi attenta dei costi abbiamo verificato che i costi di importazione a volte  possono annullare il vantaggio del minor costo di produzione la collaborazione con fornitori italiani o europei».

Secondo Enzo Baglieri, professore associato all’Univeristà Bocconi ed esperto di gestione della tecnologia e dell’innovazione, «molte aziende hanno scelto di delocalizzare per avere maggior competitività e flessione in particolare sui costi di produzione. Ma quello che in molti casi non si è calcolato è che ai costi di produzione occorre aggiungere anche quelli della logistica, dei costi di trasposto, e l’approvvigionamento delle materie prime». In particolare i costi di trasporto hanno un peso determinante. Per portare le merci dalla Cina all’Italia nei container, occorre una settimana di tempo e i costi si aggirano attorno ai 7-8mila euro. «La spesa ha senso se il valore delle merci trasportate compensa i costi di trasporto, altrimenti non conviene».

Intoppi cinesi

Portare lontano la produzione significa anche creare una Supply Chain o «catena di fornitura» difficile da controllare: fornitori di materia prima, produttori, fornitori di servizi, vettori trasportatori dei prodotti creati e consumatori finali possono trovarsi a migliaia di chilometri di distanza, interconnessi in una catena dalle maglie troppo allentate. Basta un piccolo intoppo perchè tutto salti. Un esempio è lo sciopero nel 2012 di migliaia di dipendenti di una fabbrica del gruppo Foxconn che produce l’iPhone5 a Zhengzhou, nel centro della Cina. Il China Labour Watch aveva diramato un comunicato in cui si leggeva che «Secondo i lavoratori numerose linee di produzione dell’iPhone sono rimaste paralizzate per l’intera giornata (venerdì 5 ottobre 2012) in diversi edifici della fabbrica». Oppure, più recente, lo sicopero che ha visto coinvolti i lavoratori cinesi della Yue Yuen che produce le scarpe per Nike, Adidas, Puma e Asics. Gli operai (oltre 30mila, secondo alcune stime) chiedevano un aumento dello stipendio del 30% e migliori benefit. Prosegue Baglieri: «Molte aziende, spinte anche dai successi della strategia economica di Obama in America, hanno optato per il nearshoring, ossia, avvicinare la produzione per diminuire i costi logistici. Altre hanno deciso per il backshoring, motivo per cui hanno investito moltissimo nell’automazione produttiva».

Il peso del “made in Italy”

Alla sua riflessione fa eco quella di Giuseppe Berta, professore associato di storia contemporanea all’Università Bocconi ed esperto di storia dell’industria: «Le tecnologie rendono possibile e soprattutto conveniente la vicinanza ai mercati, specialmente se la produzione è finalizzata a specifici segmenti di mercato. Come, per esempio, il segmento del lusso». Una rilocalizzazione per nicchie che trova la sua massima potenzialità nel settore del made in Italy che continua a essere un marchio importante per moltissime aziende italiane. «È innegabile che il brand made in Italy sia fortemente attrattivo all’estero: una Maserati prodotta in Serbia non avrà mai lo stesso appeal di una Maserati prodotta a Grugliasco». E in questo senso si può parlare di rilocalizzazione vincente, perchè il trasferimento della produzione riesce a conciliare i costi con gli innegabili vantaggi di immagine. Esempi virtuosi sono la Nannini di Firenze che torna a produrre le sue borse di pelle in Italia dall’Europa dell’est, o la Azimut che dalla Turchia torna in Italia con i suoi yatch.

Tornano le imprese, non il lavoro

Il rischio che si corre però è quello di associare la rilocalizzazione con la creazione di posti di lavoro sul territorio: «La rilocalizzazione non sconfigge la disoccupazione. Contribuisce a creare posti di lavoro, ma non è la soluzione» sottolinea Baglieri. Anzi. Alcune aziende hanno dovuto attuare piani di ristrutturazione dopo la rilocalizzazione produttiva, come la Bonfiglioli Riduttori che, dopo aver riportato parte della manufattura a Forlì ha dovuto affrontare 234 esuberi su 1300 dipendenti. O la Belfe di Vicenza che dopo aver portato la produzione in Italia, l’ha riportata in Bulgaria. Ed è ancora tutta in salita la ricerca di una soluzione per gli stabilimenti di Natuzzi, che possa evitare il licenziamento di 1.500 dipendenti da parte dell’azienda pugliese dopo la rinuncia dell’imprenditore che avrebbe dovuto riportare in Italia parte della produzione attualmente in Romania.

Il vero problema, secondo Baglieri, è che non c’è la copertura finanziaria per favorire la rilocalizzazione: «Manca totalmente da parte di governo e regioni, un piano di riduzione fiscale e facilitazione burocratica che possa attrarre non solo aziende italiane, ma anche quelle straniere. Tra tasse, mancanza di servizi e strutture, il peso fiscale sulle Pmi (e sulle aziende in generale) è altissimo». Il nuovo osservatorio permanente del centro studi della Cna (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e delle Pmi) ha rilevato la pressione fiscale complessiva a carico delle Pmi: a Roma, Bologna, Reggio Calabria e Firenze si parla di percentuali sopra il 74% per quanto riguarda l’incidenza fiscale sul reddito d’impresa. In Italia il «total tax rate» è in media del 63,1%. Cifre poco incoraggianti. «Agevolazioni fiscali?» commenta Teresa Polti «Non siamo venuti a conoscenza di possibili agevolazioni, non ci risultano politiche messe in atto in questa direzione. Anzi, la pressione fiscale continua ad aumentare, ma noi speriamo in una ripresa e in nuove politiche per le aziende che dovranno certamente arrivare se l’Italia vorrà uscire dalla crisi e combattere la disoccupazione».

Va contro corrente solo il Piemonte che nel 2009 ha varato il Contratto di Insediamento, uno strumento per attrarre investimenti esteri e esterni e per favorire, in generale, lo sviluppo di insediamenti di imprese. Tra Regione e azienda viene stipulato un vero e proprio contratto che riconosce all’investitore un beneficio in termini finanziari (come un contributo a fondo perduto) e, se necessario, un beneficio in termini di snellimento e velocizzazione delle procedure burocratiche. I progetti finanziabili sono l’apertura di nuovi stabilimenti o l’apertura di nuovi centri di ricerca, che abbiano una ricaduta occupazionale minima rispettivamente di 50 o 30 addetti. Dal 2009 sono state promosse da grandi e medie imprese 17 nuove iniziative che hanno generato un investimento complessivo di circa 280 milioni di euro e 900 nuovi posti di lavoro. 

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