19 Luglio Lug 2014 1030 19 luglio 2014

Hai voluto la bicicletta?

Hai voluto la bicicletta?

Anniversario Primo Tour De France

Si correva sulle strade di Francia anche allora, come si corre proprio in questi giorni, ma in quel 1903 il Tour de France era alla sua prima, eroica edizione, da Parigi a Lione, da Lione a Marsiglia, da Marsiglia a Tolosa, da Tolosa a Bordeaux, da Bordeaux a Nantes e da Nantes di nuovo a Parigi, il 19 di luglio, dove fu il baffuto spazzacamino Maurice Garin a trionfare, incidendo il proprio nome nella storia del ciclismo.

Il racconto

CHE SETE CHE HO

Era l’estate del Cinquantadue e Fausto e Gino si incontrarono alla stazione dei treni. Entrambi erano in partenza per la Francia, dove sia l’uno che l’altro avrebbero corso per tre settimane sulle strade di là delle Alpi, in bilico sul sellino, in piedi sui pedali e aggrappati al manubrio della loro bicicletta.

«Lascia che ti offra un caffè!» Borbottò Gino, che poi era quel Bartali, campione amatissimo da grandi e piccini, tanto che alla stazione fu subito accerchiato da un manipolo di marmocchi alla caccia dell’autografo desiderato.

«Un caffè volentieri – sorrise Fausto – ma offro io.» E per Fausto si intendeva il Coppi campionissimo, tanto che il manipolo di marmocchi non credeva ai propri occhi e non sapeva se andar prima da lui o dall’altro. E chi aveva due foglietti era ovviamente più fortunato degli altri.

Offri tu che offro io, i due ordinarono il loro caffè, lo gustarono con l’aroma e tutto e alla fine, per risolvere la disputa, fu il barista di là del bancone a offrire a entrambi, non prima di essersi fatto autografare il grembiule, anticipando i marmocchi e gli altri avventori più o meno ciclisti.

Giunti a destinazione, sia il Coppi che il Bartali scesero dal vagone con un certo languorino. Si infilarono dritti dritti in un bistrot e, visto l’unico tavolino rimasto libero, si accomodarono uno di qua e uno di là, che tutto sommato nessuno dei due aveva voglia di pranzare da solo e due chiacchiere tra un boccone e l’altro sarebbero state piacevoli.

«Visto che hai tanto insistito per il caffè – brontolò Bartali – lascerò che sia tu a pagare primo, secondo e dolce. Grazie!»

Furbo, il Ginettaccio, sfido io che era diventato un tale campione. Ma, come spesso capita ai campioni, le sue gesta furono presto prese a modello dai suoi colleghi più giovani, il Coppi per primo, che infatti non si lasciò pregare, anzi:

«Non sia mai che ti tolga questo piacere – ribatté – paga pure tu e aggiungo l’antipasto, l’acqua e un bicchiere di bordeaux.»

Paga tu che pago io, non riuscendo a convincersi a vicenda, i due se ne uscirono sazi e soddisfatti dal bistrot, convincendo il cameriere che a saldare il conto sarebbe passato di lì a poco l’allenatore. Da bravo amante delle due ruote, quello al solo sentire le voci di Coppì e Bartalì, entrambi con l’accento sulla i, fece oui con a testa e se poi l’allenatore davvero passò nessuno lo sa.

Finché finalmente la corsa cominciò e ai caffè e ai bistrot nessuno più ci pensò. Né ai conti da pagare. Ma le strade e le curve nascondo insidie inaspettate, soprattutto quelle tortuose di montagna, e sui tornanti del Col du Galibier, sotto un sole più caldo che mai, ecco che Fausto e Gino si trovarono di nuovo uno accanto all’altro.

«Che dici – bofonchiò l’uno – ci fermiamo per un caffè al primo bar?»

«Fermati tu, che poi mi fermo io.» Rispose l’altro, senza nemmeno badare a chi avrebbe offerto, ma con la mezza intenzione di non fermarsi per nulla e fuggire verso il traguardo. Infatti niente caffè.

«Che pensi – farfugliò l’altro – ci fermiamo per un pranzetto al primo ristorantino lungo la strada?»

