15 Luglio Lug 2014 1300 15 luglio 2014

Perché Renzi dovrebbe anticipare la legge di stabilità

Perché Renzi dovrebbe anticipare la legge di stabilità

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“Destituita di ogni fondamento”. Così Palazzo Chigi il 14 luglio in tarda mattinata ha smentito l’ipotesi di un anticipo a ferragosto della bozza di legge di stabilità per il 2015, avanzata lo stesso giorno dal Corriere della Sera. Già nel fine settimana La Stampa aveva pubblicato un articolo nel quale non si formalizzava la data, ma i numeri sui quali si descrivevano premier e tesoro alacremente al lavoro da qualche giorno erano sostanzialmente gli stessi. Cerchiamo di capire allora come stanno le cose.

È un fatto che a molti risulta nell’ultima settimana una forte ripresa di attenzione ai conti pubblici, con incontri al Tesoro e a Palazzo Chigi. È un fatto che la stima del Pil italiano per il secondo trimestre, dopo i dati negativi della produzione industriale fino a maggio (-1,2% sul mese precedente, -1,8% su base annua) secondo le proiezioni dello stesso Istat potrebbe partire da un dato negativo del -0,1%, cioè riconfermarci in recessione dopo il segno meno già registrato nel primo trimestre. È un fatto che anche nella migliore delle ipotesi, un secondo trimestre che si chiudesse invece intorno al +0,2%, la crescita attesa del PIl 2014 non potrebbe toccare quel +0,8% che il governo ipotizzava nell’aprile scorso. È un fatto che, di conseguenza, il deficit pubblico 2014 potrebbe non chiudere al 2,6% come da impegni europei confermati nel Def presentato da Renzi, ma tornare verso il 3% (e sarebbe il terzo anno di seguito). Con effetti di trascinamento anche sui conti 2015, visto che ciò chiederebbe più energici interventi del previsto per centrare l’obiettivo del 2% di deficit pubblico previsto per l’anno a venire. È un fatto che il debito continui a salire più del previsto: a maggio è aumentato di 20 miliardi a quota 2.166,3 miliardi, con un + 4,7% da inizio anno. È un fatto che le cose non vanno malino solo da noi, ma anche in altri grandi Paesi europei come la Francia, e anche in Germania la produzione industriale ha registrato un segno negativo. Infatti, il 14 luglio il Fondo Monetario ha ricorretto verso il basso la crescita attesa dell’euroarea e dell’Ue, praticamente all’1 per cento.

Se questi sono i fatti che riguardano i numeri, fatti che per certo non possono che essere condivisi da Palazzo Chigi e Tesoro, ce ne sono poi due che riguardano la politica. È un fatto ormai acquisito – il presidente del Consiglio lo ripete sempre – che il governo non metterà mano a manovre correttive, cioè non interverrà a esercizio 2014 in corso per migliorarne gli andamenti. Ed è un fatto che l’esecutivo punta a una diversa presa di coscienza europea della situazione in corso – aggravata da una forte volatilità dei mercati, dalla conferma che la Fed a ottobre porrà termine agli acquisiti di asset finanziari mensili, e dai timori bancari in vista dei risultati autunnali della prima verifica della congruità patrimoniale dei maggiori 128 istituti europei – in vista non del cambiamento delle regole esistenti, ma del loro pieno sfruttamento dei criteri di flessibilità che vi sono contemplati.

D’ora in poi entriamo nell’opinabile, cioè nelle supposizioni e nei giudizi fondati su opinioni che possono essere diverse. È per esempio immaginabile che il no alla manovra correttiva sia dovuto al legittimo desiderio di evitare che l’inizio dell’esame parlamentare del pacchetto di riforme istituzionali – Senato, legge elettorale, Titolo V – venga inficiato da facili polemiche sui conti pubblici da parte dell’opposizione e dei dissidenti. È altresì pensabile che Renzi e Padoan ritengano che l’eventuale risalita del deficit 2014 verso la quota-rischio del 3% del Pil venga “depurata”, nell’analisi della prossima Commissione europea, dagli effetti del cattivo andamento dell’economia italiana e Ue, come del resto previsto dal patto di stabilità. La nuova Commissione guidata da Juncker non sarà operativa prima di novembre, ergo inutile secondo il governo anticipare la legge di stabilità. Infine, è anche immaginabile che il governo italiano consideri che la frenata in corso in tutta l’Unione – Germania compresa, per effetto del ritardo nel riequilibrio degli scompensi nelle bilance dei pagamenti intra-Ue, cioè per il fatto che la Germania ancora non importa abbastanza da Italia, Francia e Spagna – possa costituire un aiuto invece di un ostacolo, spingendo anche il blocco nordeuropeo a valutare con più apertura le richieste italiane e francesi alla massima elasticità consentita dal patto di stabilità sul deficit e dal fiscal compact per i rientro del debito pubblico.

