1 Agosto Ago 2014 2100 01 agosto 2014

Il fondo che sta cambiando il calcio in Europa

Il fondo che sta cambiando il calcio in Europa

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Cos’hanno in comune miniere e palloni? Nulla, all’apparenza. Eppure il mercato odierno del calcio globale insegna che tra il calcio e attività che con esso non c’entrano nulla, i legami ci sono eccome. Come quello con il gas della Gazprom, ad esempio, main sponsor della Champions League e di alcuni top club europei. Tutto questo per dire che anche le miniere c’entrano, a loro modo, con lo sport più seguito al mondo. C’entrano grazie alla Doyen, società brasiliana ma con sedi anche a Londra, Istanbul e Malta. Occhio, perché questa connessione potrebbe ingrassare il calcio europeo. Compreso quello boccheggiante (di soldi e di tecnica) della nostra Serie A.

In Europa, il Doyen Group ha la sede centrale sulle rive del Bosforo e la finanziaria su quelle del Tamigi. Metalli, minerali, gas, carburanti: grazie alla joint venture con la NuCap ltd, la Doyen è attivissima nel settore energia, compresi fertilizzanti e uranio. Gas e fertilizzanti: gli stessi business nei quali sono rispettivamente impegnati i grandi magnati russi che negli ultimi anni hanno investito soldi del calcio europeo, da Roman Abramovich nel Chelsea a Suleiman Kerimov nell’Anzhi. Per far fruttare ancora di più i ricavi dal settore energetico, la Doyen da tempo si è buttata nel calcio, diventando in poco tempo il punto di riferimento per quanto riguarda i fondi d’investimento sportivi.

La “miniera” brasiliana

Essendo nata in Brasile, la Doyen ha posto le basi del proprio business pallonaro della terra del fùtbol. Tramite un metodo molto semplice ma redditizio: l’acquisto dei cartellini di giovani (e promettenti) calciatori brasiliani. Il modello è molto lineare: investo in un calciatore comprandone i diritti sportivi a poco prezzo e lo parcheggiano in una squadra sudamericana. Se il giocatore si mette in mostra, entro un paio di stagioni viene conteso da alcuni club europei, che ne acquistano il cartellino direttamente dal fondo, che a sua volta lascia una parte della cifra ricevuta alla squadra che se ne vede privato. Il business funziona, tanto un grande calciatore brasiliano è prima o poi destinato a venire a giocare in Europa: basti vedere Neymar, ceduto al Barcellona nonostante i proclami del giocatore, che diceva di voler restare in patria fino al Mondiale. In Brasile, nel tempo, molte società si sono dedicate agli investimenti player trading: ancora oggi, i cartellini di alcuni giocatori brasiliani in Europa appartengono a catene di supermercati carioca, piuttosto che a bracci sportivi di gruppi petroliferi: celebre in questo senso fu il caso di Carlos Tevez, che al Cortinhians fu potato dal fondo Media Sport Investment dell’affarista iraniano Kia Joorabchian.

Lo sbarco in Europa

Un business talmente redditizio che il Doyen decide di fare il grande salto e di sbarcare in Europa. Aprendo un braccio sportivo di rappresentanza e chiamandolo Doyen Sport Investment. Del fondo si comincia a parlare nel calcio europeo nel 2011, quando in Liga Spagnola alcuni club come Atletico Madrid e Sporting Gijon esibiscono su maglia o pantaloncini il suo logo. Ma non si tratta solo di una sponsorizzazione. La Doyen comincia a elargire presiti ad alcuni club, aiutandoli a comprare certi giocatori che altrimenti non si potrebbero permettere. Una sorta di equo scambio: tu compri un buon giocatore, migliori la tua posizione in Spagna (e in Europa) e ci guadagni da premi classifica e diritti tv; io ti pago quel giocatore e dai tuoi risultati ci guadagno sulla rivalutazione (in rialzo) del cartellino del calciatore stesso, nel momento in cui lo rivendi, intascandomi la maggior parte dei soldi.

