25 Giugno Giu 2014 2000 25 giugno 2014

Iraq, perché i curdi vinceranno comunque

Iraq, perché i curdi vinceranno comunque

Copertina 8

Quando il Segretario di Stato degli Stati Uniti John Kerry è atterrato in Iraq, martedì 24 giugno, è andato innanzitutto a trovare il premier iracheno al-Maliki nella capitale, Baghdad. Il Segretario statunitense era andato a chiedergli di collaborare alla creazione di un governo di unità nazionale in Iraq, una coalizione che metta insieme le tre minoranze del Paese. Sunniti, sciiti, curdi. È questa - credono gli Usa - l’arma migliore per far fronte alla crisi scatenata in Iraq dalle milizie jihadiste dell’Isis, che spadroneggiano sul territorio iracheno, e in pochi giorni hanno conquistato villaggi, città, passaggi di frontiera, raffinerie di petrolio e dighe che producono energia. Miliziani che mettono in dubbio l’autorità centrale irachena e rischiano di far scoppiare una guerra civile settaria nel Paese più ricco di petrolio al mondo dopo l’Arabia Saudita.

Ma poi, lasciato al-Maliki a rimuginare sulla sua ostinata volontà di non mollare la carica di premier, il giorno successivo Kerry è volato subito su al nord, nella città di Arbil, la capitale del Kurdistan iracheno. Una zona piena di petrolio.
È lì che ha incontrato Masoud Barzani, il Presidente della Regione autonoma curda. Kerry ha rinnovato la stessa richiesta fatta ad al-Maliki.

Ma il curdo Barzani, in divisa militare color cachi, appena ha visto l’americano Kerry, ha esordito in questo modo: «Siamo di fronte a una nuova realtà». I reporter sono rimasti inizialmente spiazzati, ma dopo poco il suo messaggio non è apparso così criptico. È bastato leggere l’intervista alla Cnn, dai toni limpidi e combattivi, che Barzani aveva rilasciato la sera precedente all’incontro con Kerry: «L’Iraq sta cadendo a pezzi», dice il curdo. «È ovvio che il governo centrale e federale (iracheno, ndr) ha perso controllo su tutto. Tutto sta collassando, l’esercito, le truppe, la polizia». Per questo, aveva aggiunto il leader, «la regione autonoma del Kurdistan chiederà l’indipendenza da Baghdad».

Altro che governo di unità nazionale. I curdi iracheni vogliono l’indipendenza da Baghdad. E il bello della storia è che i curdi – quelli iracheni e non solo - hanno tutte le ragioni per credere che da questa ennesima crisi Medio Orientale usciranno avvantaggiati. Proprio loro, che da secoli occupano un vasto altopiano diviso tra Iran, Iraq, Siria, Turchia e Armenia, e subiscono attacchi, arresti e torture da parte di governi centrali che negano la loro identità. E rimangono il più grande gruppo etnico senza nazione (i dati, incerti, parlano di 40 milioni circa di persone, alcuni anche di 80 milioni).

Costretti a rinunciare da sempre all’unità nazionale – sfiorata all’indomani della Prima guerra mondiale e poi ostacolata dall’allora leader turco Ataturk – hanno imparato a infilarsi nelle pieghe della storia per rubare pezzi di autonomia e ambire, come ora, all’indipendenza, alla nascita di un vero Kurdistan. Quando una crisi si apre, loro sfoderano la divisa militare color cachi. Come Barzani di fronte a Kerry.

Fino alla morte”, è il significato di peshmerga, le milizie curde irachene che stanno proteggendo il Nord del Paese dai miliziani dell’Isis. Appena gli jihadisti hanno minacciato di prendere il controllo di Kirkuk, la città nel Nord dell’Iraq che i curdi vogliono annettere alla regione autonoma conquistata nel 2005, i peshmerga hanno subito preso il controllo delle postazioni lasciate vuote dai soldati di Baghdad in fuga. Kirkuk, mentre scriviamo, è ancora nelle loro mani. E attorno a Kirkuk ci sono cinque grossi pozzi petroliferi che da soli costituiscono il 20 per cento dei giacimenti iracheni. Ambiti da curdi, governo di Baghdad e Isis.

La mappa di Businessinsider

Nelle pieghe della storia

«La prima volta che i curdi iracheni hanno iniziato ad acquisire maggiore autonomia è stato subito dopo la Guerra del Golfo, tra 1991 e 1992», racconta Stefano Torelli, ricercatore dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale). Gli Stati Uniti e la Turchia decisero allora di creare una no-fly zone proprio nel Nord dell’Iraq, dove ci sono i curdi iracheni. I curdi permisero agli Stati uniti di mantenere una presenza militare nel loro territorio per operare contro Baghdad. Allo stesso tempo crearono una vera e propria amministrazione autonoma, con l’elezione, nel 1992, dei 105 membri del Parlamento provvisorio. Succedeva in Iraq ai tempi di Saddam Hussein, lo stesso dittatore che nel 1988, durante la guerra Iran-Iraq, aveva ordinato un attacco con gas al cianuro contro la popolazione curda, accusata di non aver opposto resistenza al nemico. Morirono in 5000 in quello che alla storia passò come l’attacco di Halabja.  