Se queste ipotesi risulteranno fondate, il governo dunque solo tra settembre e novembre – ad andamento ormai consolidato dell’economia e dei conti pubblici nel 2014 – giocherà le sue carte. Renzi e Padoan pensano che qualunque anticipazione, in queste condizioni, indebolirebbe la necessità di un avanzamento dei criteri condiviso in Europa. Ci metterebbe ancora una volta dietro la lavagna al posto dei somari, levando forza a un processo che deve invece sfociare in consapevolezze comuni.

Certo, è un azzardo. Ma la politica li contempla. Si può, però, non essere d’accordo senza per questo passare per criticoni pregiudiziali, come il governo ha preso troppo spesso l‘abitudine di liquidare ogni osservazione a quel che fa.

L’anticipo della legge di stabilità avrebbe un duplice vantaggio. Chiarire ulteriormente in Europa che l’Italia prende ancora più sul serio i suoi impegni, di fronte a un’economia che resta piantata. E diffondere fiducia sulla scena italiana, visto che a quel punto bisognerebbe aspettarsi la conferma per tabulas e con un articolato preciso di ciò che Renzi ripete sempre, e cioè che il miglioramento dei conti futuro non avverrà per via di aggravi fiscali.

I numeri parlano chiaro. La conferma “strutturale” del bonus 80 euro e la sua estensione, anche magari non paritaria, alle categorie che non ne hanno beneficiato nel 2014 e alle quali Renzi lo ha promesso – pensionati, incapienti, partite Iva – più il finanziamento dovuto degli ammortizzatori sociali da solo chiede tra i 12 e i 15 miliardi di euro di coperture. E visto che non devono essere per via fiscale, devono essere tutti tagli di spesa. Quelli previsti nel 2015 da Cottarelli. Se si vuole procedere con altre quote di meno Irap alle imprese, come sarebbe più che consigliabile visto che i tagli d’imposta alle imprese – se strutturali e permanenti – hanno effetti più efficaci sul rilancio della crescita rispetto ai bonus ai meno abbienti, allora bisogna tagliare la spesa ancora di più.

È un ammontare “pesante”, visto che per esempio dalla riforma della Pa – decreto e disegno di legge – è scomparsa ogni indicazione degli obiettivi di risparmio nella spesa pubblica. Un punto di Pil di tagli alla spesa come minimo, sempre che la nuova Commissione Europa cambi idea rispetto a quella Barroso, che ci ha sin qui negato lo slittamento di un anno al 2016 dell’azzeramento del deficit corretto per il ciclo, cosa che richiederebbe altri 9 miliardi di interventi correttivi.

È un ammontare pesante anche per un’altra ragione. Il governo si impegnerà in un più deciso processo di valutazione europeo delle riforme in corso in ogni Paese membro ai fini della crescita, e scontando così dai tetti di deficit aggravi di spesa nel breve per mettere le riforme a regime (come previsto nel documento approvato nell’ultimo Consiglio europeo). Questo potrà portare benefici contabili soprattutto se il parlamento farà un buon lavoro sulla riforma del lavoro, il cosiddetto Jobs Act, che tra tutte le misure in cantiere è quella che più può alzare l’ouput potenziale, se si potenzia l’apprendistato, se l’agenzia del lavoro non è la somma degli inefficienti uffici provinciali attuali, se davvero ne esce un codice semplificato del lavoro in poche decine di pagine, e se il contratto di inserimento a tutele crescenti non diventa una nuova formula per credere di abrogare il lavoro a tempo determinato. Considerazioni analoghe si possono svolgere anche se la riforma della giustizia civile e amministrativa saranno una svolta vera. Ma in ogni caso niente di tutto ciò porta a una riduzione del debito pubblico che sale, sale, e che rappresenta la peggior incognita sulla stabilità del nostro paese.

È andata male, la quotazione di Fincantieri che doveva segnare l’esordio degli incassi da dismissioni pubbliche: ha visto i fondi d’investimento italiani ed esteri rifiutare le quote loro riservate. E non è un caso che la quotazione di Poste sia anch’essa slitttata. È sulla dismissione dell’immenso patrimonio immobiliare pubblico e sulla migliaia di controllate e partecipate locali di Comuni e Regioni, che il governo deve batter un colpo energico sin qui mancato. La ripresa autonomia dei mercati e dell’Europa resta troppo debole per immaginare di beneficiarne inerzialmente. Fu già l’errore di Letta, aspettarsela. Siamo sicuri che Renzi non farà lo stesso errore.

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