30 Giugno Giu 2014 1730 30 giugno 2014

Sei lezioni digitali per le smart city

Sei lezioni digitali per le smart city

172883870

Basta leggere il programma del Forum Pa, conclusosi nelle scorse settimane a Roma, o scrutare quello del prossimo Smart City Exhibition, previsto per ottobre a Bologna, per capire in quanti modi un’amministrazione possa (teoricamente) essere Smart, Open, Green e Transparent sui temi di Governance, Innovation, e Intelligence. Vengono presentate soluzioni spesso ben rodate in altri Paesi e proposte da figure affidabili e autorevoli, italiane e estere, ma permane diffusamente l’idea di vedere e gestire le nostre città con un click, esorcizzando alcuni “blocchi”, cognitivi e di potere, che rendono realmente difficile oggi amministrare in Italia: scarso capitale sociale (coesione), “sfibramento” o politicizzazione delle rappresentanze (fiducia), omertà e inaccessibilità informativa (trasparenza).

È opportuno, a tal proposito, ricordare alcune evidenze pubbliche del Belpaese. L’intollerabile disoccupazione giovanile sopra il 40% e l’aumento della concentrazione della ricchezza (secondo cui la metà delle famiglie italiane detiene il 90% della ricchezza e l’altra metà il 10%) costituiscono un primo “blocco” alla coesione e al potenziale di crescita. Non è un caso che i sociologi facciano notare che il sentimento più diffuso in questo momento di perdurante difficoltà del Paese sia la rabbia, che accomuna il 52,3% degli italiani, seguito da paura (21,4%), voglia di reagire (20,1%) e senso di frustrazione (11,8%). Infine, negli ultimi vent’anni, la classifica di Transparency International ha visto l’Italia scivolare dal 33° al 69° posto, peggio di Portorico e Ruanda, anche in virtù di scandali come quelli del Mose e dell’Expo.

Le nostre città, se misurate attraverso criteri “smartness”, appaiono di gran lunga sottodotate e inadeguate alla rivoluzione urbana prospettata a livello europeo

Le nostre città, se misurate attraverso criteri “smartness” – copertura da banda larga, infomobilità del trasporto pubblico, piattaforme di mobilità alternativa, dotazione di strumenti informatici nelle scuole, servizi pubblici online, efficienza energetica degli edifici, strumenti per la gestione e monitoraggio dell’ambiente, etc – appaiono di gran lunga “sottodotate” e “inadeguate” a quella rivoluzione urbana prospettata a livello europeo e internazionale. Tuttavia, si ritiene opportuno proporre un cambio radicale di prospettiva dall’ottica delle “smart cities” a quella delle “smart communities” (o anche “smart cohesion”), con un’attenzione ai luoghi che abitiamo attraverso una rinnovata capacità soggettuale e progettuale, in grado di individuare interessi collettivi, generare beni comuni e sviluppare nuove governance. Reinvestire nelle città non richiama solo temi urbanistici o tecnologici, seppure necessari, ma la sfida di modernizzare i servizi, progettare per l’inclusione sociale e rafforzare la capacità di decidere e agire insieme.

Dal 2010 l’Europa ha una sua Agenda Digitale e, due anni più tardi, anche l’Italia ha avviato una propria “Strategia Nazionale per lo Sviluppo del Paese" che, però, pone la “digitalizzazione” come fine anziché come mezzo. Anche il mero utilizzo dei nuovi strumenti di comunicazione, come Google, Facebook, Twitter, Wikipedia e WikiLeaks, così accessibili ed economici ma progettati e gestiti altrove, richiederebbe una maggiore riflessione sugli obiettivi di una Agenda di Stato.

Non sarà possibile nessuna Agenda nazionale senza una “Agenda Decisionale”. Con un ringraziamento e tante scuse a Italo Calvino, proponiamo alcuni criteri base per una buona agenda decisionale ad uso domestico, da proporre al prossimo semestre europeo.

Leggerezza, per rendere espliciti e comprensibili gli obiettivi di qualsiasi politica o progetto, per poter verificare la validità delle proposte e il successo dei progetti, evitando criteri superflui e algoritmi meccanicistici.

Rapidità, perché il tempismo diventi variabile strategica e fattore di competizione, e perché la medicina arrivi quando è il paziente è ancora vivo.

Esattezza, senza ambiguità.

Visibilità, dei processi decisionali, delle informazioni utilizzate e dei risultati ottenuti.

Molteplicità, con l’incoraggiamento e la sperimentazione dei processi di massa resi possibili dalle nuove tecnologie di comunicazione. Il legislatore Italiano si sta mostrando innovatore e pioniere del “crowdfunding”, come esempio di intelligenza condivisa.

Coerenza, per minimizzare la “tirannia delle piccole decisioni”.

L’Agenda Decisionale si colloca tra gli strumenti per l'attivazione e il sostegno dei processi di coesione sociale. In questa prospettiva può essere redatta inizialmente dallo Stato; trattata come “work in progress” da aggiornare e migliorare con l’esperienza e il dialogo; resa possibile dalla partecipazione. L'Agenda Decisionale si presenta come una "esperienza di contaminazione”, nella quale il Paese può condividere e contemplare solutions e decisions per i problemi che considera più rilevanti e urgenti. In questo senso perché non vedersi tutti a ContaMiNazione, la Woodstock dell’Intelligenza Collettiva?

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook