25 Luglio Lug 2014 1245 25 luglio 2014

Perché ignoriamo la Siria e siamo ossessionati da Gaza

Perché ignoriamo la Siria e siamo ossessionati da Gaza

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Jeffrey Goldberg è un giornalista del magazine statunitense The Atlantic. In passato ha seguito come corrispondente diverse escalation militari del conflitto israelo-palestinese. Nei giorni scorsi è rimasto sorpreso dalla mancanza di articoli sui principali giornali che raccontassero cosa fosse successo in Siria, dove il conteggio delle vittime ha superato le 170.000 persone. E si è chiesto come mai, negli stessi giorni, lettori e giornalisti fossero così ossessionati dall’assedio di Gaza e completamente dimentichi della guerra civile siriana. Ecco un estratto di quel che ha scritto, in cui prova a darsi alcune risposte.

Sono rimasto colpito, durante lo (scorso) weekend, dalla mancanza di copertura mediatica della guerra civile siriana, in cui il bilancio delle vittime ha superato i 170.000 morti. Già sabato notte era chiaro che il bilancio del solo weekend sarebbe stato di 700 vittime, un numero più ampio di quello dello stesso fine settimana a Gaza (e anche maggiore dell’intero numero di vittime di questo nuovo round nella guerra a Gaza). Questo è quello che ho twittato dopo averlo scoperto: «Spero sinceramente che il @nytimes copra il massacro in Siria - 700 morti in 48 ore - sul numero di domani. Anche questa è una storia importante».

Questa era la mia sincera speranza, e fu mia sincera sorpresa vedere che i giornali di lunedì non contenevano informazioni di alcun tipo sul massacro siriano del weekend. La pagina di apertura era dedicata principalmente a Gaza e all’Ucraina. Ma non c’era nulla sulla Siria nemmeno dentro, e nulla sul sito web. Per quel che ne so io, il Times non conteneva comprensibili riferimenti all’ultimo round della carneficina siriana. Viene da sé che le continua violenze di Libia, Egitto, Nigeria e Yemen, e via di seguito, non hanno ricevuto molta attenzione da parte del Times negli ultimi giorni (cito il Times perché è il migliore, più completo e più importante quotidiano americano. Potreste accusarmi di avere un doppio standard. E così sia). 

Ci sono un paio di buone ragioni per cui la copertura mediatica di Israele e dei suoi problemi è così estesa, e quasi ossessiva. La prima è semplice e tecnica: i giornalisti raccontano meglio quel che possono vedere. Hamas, nonostante le restrizioni varie, permette ai giornalisti di osservare facilmente scene di distruzione a Gaza. È molto più difficile operare in Siria (o nella Nigeria rurale), ed è più sicuro operare a Gaza che in regioni del Pakistan o dell’Afghanistan. (Per coloro tra voi che se lo stanno chiedendo: Ai miei tempi, a Gaza, i funzionari di Hamas mi concedevano molto più accesso e più rispetto dei funzionari della moderata Fatah, che a un certo punto mi rapirono e interrogarono). 

La seconda ragione è l’interesse del pubblico. Le storie su Israele e sugli ebrei quasi automaticamente raggiungono i primi posti della lista dei “most emailed” del Times. Racconti su Miramshah (una città del Pakistan, ndr) o Falluja, non arrivano a tanto. Penso che ciò sia vero anche per altri giornali americani.  

E poi c’è una solida ragione politica del perché questo conflitto è diventato il centro di tanto rumore mediatico. Israele è un alleato chiave degli Usa, e riceve aiuti militari e non solo dall’America. Questa cosa ti può rendere più felice o più infelice, ma il fatto è incontrovertibile. Di conseguenza gli Usa hanno una relazione diretta con uno dei due attori di questo conflitto (con entrambi a dire il vero, perché l’Associazione nazionale palestinese riceve anch’essa un bel po’ di aiuti americani). 

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