«Fermati tu, che poi mi fermo io.» Ripeté l’uno, che in realtà si sarebbe fermato volentieri, tanto poi sarebbe passato qualche allenatore a saldare il conto, ma vatti a fidare e infatti nessuno dei due si fermò.

Ma il caldo, davvero, era tanto e il sole non sembrava prossimo a nascondersi dietro qualche nuvoletta. Pedala tu che pedalo io, ecco che i due, di nuovo appaiati, sussurrano qualcosa l’uno all’altro.

«Che sete che ho!» Fu la frase in questione, e chi la disse non si sa. O forse la esclamarono entrambi, talmente all’unisono, che pareva una frase sola.

«Se io do una borraccia a te – propose l’uno all’altro – poi tu dai una borraccia a me?» E come idea davvero non se ne poteva trovare una migliore. Sì, ma la borraccia la da l’uno all’altro o l’altro all’uno? E se poi arriva un fotografo e ti immortala mentre bevi, che figura ci fai? E tra i se e i ma, a ogni pedalata la bicicletta sembrava più pesante e la gola più secca, finché...

Finché mano alla borraccia, un sorso a me e un sorso a te.

Infatti CLICK! Il fotografo impertinente c’era davvero, si chiamava Carlo e non ci pensò due volte a scattare.

Fu tra le foto del secolo, quello scatto rubato alla sete, certamente grazie al Gino e al Fausto inquadrati per bene, ma soprattutto per merito della borraccia lì in mezzo, esattamente a metà strada tra i due. Che sia stato Bartali a offrirla a Coppi o Coppi a offrirla a Bartali nessuno lo sa, ma è certo che l’uno e l’altro, di nuovo, erano riusciti a non pagare il conto.

La fotografia

L’arrivo dell’ultima tappa del Tour, poi tutti a casa, è tradizionalmente a Parigi, lungo gli Champs Élisées, dove si arriva dopo tre settimane di fatica, su e giù per le Alpi e i Pirenei. Come spesso accade nei giri, la tappa finale è una passerella e nulla più: chi parte con la maglia gialla alla fine è quello che vince. Non la tappa, ma il Tour tutto intero, scrivendo il suo nome nell’albo d’oro e nella storia. Sembra fatto per quello, l’Arc de Triomphe, dei tempi di Bonaparte, che rende oggi ogni vincitore un piccolo Napoleone del pedale.

Il video

Il Tour del 1948 fu tra i più epici della storia. Lo vinse Bartali e la cosa fu più significativa di quanto si possa immaginare. Nei giorni della corsa, infatti, per la precisione il 14 di luglio, a Roma il politico Palmiro Togliatti fu vittima di un attentato. Colpito da tre colpi di pistola venne portato d’urgenza in ospedale, mentre in tutto il paese gli animi si surriscaldavano in fretta, tanto da sfiorare l’insurrezione popolare. Furono proprio i trionfi francesi di Bartali al Tour a placare ogni cosa, trasformando la collera in entusiasmo e tanto meglio – davvero – così.

La pagina web

Il Tour di quest’anno sta quasi per finire e se vuoi sapere chi indossa la maglia a gialla o quella a pois ti basta leggere un giornale o accendere la tivù. Ma per il prossimo, o quello dell’anno scorso, per i campioni del tempo che fu, per ogni cosa tu voglia sapere, il sito ufficiale è a tua disposizione. Devi cliccare in francese, però, o in inglese, in spagnolo o tedesco, perché la versione italiana non c’è. Sarà perché sin dai tempi di Bartali e Coppi di là dalle alpi guardano all’Italia con un certo sospetto?!

Ti consiglio un libro

Tim Krabbé – La corsa – Marcos y Marcos

Ti sei mai chiesto cosa passa per la mente di un ciclista mentre pedala, in salita o in discesa, controvento e in mezzo al gruppo? Chi glielo fa fare? Cosa pensano tra una pedalata e un colpo di freno? Tim Krabbé lo racconta chilometro dopo chilometro, descrivendo la sua fatica, alternata a divertenti aneddoti di campioni dei tempi suoi: quelli che hanno impreziosito l’albo d’oro di mille corse. Mille corse più una, quella di questo libro, che puoi leggere anche senza pedalare, o al massimo su una cyclette, altrimenti ti distrai e finisci fuori strada.

