3 Agosto Ago 2014 1800 03 agosto 2014

Cdp e l’avanzata cinese nel Mediterraneo

Cdp e l’avanzata cinese nel Mediterraneo

Cina Supera Russia Ok

Loperazione Cina condotta da Franco Bassanini, presidente della Cassa depositi e prestiti, per conto del Tesoro e con il viatico di Matteo Renzi, è un buon affare. Su questo sembrano tutti d’accordo. Ma un buon affare per chi? E qui, dopo il plauso universale, subentra il dubbio. La Cassa intasca oltre due miliardi di euro per il 35% della holding che controlla la distribuzione del gas e dell’elettricità. Più esattamente, la Cdp Reti ha il 29,9% di Snam ceduta dall’Eni e il 30% di Terna conferito dalla casa madre. Due società a loro volta quotate ma che non producono merci a mezzo di merci, bensì gestiscono infrastrutture e servizi pubblici remunerati attraverso tariffe regolate dallo Stato, dunque soggette al potere politico più che al mercato.

Entrano quattrini veri i quali rafforzano la Cdp (la Cassa deve potenziare il proprio capitale come da tempo insiste la Banca d’Italia), scommettono su investimenti futuri, offrono al Tesoro una certa garanzia di dividendi ancor più preziosi oggi che il ministro Pier Carlo Padoan sta facendo la questua per raggranellare qualche spicciolo e finanziare quanto meno il bonus di 80 euro. Conclusione logica: l’azionista pubblico ci guadagna senza perdere il controllo, perché, stando agli accordi, la State Grid Corporation of China, settima mega-corporation nella classifica di Fortune, avrà solo due consiglieri su sette. E i cinesi?

La più grande compagnia elettrica al mondo ha ottenuto chiare clausole che ne tutelano la quota di minoranza (per esempio avrà il veto sulla cessione delle partecipate il che tiene lontani molti fondi, secondo Formiche.net che ha sollevato non pochi dubbi sulla operazione). Con Cdp Reti, State Grid realizza un investimento importante per la sua strategia di espansione internazionale, il secondo in Europa dopo l’ingresso con il 25% nella Ren, la rete portoghese. Ciò fa parte di una più ampia penetrazione nell’industria energetica e nelle infrastrutture, snodo fondamentale nel piano decennale di Xi (Jinping) e Li (Keqiang) i due nuovi signori del celeste impero.

L’Italia è un approdo di rilievo, come dimostra la partecipazione di Shangai Electric nell’Ansaldo Energia o l’acquisto del 2,1% di Eni ed Enel (per 2,1 miliardi di dollari) da parte della banca centrale cinese. Dunque, affari di stato (o di capitalismo di stato), trattati dai governi e dai loro emissari, fuori da occhi indiscreti e dal controllo del mercato. Così va “il mondo nuovo” e in fondo è stato proprio Aldous Huxley a inventarsi i “coordinatori mondiali”. Ma dietro queste operazioni c’è anche una strategia italiana di lungo periodo? E qui entriamo nel capitolo degli interrogativi senza risposta.

In questi mesi sono state versate calde lacrime perché alcune imprese del lusso, marchi importanti del made in Italy, sono passate in mani straniere. Con tutto il dovuto rispetto per Loro Piana o Bulgari, il cachemire e i gioielli non sono settori strategici (qualcuno vorrebbe che lo diventassero sul modello francese, ma in Italia mancano sia i capitali sia i sostegni dell’alta finanza che hanno consentito il successo di LVMH). Ben diverso è il ruolo dell’energia, sia nella produzione sia nella distribuzione. È vero che i mandarini di Pechino detengono quote di minoranza, ma bisogna chiedersi a questo punto se la svolta filo-cinese rappresenta un cambiamento rispetto alla linea filo-russa che ha dominato finora.

Non c’è dubbio che ha lavorato molto in questo senso un politico e uomo d’affari di lungo corso come Romano Prodi che sostiene da tempo la necessità di saltare sul treno cinese, ben più vantaggioso per l’Italia dal punto di vista economico e politico. La crisi Ucraina e il gelo dell’Occidente verso la deriva neozarista di Vladimir Putin, offrono argomenti forti a favore della prospettiva prodiana, apprezzata anche da Washington. I capitali russi hanno continuato a fluire in Italia, da Wind a Pirelli, per non citare soltanto lo stretto legame con l’Eni. Adesso sullo scacchiere mondiale la partita è cambiata in attesa che cambino anche i giocatori.

