30 Luglio Lug 2014 1615 30 luglio 2014

I poteri “deboli” italiani scaricano Renzi

I poteri “deboli” italiani scaricano Renzi

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«I poteri forti in Italia appena sentono odore di impopolarità incominciano a lamentarsi, per questo io li chiamerei poteri deboli». Peppino Caldarola, storico direttore de L’Unità, profondo conoscitore del centrosinistra e delle dinamiche della politica italiana, commenta così a Linkiesta le ultime bordate verso il governo del presidente del Consiglio Matteo Renzi, in arrivo da gran parte dell’establishment italiano, mondo imprenditoriale e bancario, che in pochi mesi ha cambiato opinione sul segretario del Partito democratico, passando dai peana entusiasti di dicembre - appena dopo le primarie democrat - alle critiche. Diego Della Valle, il patron di Tod’s che mercoledì 31 luglio ha sparato contro il premier dalle colonne del Corriere della Sera e del Fatto Quotidiano, è solo l’ultimo di una lunga schiera di opinionisti del mondo dei cosiddetti manager italiani, la classe dirigente, ad aver ormai voltato le spalle all’esecutivo dell’ex rottamatore di Firenze. In sostanza, #lavoltabuona, hashtag di matrice renziana, sembra avere le ore contate, dopo l’addio di Sel di Nichi Vendola e una riforma del Senato sempre più osteggiata da senatori e boiardi di Stato.  

Saranno le minacce di chiudere le Camere di Commercio, lo stallo perenne sull’affare Alitalia-Etihad, o il fatto che molti ex boiardi di Stato sono rimasti appiedati, vedi l’ex Eni Paolo Scaroni o l’ex Finmeccanica Alessandro Pansa, ma oltre a piovere sull’Italia piove pure sul governo. E sono nubi nere. Sono passati pochi mesi da quando i quotidiani italiani e l’opinione pubblica parlavano di idillio tra «poteri forti e Renzi», di poteri avvinghiati al «sindaco fiorentino». A gennaio 2014, in piena battaglia in vista delle nomine nelle aziende pubbliche, c’è chi si prodigava nell’attaccare l’allora presidente del Consiglio Enrico Letta, con l’obiettivo nemmeno troppo celato di farlo crollare. Fu Emanuele Macaluso, storico consigliere e amico del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, a spiegare che l’accelerazione del cambio di governo era dovuta al rinnovamento dei consigli di amministrazione di Eni, Finmeccanica, Terna, Ferrovie dello Stato e di diverse altre poltrone di peso nel Paese. Che insomma tutto quel fermento fosse in parte dovuto al ricambio negli ultimi, pochi, centri di poteri rimasti all’Italia.  

Fu sempre allora che proprio Della Valle iniziò la sua guerra per la rottamazione dei vecchi manager, a cominciare dall’ex amministratore delegato del Cane a sei zampe Paolo Scaroni. Epurazione che a San Donato c’è effettivamente stata all’inizio di maggio, seppur molto ammorbidita, con la nomina di Claudio Descalzi. Eppure questo non sembra essere bastato ai poteri deboli della seconda repubblica. Della Valle ha iniziato a fare lo “scarparo” con Renzi, parlando di «vecchio politichese» o di «una politica industriale» che non c’è. «Non ci sono di mezzo le amicizie personali, bisogna essere obiettivi» dice il patron di Tod’s, quando nemmeno tre mesi fa si faceva immortalare sorridente insieme con il premier allo stadio durante le partite della Fiorentina. Persino il gruppo L’Espresso di Carlo De Benedetti, l’ingegnere reduce dall’aver salvato la sua Sorgenia grazie all’intervento delle banche, pare aver cambiato idea sul governo. Se il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari scriveva in un editoriale del 18 maggio 2014 di votare per Renzi alle Europee, ora invece mette in allarme i lettori sui danni che potrebbe fare il premier all’Italia. «La sola vera conseguenza» scrive Scalfari di Renzi «è il suo rafforzamento personale a discapito della democrazia la cui fragilità sta sfiorando il culmine senza che il cosiddetto popolo sovrano ne abbia alcuna percezione».

Ma questo non è tutto. Mentre il quotidiano La Stampa di Torino, simbolo della Fiat, continua a mantenere una certa distanza dalle polemiche e dalle critiche, negli ultimi giorni ha iniziato ad alzare il tiro contro il presidente del Consiglio anche il Corriere della Sera, vera e propria scatola di poteri forti e meno forti, tra Mediobanca, lo stesso Della Valle e banche di sistema come Intesa San Paolo di Giovanni Bazoli. Gli editoriali di Antonio Polito e Ernesto Galli della Loggia, ormai sempre più incalzanti, seguono la scia di quello che all’estero continua a ripetere a gran voce da qualche settimana l’Economist. «Può Matteo Renzi salvare l’Italia? O si dimostrerà inefficace come gli altri prima di lui?» scriveva una manciata di giorni fa il settimanale britannico. E la disanima è quella che in via Solferino fanno già da tempo. Basta con gli slogan, basta con le promesse, ora fatti veri. Ma allo stesso, a fronte delle critiche sempre più incessanti, non fanno da contraltare gli elogi di un tempo. Tacciono Oscar Farinetti di Eataly o Flavio Briatore, un tempo veri e propri teorici del renzismo. Persino tra il fidato Marco Carrai - Gianni Letta 3.0 dei renziani dalle conoscenza altolocate nella finanza statunitense e britannica - e il premier non ci sarebbe più l’idillio di una volta, dopo alcune schermaglie sull’aeroporto di Firenze. I due rischiano persino di ritrovarsi un’indagine a carico in procura a Firenze per l’affitto della casa di via degli Alfani 8. 

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