Complicato? No, visto che all’Atletico Madrid la tecnica l’hanno imparata bene. Su Linkiesta ve l’abbiamo raccontato tempo fa. Piccolo riassunto. Nel 2011, l’Atletico Madrid è reduce da un’annata deludente: settimo posto in campionato e fuori dall’Europa League (da campione uscente) ai quarti. La conseguenza è che il club ottiene pochi introiti legati ai risultati, a fronte di un pesante debito nei confronti della Fiscalidad spagnola (215 milioni di euro) e del personale (51,6 milioni). Per fare fronte ai debiti, raggranella 91 milioni dalla vendita di alcuni importanti giocatori. Il club però torna a sorpresa sul mercato, facendo grandi acquisti. Dal Porto arriva l’attaccante colombiano Radamel Falcao, per 40 milioni. Il 55% dell’operazione viene finanziato dal fondo Doyen. Che nel 2013 guida la cessione del giocatore al Monaco per 60 milioni di euro, di cui solo 15 vanno nelle casse dei Colchoneros.

Lo stesso Monaco che ritroviamo coinvolto in affari con il Portogallo, altro terreno fertile per gli affari della Doyen. Tra Lisbona e Oporto, il ricorso ai fondi d’investimento è un escamotage che, ad esempio, sta gonfiando di soldi le casse del Porto. Il bilancio 2012/13 evidenza notevoli plusvalenze legate alle cosiddette Tpo (Third party ownership, ovvero i fondi che fanno da intermediari) e derivanti dalle cessioni al Monaco di Moutinho e James Rodriguez. Due calciatori assistiti, per dire le coincidenze, dalla Gestifute di Jorge Mendes, potente procuratore lusitano di big come Cristiano Ronaldo e Josè Mourinho. Negli ultimi 5 anni fiscali, il Porto ha nel frattempo realizzato grazie a vari fondi d’investimento plusvalenze per oltre 200 milioni di euro.

Se la Doyen ha fatto un affarone a Oporto grazie a Falcao, a Lisbona l’elenco dei calciatori del fondo si è arricchito del nome del giovane talento olandese Ola John, il cui cartellino è di sua proprietà per l’80%. Tra Spagna e Portogallo, l’elenco dei giocatori del fondo Doyen è nutrito: Negredo, Reyes, Botía, Kondogbia, Baba Diawara, Manu Del Moral, Barrada, Pedro León, Rubén Perez, Labyad e Rojo sono solo alcuni nomi di una lista che ingrossano il business che da una parte arricchisce il fondo stesso e dall’altra permette alle squadre di iscrivere a bilancio valori gonfiati dei cartellini.

Destinazione Italia

«Come testimoniato dalla realtà spagnola e portoghese, fondi e società di investimento rendono le società sportive maggiormente competitive, facilitando la raccolta di risorse finanziarie e migliorando le condizioni contrattuali relative ai contratti di acquisto e cessione dei giocatori», spiegò lo scorso maggio al Sole 24 Ore Nelio Lucas, Ceo di Doyen. Che confermò l’interesse del gruppo a sbarcare in Italia, con la promessa di investire 200 milioni di euro a margine delle operazioni di calciomercato dei club di Serie A. Un campionato, il nostro, che sta cercando di rimettersi in sesto dal punto di vista finanziario: gambi di governance e nuove strategie di marketing (Thohir e Pallotta), stadi di proprietà (Juve, Udinese e Roma) sono le vie battute. Ma servono soldi freschi per il mercato. E chi meglio del fondo Doyen, disposto a mettere subito il 50% del piatto a disposizione delle nostre squadre. Sottoforma di prestiti, come fatto già con l’affare Porto-Atletico. Non solo. Un altro 20% verrà girato ad alcune squadre, con l’intento di dare loro un aiutino nella ristrutturazione di quei bilanci che dipendono ancora così tanto (il 60% del totale) dai diritti tv.

La stessa formula che Doyen vorrebbe perseguire in Inghilterra. Anche per la Premier League, il fondo avrebbe pronto un piani di investimento da 200 milioni di euro, anche se la stessa lega calcistica ha preso le distanze dalla possibile operazione: «Crediamo che questa pratica minacci l’integrità delle competizioni, riduca il flusso dei ricavi provenienti dai trasferimenti e abbia il potenziale per esercitare un’influenza esterna sulle decisioni dei giocatori». Ma questo non sta impedendo comunque alla Doyen di fare affari con il mercato inglese. Prendete il caso del trasferimento del difensore francese Mangala dal Porto al Manchester City: dei 40 milioni pagati dai Citizens ai Dragoes, 18 se li intasca Doyen. Alla faccia del Fair Play Finanziario e delle squadre coinvolte.

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