I nostri eroi

Fu un francese, il primo vincitore del Tour de France, ma in realtà fu un italiano. E non sto parlando di due corridori, di uno dei quali non si sa che fine abbia fatto, ma proprio della stessa persona, italiana e francese al tempo stesso. Nato in Valle d’Aosta, infatti, Maurice Garin era un po’ come il Monte Bianco, che in parte se ne sta di qua e in parte di là e a quattordici anni seguì la sua famiglia oltr’alpe, per diventare francese pure lui. Che poi oltre a correre in bicicletta faceva lo spazzacamino, Maurice Garin, e se penso ai tetti di Parigi non posso che invidiarlo, soprattutto di notte con la luna piena a riempire il cielo. Lui e i suoi baffi vinsero pure la seconda edizione del Tour, nel 1904, ma furono squalificati senza pensarci tanto su, per essere stati scoperti a prendere il treno per percorrere parte delle tappe guardando il paesaggio dal finestrino.

Il primo italiano a vincere il Tour, non potendo calcolare il francesizzato Garin, fu Ottavio Bottecchia, che nel 1924 trionfò più di chiunque altro. Vinse, infatti, già la prima tappa, indossando da subito la maglia gialla, che portò bel bello fino a Parigi, senza cederla nemmeno per dieci minuti. Quall’anno di tappe ne vinse altre tre e tanto per non perdere l’abitudine, Bottecchia vinse anche il Tour dell’anno seguente, mettendo a segno una doppietta da incorniciare. Le biciclette Bottecchia furono prodotte anche per vari decenni dopo il suo ritiro dalle competizioni e dalla sua morte molto precoce. Fossi in te darei un’occhiata in soffitta, nel garage o nel sottoscala, per vedere se la vecchia bici del nonno non sia magari una Bottecchia pure lei, nel qual caso vale senz’altro la pena di rispolverarla e farsi un giro. Anche fino a Parigi, perché no?!

Tra i supercampioni che hanno trionfato al Tour de France è impossibile non ricordare il belga Eddy Merckx che, mentre tutti cercavano di capire lo spelling del suo cognome, se ne andava tranquillamente a vincere tutto quello che gli capitava, senza lasciare agli altri nemmeno le briciole, al punto da essere soprannominato cannibale. Vinse la bellezza di cinque Tour, di cui i primi quattro in fila uno dopo l’altro. In tutto indossò la maglia gialla per quasi cento giorni; tagliò per primo il traguardo in più di trenta tappe e detiene tutt’ora il record di otto tappe in un singolo giro. E poi ci sono i Giri d’Italia, i Campionati del mondo, le corse in linea e qualsiasi altra gara che prevedesse una partenza, un arrivo e tanta strada sotto le ruote. Negli anni Settanta il suo nome era sinonimo di vittoria e di successo e anche adesso che son passati quarant’anni e Merckx non corre più da un bel po’ c’è ancora molta gente che si mette lì a pensare come cavolo si scriva il suo impronunciabile cognome.

Ci sono alcune località, nelle mappe e negli atlanti, che hanno legato indissolubilmente il proprio nome alle corse ciclistiche. Il più delle volte si tratta di valichi in alta montagna, come lo Stelvio, il Gavia o il Mortirolo, che sono tre passi alpini nella nostra bella Italia. Ma se si corre oltre confine, ecco che spunta il Col du Galibier, quello della famosa borraccia passata da Bartali a Coppi o viceversa, c’è il lunare Mont Ventoux, c’è l’Alpe d’Huez e c’è soprattutto il mitico Col du Tourmalet, che porta dentro di sé la parola Tour e di sicuro non è un caso. Fu quello il primo valico di alta montagna scalato durante un grande giro ciclistico: era il 1910 e da allora il Tour ha percorso quegli stessi tornanti quasi ottanta altre volte. Per i tifosi e gli appassionati le strade in salita sono l’ideale per veder passare i propri campioni per due innegabili motivi: la velocità è necessariamente minore e si possono scattare fotografie meno frenetiche, ma soprattutto si ha la pigra soddisfazione che a far tutta quella fatica siano i ciclisti e non tu.

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