Di qui ai prossimi anni, gli Stati Uniti intendono diventare i fornitori di gas da scisti per i Paesi europei dipendenti dalla Russia. Il gas non passerà via tubo, naturalmente, ma via nave, liquefatto negli Stati Uniti, trasformato in Europa e convogliato attraverso le reti nazionali che diventano, dunque, un business di primaria importanza. La Spagna, soprattutto, ma anche il Portogallo, faranno da sponda. Endesa, la compagnia spagnola controllata da Enel, ha già firmato importanti contratti che prevedono di destinare un terzo delle forniture energetiche all’Italia. Saranno esecutivi solo nei prossimi anni perché le compagnie americane non sono ancora pronte a liquefare abbastanza gas da essere esportato e perché negli Stati Uniti esistono molte opposizioni all’export di risorse strategiche. Ma le multinazionali si stanno attrezzando e il Congresso che uscirà dalle elezioni di mid-term dovrà sciogliere il nodo politico. 

Un grande gioco destinato a modificare gli equilibri geoeconomici e geopolitici. La Cina lo sa e si sta infilando nell’ingranaggio con una strategia doppia. Affamata com’è di energia, approfitta dell’isolamento del Cremlino per sostituire in parte gli sbocchi occidentali che mancheranno ai colossi russi. Zeppa di capitale in cerca di impieghi strategici, interviene a valle nella produzione e nella distribuzione, candidandosi sempre più come partner a tutto tondo. Se è questo lo scenario di fondo nel quale inserire operazioni come quelle di Cdp Reti, allora sarebbe opportuno discuterne apertamente, in pubblico e in Parlamento, per capire meglio quali contropartite l’Italia può ottenere in termini di sbocchi mercantili e di altre partecipazioni sensibili.

Quando è scoppiata la crisi dei debiti sovrani, la Cina ha detto chiaro e tondo che non aveva intenzione di riempirsi di Btp, tuttavia avrebbe guardato con interesse all’Italia, cercando marchi di prestigio bisognosi di quattrini, aziende meccaniche, vera forza del made in Italy ma per lo più troppo piccole per accedere da protagoniste al mercato globale, e infrastrutture che favorissero la sua espansione nel Mediterraneo. I porti, per esempio, interessano moltissimo ai cinesi i quali hanno approfittato della crisi greca fin dal 2010 spiazzando proprio i russi. Ragioni geopolitiche hanno influito in modo determinante anche nelle relazioni con Atene.

Ciò fa sorgere una ulteriore questione: gli Stati Uniti vogliono bloccare l’espansionismo di Putin e dei suoi oligarchi, ma sono pronti ad accettare una Cina così attiva nel cuore dell’Europa? Gli americani si rendono conto che occorre un nuovo equilibrio tra le grandi potenze, rafforzando un fronte occidentale oggi debole e diviso, come dimostra il rilancio del trattato transatlantico di libero scambio, tuttavia la difesa degli interessi corporativi negli stessi Stati Uniti (non c’è solo l’agricoltura europea da mettere alla gogna) crea un vuoto temporale del quale i cinesi stanno approfittando.

Fumisterie da pensatoio strategico? Forse. Probabilmente dietro le mosse del presidente Bassanini, dell’amministratore delegato Giovanni Giorno Tempini e del ministro Padoan c’è un immediato bisogno di far cassa. Dunque siano benvenuti i cinesi nell’energia o gli arabi in Alitalia, senza abbandonare i russi anche a costo di perdere la poltrona europea di alto rappresentante della politica estera. Può darsi. La veduta corta affligge l’Italia e non da oggi. Le grandi privatizzazioni degli anni ’90 sono per lo più fallite proprio per soddisfare i bisogni immediati del Tesoro o per pagare la spesa corrente vendendo i gioielli di famiglia. Renzi, a questo punto, dica che non è più così.

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