27 Luglio Lug 2014 1515 27 luglio 2014

Vince Nibali, il ciclismo italiano (e non) ringrazia

Vince Nibali, il ciclismo italiano (e non) ringrazia

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L’ultima tappa del Tour de France come da tradizione è solo una passerella, un omaggio al vincitore della corsa ciclistica più importante al mondo. Il plauso doveroso a chi è stato in grado di battagliare per riuscire a portare indosso la maglia gialla fino agli Champs Élysées. Centotrentasette chilometri da Evry a Parigi sanciscono così il ritorno alla vittoria di un ciclista italiano alla Grande Boucle, dopo sedici anni. L’ultima volta, nel 1998, era stato Marco Pantani che per l’occasione, oltre alla maglia, aveva sfoggiato un irriverente pizzetto giallo. Stavolta a raggiungere il gradino più alto del podio è Vincenzo Nibali ventinove anni di Messina, soprannominato “lo squalo”.

Eppure questo Tour per il ciclista dell’Astana non sembrava esser cominciato sotto i migliori auspici. Dissidi interni alla squadra parevano poter minare la concentrazione del siciliano: “scarso rendimento”, recitava la lettera a lui indirizzata dalla società, la cui firma portava il nome di Alexander Vinokourov, team manager della squadra kazaka. A Vincenzo si contestava più che altro il rendimento al di sotto delle attese nella fase di preparazione al Tour, sei vittorie soltanto e tutte di basso profilo. Campanelli d’allarme che hanno reso tesa a tal punto la situazione in squadra da far pensare a una rottura definitiva tra il corridore e la Astana al termine della corsa gialla. Sembrava ci fosse un patto pro-Tour, insomma, in attesa che le strade si dividessero.

Se di patto si è trattato quindi, sembra che da entrambe le parti gli accordi siano stati rispettati. Nibali ha dominato il Tour grazie anche a una squadra eccezionale, che si è messa completamente al suo servizio. E lo ha fatto fin da subito. Contrariamente a quanto possa far pensare il suo soprannome, poi, il ciclista siciliano ha mostrato di poter gestire la corsa con una maestria tattica degna di un veterano. Saggio nella gestione delle energie, padrone meticoloso e attento di una corsa che ha voluto condurre fin dal principio, feroce e spietato solo quando valutava che le circostanze lo consentissero. Una dimostrazione di maturità rivolta prima di tutto a se stesso, e poi anche ai fautori del complottismo buono per tutte le stagioni — quelli sempre pronti a far allungare l’ombra del doping su ogni vittoria — e perché no anche ai detrattori dell’ultima ora a sostegno della tesi di un trionfo facilitato dal prematuro ritiro di Froome e Contador, dati per favoriti alla vigilia.

Per Vincenzo a parlare sono i numeri di questo Tour. Impressionanti. Quattro vittorie di tappa, oltre sette minuti di vantaggio sul secondo in classifica, e più di otto sul terzo (dati aggiornati alla vigilia dell’ultima tappa, ndr), in maglia gialla già alla seconda tappa, quarto classificato nella cronometro finale — tappa che doveva rappresentare una delle maggiori insidie prima della vittoria finale — e trionfatore assoluto sui Pirenei dove stacca tutti, con una fuga durata dieci chilometri, e lascia più di un minuto agli avversari sul traguardo finale. Inoltre va ad aggiungersi alla prestigiosa cinquina di corridori che hanno vinto tutte e tre le grandi corse a tappe. E stiamo parlando di leggende del ciclismo come Eddy Merckx, Bernard Hinault, Jacques Anquetil, Alberto Contador e Felice Gimondi.

Se tutto ciò non dovesse bastare, per testimoniare la trasparenza di Vincenzo Nibali potrebbe valere la pena (mettiamo nostro malgrado il condizionale, dato quello a cui siamo stati abituati in passato) dare uno sguardo a un interessante confronto tra i tempi dello stesso Nibali e quelli di altri campioni del passato (poi squalificati per doping), ottenuti proprio sulla tappa di Huatacam. Come si legge su La Stampa, il ciclista messinese ha impiegato 37 minuti e 26 secondi per percorrere i 13,6 chilometri finali, tempo decisamente superiore a quello che ottenne Lance Armstrong nel 2000 (36 minuti e 25 secondi), Pantani nel 1994 (35’e 25”) e Riis nel 1995 (34’35”). Motivo per cui si può dedurre che Nibali sia andato piuttosto piano rispetto agli altri.

È proprio sui Pirenei che lo “squalo dello Stretto” ha dato forma al suo capolavoro: scappando in fuga a oltre dieci chilometri dall’arrivo, ha superato prima Chris Horner — prendendosi una piccola rivincita nei confronti dello statunitense, che gli aveva scippato la seconda vittoria alla Vuelta di Spagna lo scorso anno — poi Iturralde, e infine Majka, dando vita a una corsa per la vittoria che nemmeno una spettatrice un po’ indisciplinata, vittima delle stravaganti mode del momento, ha potuto mettere a repentaglio. L’ultimo sforzo nella cronometro, poi, è stato il sigillo di una prestazione maiuscola, coronamento di un trionfo meritato e sofferto. Il frutto di un anno di sacrifici fatte di corse dietro alla moto del preparatore Paolo Slongo che lo spronava al grido di «io faccio Froome e tu mi insegui»; ma fatto anche di grandi rinunce come quella della difesa del titolo al Giro d’Italia vinto un anno prima; di lontananza dai genitori, dal nonno Vincenzo che gli regalò il primo triciclo da bambino, dagli amici e dalla sua terra. Una lontananza con cui Vincenzo ha imparato a convivere — fin da quando ancora giovanissimo lasciò la Sicilia per andare ad allenarsi in Toscana — ma a cui non si è mai abituato, come del resto tutti i siciliani che lasciano per un motivo o per un altro la propria terra. Perché in fondo Vincenzo è uno normale.

E quando anche Parigi sarà ai suoi piedi, allora forse potremmo tornare a credere in un ciclismo diverso. Diverso da quello a cui per troppo tempo siamo stati abituati. Cominciare a valutare l’idea di non vedere più lunghe e solitarie fughe ogni qual volta la strada comincia a salire, cominciare a dire basta alle vittorie messe a segno da corridori spremuti fino allo stremo nei tapponi di montagna, in poche parole prendere coscienza che quell’universo ciclistico, messo in piedi dietro ai banconi, non deve esistere più. Anche se a pagarne dazio potrebbe essere lo spettacolo. Ci piace pensare insomma che con Nibali prenda vita il nuovo volto del ciclismo di cui egli rappresenta solo un “prototipo”. Perché c’è ancora tanto da lavorare per riuscire a sconfiggere quell’alone di sospetto che aleggia intorno ad ogni grande impresa ciclistica. E se questo un giorno dovesse accadere, allora sarà il giorno in cui, come oggi, torneremo a ripetere: grazie Vincenzo.

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