22 Giugno Giu 2014 1415 22 giugno 2014

Micelli: «Portiamo l'artigianato nel futuro»

Micelli: «Portiamo l'artigianato nel futuro»

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Quando l'ho conosciuto, Stefano Micelli era «solo» un professore di economia aziendale in Ca' Foscari, il direttore di Venice International Univerisity, un consorzio di università internazionali a Venezia, e l'animatore di un blog collettivo chiamato First Draft che ospitava ragionamenti, dialoghi e discussioni sul futuro dell'economia italiana. Soprattutto, per molti, era ancora il discepolo di Enzo Rullani, raffinato teorico dell'economia nordestina, delle piccole imprese e del postfordismo all'italiana, di una manifattura che avrebbe dovuto imparare a vendere, oltreché produrre. Oggi, dopo cinque anni, non è esagerato definire Micelli come il guru della nuova manifattura italiana. Merito di un libro, «Futuro Artigiano» scritto per Marsilio due anni e mezzo fa. Parlano le cifre: cinque edizioni, 15mila copie vendute tra cartaceo e digitale, oltre cento presentazioni in tutta Italia. Per il Presidente del Censis Giuseppe De Rita, «il libro di riferimento del nuovo made in Italy». Per l'imprenditore Paolo Piana, il volume «da cui può ripartire la manifattura italiana». Per l'Associazione Designer Italiani, un contributo meritevole di ricevere il Compasso D'Oro, il più importante premio del settore. Stefano Micelli l'ha ritirato mercoledì scorso: è la prima volta che tocca a un economista.

«È stata una gioia enorme - spiega - Nella mia storia professionale ho ricevuto qualche premio, ma questo è quello di cui vado più orgoglioso. Ci sono poche cose così gratificanti come sentirsi riconoscere il merito, da designer e imprenditori, di aver indicato una nuova visione strategica per la manifattura italiana, una via in grado di ridare senso e ruolo al design italiano, in una fase di grande crisi come quella che stiamo ancora vivendo».

Riavvogliamo il nastro dall'inizio: «Futuro Artigiano» anticipa di un paio d’anni «Makers» di Chris Anderson. Si pone come il tentativo di ricollocare sul suolo italiano le idee sulla rinascita manifatturiera statunitense che lo stesso Anderson aveva anticipato su Wired immaginando una rinascita trainata dalle piccole e micro imprese. Allora, in piena crisi e dopo anni di retorica del declino, la nostra manifattura sembrava tutto fuorché un fattore competitivo su cui puntare. Quanta strada è stata fatta da allora?

Google, Samsung, Ebay hanno ridato dignità alla nostra manifattura

Di strada ne è stata percorsa parecchia. Tre anni e mezzo fa, quando scegliemmo il titolo, fu dura convincere l’editore a usare la parola «artigiano» in copertina. Allora, era una parola un po’ "polverosa”. Chi la usava, immaginava spesso qualcosa di imperfetto, dozzinale rispetto alla precisione seriale e all’affidabilità di un prodotto industriale. Oggi Google parla di eccellenze, Samsung di maestri e “artigianale” è diventato un attributo positivo, sinonimo di sartorialità, di attenzione al cliente, di “ben fatto”.  In altre parole: nel giro di due anni, l’Italia, ha acquisito consapevolezza del valore della sua manifattura, ridandole la dignità perduta che meritava.

Un risultato non da poco, certo, ma che non ha comunque evitato alla manifattura italiana le enormi difficoltà di questi ultimi anni…

No, certo, ma le ha dato una direzione verso cui costruire il proprio futuro. Oggi molti campioni della moda come Bottega Veneta o Brunello Cucinelli rivendicano la propria artigianalità come valore da promuovere a scala globale. Nel campo del design, grandi gruppi come Molteni prendono atto di un vantaggio competitivo fatto di flessibilità e personalizzazione, entrambe caratteristiche che devono molto al saper fare artigiano. Anche nella meccanica si riscopre l’artigianalità: i costruttori di macchine utensili sono sempre più consapevoli che la propria capacità di stare sul mercato dipende dall’abilità di ascoltare clienti difficili e di tradurre le loro richieste in prodotti su misura.

Una media industria come esempio di futuro artigiano?

Anche questo è un cambio di prospettiva importante. «Artigiano» oggi è un attributo che qualifica un modo di lavorare, più che una professione o una categoria professionale in sé e per sé. Soprattutto, non è più sinonimo di piccolo imprenditore. Oggi è artigiana anche un’impresa di medie o grandi dimensioni, se è in grado di essere più sartoriale che seriale. Questo cambiamento di percezione è stato più rapido di quanto io stesso immaginassi.

Se anche i grandi possono essere «artigiani», vero è che per i piccoli è comunque molto difficile portare fuori dai confini nazionali la loro «artigiania»…

Non è una questione di dimensioni. Per andare online serve un cambio di mentalità

Nella misura in cui un prodotto può essere raccontato e venduto online, il mercato, pur con tutte diverse specificità che può assumere, è uno solo.  La rete è uno strumento eccezionale per far conoscere anche i prodotti di nicchia e per portarli su mercati globali. Se è vero che esistono artigiani grandi e artigiani piccoli, gli imprenditori digitali sono tali a prescindere dalla dimensione della loro impresa. Le barriere per andare a vendere i propri prodotti su internet sono principalmente culturali. La dimensione conta meno di un tempo. Per questo occorre lavorare per far comprendere agli imprenditori che devono andare online per raccontarsi e vendere il proprio prodotto. Occorre lavorare sull’alfabetizzazione digitale del sistema paese quanto, se non più, che sulla diffusione della banda larga. Col progetto «Eccellenze in digitale» che come Ca’ Foscari sto portando avanti insieme a Symbola e Google, stiamo cercando di fare proprio questo.

Qualche settimana fa, ho visitato un’impresa di Cavezzo che costruiva macchine miscelatrici.  Era una realtà di medie dimensioni, artigiana nel modo in cui produceva le proprie macchine, ognuna diversa dall’altra, ognuna adattata alle specifiche istanze del suo compratore.  Quell’impresa era passata da sei anni di crisi economica e da due violente scosse di terremoto e ne era uscita più forte di prima: a preoccupare i titolari, piuttosto, era la scomparsa di molti dei loro artigiani subfornitori, che non riuscivano a trovare qualcuno cui insegnare il mestiere…

Forse, tra qualche anno, i bambini vorranno fare gli artigiani

Il problema di rendere interessante agli occhi dei giovani i mestieri della nuova manifattura italiana è reale. Va detto che la percezione di alcuni lavori sta cambiando rapidamente. Un ruolo importante lo avranno certamente i mezzi di comunicazione di massa. Un anno fa è uscito un sondaggio commissionato dalla De Agostini, cui ai bambini veniva chiesto cosa volessero fare da grandi: è risultato che la professione più ambita, col 22%, era quella di chef. Merito, ovviamente, del successo televisivo di Masterchef, ultimo anello di una lunga storia che parte dall’esperienza di Slow Food. È grazie alla capacità di declinare al futuro una tradizione – a suo modo un saper fare anch’esso artigianale – che i bambini sognano la cucina di un ristorante.  Le comunità dei maker e i fab lab sono una nuova narrazione del lavoro artigiano, al pari di quella di Carlo Petrini sulla gastronomia. Se riusciremo a fare emergere questa narrazione, magari tra qualche anno ci sarà un Mastermaker, in televisione. E forse, tra qualche anno, i bambini vorranno fare gli artigiani. 

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