14 Luglio Lug 2014 1600 14 luglio 2014

La stampa internazionale “scarica” Mr Renzi

La stampa internazionale “scarica” Mr Renzi

Matteo Renzi Economia Trento

Nel giro di pochi giorni, sia il Wall Street Journal che l’Economist hanno pubblicato due opinioni piuttosto critiche sull’operato del premier italiano Matteo Renzi. La cosa colpisce perchè i grandi giornali finanziari internazionali hanno da sempre sostenuto il processo "rottamatore" dell’ex sindaco di Firenze: per i grandi media anglosassoni le riforme annunciate dal premier rappresenta(va)no la miglior garanzia per tirare l’Italia fuori dalle secche della crisi, ridurre il debito pubblico, cambiare la Pa, disboscare il sistema corporativo che ingessa il Paese e attirare quegli investimenti esteri necessari a dare linfa per una vera ripresa dell’economia. Tutte convinzioni che, stando a questi articoli, starebbero per incrinarsi. In particolare, per il settimanale londinese Renzi ha annunciato più riforme di quelle che potrà realizzare; per il quotidiano finanziario la sua richiesta all’Europa di maggiore flessibilità potrebbe invece concludersi con un pugno di mosche. Riportiamo di seguito, tradotti, alcuni estratti dei due articoli. Il premier dovrebbe preoccuparsi più di questi giudizi che dello stucchevole teatrino italico...

Un twitter su Matteo Renzi

The Economist, 12-18 luglio 2014, Charlemagne

Nei palazzi stantii di Roma, con gli usceri in frac, la gerontocrazia è stata spazzata via dai sindaci delle province. Alle elezioni europee di maggio, il Partito democratico di Matteo Renzi ha raccolto il 41% dei voti- il punteggio più alto ottenuto da un solo partito dal 1950. A differenza di altre parti d’Europa, in Italia i ribelli populisti hanno perso supporto. Il Pd è ora il partito nazionale più grande nel Parlamento europeo. Non sorprende che recentemente Angela Merkel ha chiamato Renzi il «Matador».

(...)

Dopo soli quattro mesi al potere, è presto per giudicare Renzi. A parole, almeno, sposa riforme esaurienti e libero mercato. L’Italia deve cambiare per poter cambiare l’Europa, insiste. La sua promessa di portare una grande riforma ogni mese è esagerata. Ora Renzi afferma che ha bisogno di mille giorni per fare la differenza, non cento. Dall’altro lato della medaglia del suo essere giovane e pieno di energia, ci sono l’inesperienza, l’improvvisazione, e attimi di vuoto. Il suo stile personale può intralciare le amministrazioni sistematiche. Questa settimana Renzi ha twittato una foto della sua scrivania, per mostrare che stava lavorando sodo (con hashtag #lavoltabuona), ma alcuni vi hanno visto solo un mucchio disordinato di fogli, penne, evidenziatori e una spremuta mezzo bevuta

La vignetta pubblicata dall’Economist

I risultati di Renzi saranno inutili finché non farà rinascere l’economia. Per metterla a posto servono molte riforme strutturali, dalle liberalizzazioni alla privatizzazione delle imprese pubbliche, accelerando i tribunali indolenti e combattendo la corruzione endemica. Renzi ha fatto un primo passo. Ma spende troppo tempo a far pressione sull’Unione Europea per maggiore «flessibilità» sulle regole fiscali, e troppo poco a parlare dei bisogni di maggiore flessibilità nei mercati italiani del lavoro e del prodotto. Anziché chiedere esenzioni per intere categorie di spesa (per esempio gli investimenti in tecnologia), dovrebbe fare di più per tagliare gli sprechi.

Renzi ha ragione nel dire che un’austerità eccessiva ha danneggiato le economie europee. Ma i problemi italiani di una bassa crescita cronica e una produttività debole vengono molto prima della crisi dell’euro. Se la Germania frena sulla condivisione dei debiti per rafforzare l’euro, è in parte per i sospetti profondi verso l’Italia. 

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L’Italia ha bisogno di riforme per spingere il suo potenziale di crescita e affrontare anni di sofferenza per ripagare i suoi debiti. Fingere che ci sia una strada veloce e facile per uscirne susciterebbe solo un poco lusinghiero confronto con Silvio Berlusconi. #matteohurryup

Leggi l’articolo integrale su The Economist

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La spinta di Renzi in Europa potrebbe avere un finale noto

Wall Street Journal, 10 luglio 2014Stephen Fidler

Il premier italiano spinge molto per una maggiore flessibilità nei modi in cui l’Europa interpreta le regole sui limiti di deficit e debito dei singoli governi. La sua campagna per il diritto di fare più prestiti sarà un test precoce per Jean Clause Junker e la sua nuova Commissione europea, che vigila su queste regole. 

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A giugno, l’Unione Europea ha detto all’Italia che doveva fare di più per abbassare il suo tetto di spesa: le previsioni della Commissione hanno insinuato che il Paese stava mancando i suoi obiettivi di aggiustamento di 0,6 punti percentuali sul Pil. 

Renzi afferma che l’Italia ha bisogno di più tempo per abbassare la spesa perché deve iniziare a fare correzioni alle strutture dell’economia pr aiutare il Paese a crescere più velocemente. 

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Non solo gli sforzi italiani di riforma sono stati più lenti di quel che Brussels avrebbe voluto, ma molte delle leggi approvate - come quelle sul mercato del lavoro e del prodotto, non sono state rese effettive. Il quotidiano italiano Corriere della Sera ha ripreso un report governativo secondo cui, fino al 18 giugno, 812 misure di riforma che sono state approvate dal Parlamento durante i governi degli ultimi tre premier, non sono state attuate. 

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Ma i funzionari affermano che non è solo la Germania dalla linea dura e i suoi alleati nordici a opporsi alla campagna per la flessibilità di Renzi. Nemmeno i governi di Spagna e Portogallo, convinti di aver attuato riforme che Italia e Francia non hanno fatto, non vogliono che le regole siano interpretate liberamente. 

Se questa visione prevale, il massimo cui Renzi e Hollande possono ambire è uno spazio di manovra extra per farsi prestare solo una piccola frazione dell’1% del Pil. Maggiore flessibilità arriverà solo dopo riforme strutturali.

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«Renzi ha calcato troppo la mano», commenta un funzionario di Bruxelles. «Ha speso molto capitale politico e quel che può ottenere sono solo noccioline». 

Leggi l’articolo integrale su The Wall Street Journal

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