25 Luglio Lug 2014 1745 25 luglio 2014

Chiamatelo “disastro ambientale”

Chiamatelo “disastro ambientale”

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Questo non è un articolo di attualità. Non concerne il lavoro, né le tasse, né le baby prostitute, né la disoccupazione. Non tratta di scandali, né di politici, né di abusi di potere. Questo non è un articolo di vostro interesse, perché parla di un ignoto. Un uomo come tanti. Uno che voi non conoscevate. E che non conoscerete mai. Uno che ha vissuto una vita normale e che è morto in un modo normale. Perché a Taranto è normale morire di tumore al cervello a 50 anni, forse meno.

Questo articolo parla di Donato, giovane professore di disegno e storia dell’arte. Uno che poteva fare battute in dialetto con i ragazzi in classe, tanto era inconfutabile la sua cultura. Uno che dovevi prendere gli appunti fitto-fitto quando parlava, perché in confronto a come le spiegava lui, le cose, l’autore del libro poteva farsi le pippe. Uno che quando ti raccontava l’arte, te la faceva vedere, toccare, amare. Uno che l’estate ti dava da fare 10 tavole di proiezioni ortogonali per le vacanze, che puntualmente ti ritrovavi infognato a farle tutte insieme, a fine vacanze, tirando giù i santi del calendario, e pure le madonne.

Questo articolo parla di Donato, giovane professore di Disegno e Storia dell’arte, che è morto di tumore al cervello, pochi giorni fa. Viveva a Taranto. Non era andato via, come noi, come tutti fanno, lasciandosi alle spalle amori, affetti, onori, oneri ed emissioni letali di diossina. Donato era rimasto a Taranto. Lo sentivi immediatamente, a pelle, che era una persona per bene. Che se sbagliava, sbagliava in buona fede. Che era uno onesto, ma tipo che gli avresti lasciato 5.000 euro in contanti in salotto per un mese certo del fatto che non ne avrebbe preso nemmeno un centesimo. Ma, soprattutto, era acuto e brillante. Si capiva al volo. Alla prima battuta caustica che snocciolava. Ti faceva tagliare in due dalle risate. Era un ottimo professore, oltre che un’ottima persona, e se al compito in classe prendevi 4 era solo perché eri un ciula incapace d’affrontrare una prospettiva. E comunque lui ti incoraggiava e ti aiutava. Non che fosse Gandhi, quando c’aveva i cojoni girati ce li aveva girati, come tutti i cristiani del mondo. Era semplicemente un docente, così come i docenti dovrebbero essere.

Questo articolo parla di Donato, che è morto. Che non c’è più. Che non racconterà più le sculture di Fidia ai suoi alunni. Che non moltiplicherà più il senso di bellezza delle cose, lì, in quel piccolo buco di culo, tubo di scappamento dell’Italia, che è Taranto. Dove prima ci sei e poi non ci sei più. Dove si muore. Troppo spesso. Troppo presto. Troppo male.

Questo articolo parla di Donato e della guerra che ha perso, contro il cancro. Una guerra fatta di tac e visite mediche, di chemio e radio, di ischemie e rischi epilettici. Combattuta in quel silenzio intimo in cui si combattono queste guerre qui. In cui si perdono, spesso, queste guerre qui.

Questo articolo parla di Donato, il mio giovane professore di Disegno e Storia dell’arte. Che è morto. Pochi giorni fa. Solo un caso in più. Un altro nome in quell’elenco infinito di vittime industriali, che è Taranto. «Una minchiata in più», direbbe Fabio Riva.

Questo articolo parla di Donato, che mi ha insegnato ad amare l’armonia, le luci, le ombre, i rilievi. Che mi ha insegnato a provare piacere nel tratto della matita a mina 0.5 che tracciava la linea retta sul foglio dell’album Fabriano, al giovedì sera, mentre guardavo Dawson’s Creek.

Questo articolo parla di Donato, perché anche se non significa un cazzo, anche se non serve a niente, anche se è troppo tardi, anche se non esiste il paradiso e se esiste di sicuro non ci sono i capitelli corinzi, io dovevo salutarlo così: facendovelo conoscere, per poche righe; facendovelo amare, per un po’, il tempo di leggere e dimenticare. Facendovi sapere di questa persona speciale che per un po’ ha abitato qui, tra noi, e che ora è andata via. Dietro di sé lascia solo una scia di affetto e ricordi, lunghissima. E di rabbia, perché non è giusto. E di paura, perché questo olocausto siderurgico non ha fine, mai: voi chiamatelo “volere di Dio”, chiamatelo “destino”, chiamatela “sorte”. Io lo chiamo “disastro ambientale e sanitario”.

Questo articolo parla di Donato che, quando mi ha corretto le prime due tavole di disegno, il primo anno, le ha mostrate alla classe, per far capire come andavano fatte. Poi mi ha guardata e mi ha detto: «Vedi che questo mica significa che prendi 8. Na dà mangià angor d pan tuest».

Ne devi mangiare ancora di pane duro.

Ne hai di strada da fare, bella mia.

http://memoriediunavagina.wordpress.com

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