Più tardi, quando nel 2003 i riflettori raggiungono di nuovo l’Iraq perché George Bush decide di attaccare il regime di Saddam accusato di avere armi di distruzione di massa, i curdi ottengono la piena autonomia. Nel 2005, infatti, “finita” la guerra, dopo i mesi di protettorato statunitense e con il governo di transizione iracheno, nasce la nuova Costituzione irachena, che concede la nascita della Regione autonoma del Kurdistan.  Ai curdi viene concesso di avere un proprio “esercito”, i peshmerga, dotati solo di armi leggere. «E hanno autonomia praticamente su tutto tranne che sulla gestione dei pozzi petroliferi», spiega Torelli. 

Poi la crisi attuale, anno 2014. I curdi sfruttano la debolezza del governo iracheno sul terreno, spiazzato dall’avanzata dell’Isis, per «acquisire vantaggi sul campo». I curdi puntano a conquistare la città di Kirkuk, che riconoscono come vera capitale del Kurdistan iracheno. E intendono risolvere anche l’altro «nodo aperto con Baghdad», spiega Torelli. «La legge che regolamenta l’utilizzo delle risorse petrolifere curde è ferma da dieci anni. I curdi chiedono di poter esportare petrolio autonomamente, ma Baghdad frena».

«Il governo centrale iracheno ha imposto finora che tutti gli affari energetici avvenissero attraverso la Somo Oil», interviene Umberto Profazio, analista della Ifi Advisory e dottorando in Storia delle relazioni internazionali alla Sapienza di Roma. «Ma nei primi mesi del 2014 è stato completato l’oleodotto autonomo che dal Kurdistan iracheno trasporta petrolio in Turchia e il 23 maggio è salpato il primo carico di petrolio curdo». Un traffico completamente autonomo da Baghdad, e “irregolare”, tanto che «il governo centrale ha sospeso da mesi il pagamento degli stipendi dei dipendenti curdidell’industria petrolifera e dei finanziamenti dovuti alla Regione autonoma del Kurdistan».

L’ostilità della Turchia

«Barzani ha minacciato da tempo di fare un referendum sull’indipendenza del Kurdistan se al-Maliki continua a restare al governo. È il segno – continua Profazio – che il processo indipendentista del Kurdistan è in corso da tempo».

Entrambi gli analisti, Torelli e Profazio, sono fiduciosi del fatto che questa nuova crisi irachena porterà vantaggi alla comunità curda. Ma vedono con difficoltà l’ipotesi di una vera indipendenza della Regione. Così come la nascita di un intero Kurdistan, grande quanto l’altopiano che raccogle i curdi siriani, turchi, iraniani e armeni.

«Un Iraq frammentato cambierebbe i rapporti con la Turchia, importante attore regionale che si trova – dice Torelli - in pieno dilemma. Da un lato – spiega Torelli – concede poco nulla ai curdi turchi. Dall’altro è un importante interlocutore dei curdi iracheni e ha fatto tantissimi investimenti nella regione, dalle infrastrutture ai consolati. Davvero non potrebbe accettare l’indipendenza dei curdi iracheni, che facilmente innescherebbe rivendicazioni di indipendenza anche nei curdi turchi.

C’è poi la questione delle divisioni interne alla stessa comunità curda. «Subito dopo le prime conquiste di maggiore autonomia – racconta Torelli - tra ’94 e ’95 è scoppiata una violenta lotta intestina tra due fazioni opposte della comunità curda irachena. Di fronte alle prime parvenze di autonomia da Baghdad scaturite dalla Guerra del Golfo, si lottava per la conquista del potere nella regione. Da allora la comunità è sempre stata divisa tra i Barzaniani e i Talabani, seguaci, rispettivamente, dell’attuale Presidente della Regione, Masoud Barzani, e del capo del Governo, Jalal Talabani. Con l’indipendenza si riaprirebbero queste faide interne mai davvero sopite».

Lo stesso motivo – secondo Torelli – per cui è impossibile la nascita di un grande Kurdistan unito. «La comunità curda è una nazione vera, con stessa lingua, tradizione, storia. Ma è da sempre divisa internamente su basi tribali. Cosa che ha reso impossibile a esempio avere un interlocutore unico che portasse avanti in sede internazionale le istanze dell’intera comunità, riuscendo a ottenere, già anche dopo la Prima guerra mondiale, la nascita del Kurdistan», uno Stato curdo.

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