4 Agosto Ago 2014 1800 04 agosto 2014

Italicus: storia di un mistero italiano in dieci punti

Italicus: storia di un mistero italiano in dieci punti

Italicus

Cosa, come, dove, quando

4 agosto 1974, ore 1,23 di notte. Il treno espresso Roma-Monaco delle ferrovie tedesche — che altri chiamano Italicus — sta attraversando l’Appennino. Più precisamente sta percorrendo i 18,507 km della Grande Galleria, una delle venti più lunghe al mondo. Quando il treno è ormai a cinquanta metri dall’uscita del traforo, una bomba ad alto potenziale esplode nella carrozza 5. La carrozza prende fuoco, ma il treno riesce ad arrivare per forza d’inerzia nella stazione di San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna.

Nell’attentato perdono la vita 12 persone, 48 rimangono ferite. Poteva andare molto peggio, in realtà: se la bomba fosse esplosa nel mezzo della Grande Galleria, i morti e i feriti sarebbero stati sicuramente molti di più. A suffragare questa ipotesi, un analogo attentato avvenuto dieci anni dopo, quello del Rapido 904 Napoli-Milano, in cui una bomba collocata — pare dalla mafia — sulla nona carrozza del convoglio uccide 17 persone e ne ferisce 267.

Il luogo della strage

1974: il primo anno di piombo

Il 1974 è l’anno in cui molti storici fanno coincidere l’inizio dei cosiddetti «anni di piombo», periodo di massima radicalizzazione dello scontro politico in Italia, che per almeno un decennio diventa terreno di guerra di movimenti armati di destra e di sinistra, logge massoniche, cospirazioni segrete. E teatro, purtroppo, di omicidi mirati, attentati, stragi – da Pasolini, a Moro, da Piazza della Loggia alla Stazione di Bologna – rimaste quasi sempre senza colpevoli.

Il 1974, dicevamo: siamo nel pieno dell’accesissima campagna elettorale sul referendum promosso da Dc e Msi contro la legge introdotta quattro anni prima che regolamenta il divorzio. Il 21 aprile una bomba esplode sui binari della linea ferroviaria Firenze-Bologna, all’altezza di Vaiano, tranciando il binario sinistro e mancando per un pelo l’obiettivo di far deragliare il treno direttissimo Dd 113. E ancora: il 28 maggio, due settimane dopo la vittoria dei No al referendum, una bomba esplode in Piazza della Loggia, a Brescia durante una manifestazione antifascista, uccidendo 8 persone e ferendone 102. 

La prima rivendicazione

Il giorno seguente l'attentato di Piazza della Loggia, viene pubblicato un identikit del presunto attentatore: pare assomigliare molto al volto di Giancarlo Esposti, giovane militante lodigiano del gruppo neofascista Avanguardia Nazionale. Il 30 maggio, Esposti viene ucciso da una pattuglia dei Carabinieri a Pian del Rascino, in provincia di Rieti, mentre era in fuga insieme ad altri due militanti neofascisti. Difficile centrasse qualcosa con Piazza della Loggia, anche se altre testimonianze affermano che si stesse recando a Roma per uccidere il Presidente della Repubblica, prendendolo a fucilate durante la parata del 2 Giugno.

Cosa c’entra Esposti con la storia dell’Italicus? C’entra. Il giorno seguente, infatti, in una cabina telefonica di Bologna viene ritrovato un volantino di rivendicazione dell'attentato a firma del movimento neofascista Ordine Nero, che dichiara: «Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l'autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti».

Franci e la pista del terrorismo nero

L’autore del volantino, un militante di destra con problemi psichici di nome Italo Bono, viene individuato subito, ma sia lui, sia i suoi amici hanno un alibi. Tuttavia, si continua a indagare sul terrorismo nero. La prima vera pista d’indagine prende corpo qualche mese dopo. Più precisamente, la sera del 15 dicembre del 1975, quando tre detenuti, Aurelio Fianchini, Felice D'Alessandro e Luciano Franci, evadono dal carcere di Arezzo.

Il primo, Fianchini è un militante della sinistra extra-parlamentare. Felice D’Alessandro, il secondo, è stato Segretario della Federazione dei Giovani Comunisti di Cortona, ma sta scontando la pena per un omicidio comune, non politico. Il terzo, Franci, è invece un terrorista nero, condannato a 12 anni per un altro attentato ferroviario sulla stessa linea, quello di Terontola, del 6 gennaio 1975. Quest’ultimo, in carcere, confessa ai due il suo coinvolgimento nella strage dell’Italicus.

in seguito a quella conversazione, Fianchini e D’Alessandro convincono Franci a evadere con loro per fargli confessare alla stampa la paternità dell’attentato. In cambio gli garantiscono il loro aiuto per espatriare. Qualcosa però va storto: Franci non si fida dei due, li abbandona e pochi giorni dopo si costituisce. Fianchini e D’alessandro, così, si recano da soli alla redazione di Epoca, consegnando ai giornalisti del settimanale la loro versione dei fatti.

La versione di Fianchini

All’ufficio politico della Questura di Roma, Fianchini fa mettere a verbale che, a suo dire, «l’attentato al treno Italicus fu opera del Fronte Nazionale Rivoluzionario. Mario Tuti fornì l’esplosivo, Malentacchi Piero piazzò l’ordigno sul treno nella stazione di Santa Maria Novella, e il Franci, che lavorava nell’ufficio postale della suddetta stazione, fece da palo. L’ordigno era stato preparato dal Malentacchi che aveva acquisito una specifica competenza in proposito durante il servizio militare. L’attentato fu eseguito per creare il caos nel paese e favorire l’attuazione di un successivo colpo di stato».

La versione di Fianchini è supportata da diversi riscontri: è vero che Franci si trovava in servizio a Santa Maria Novella la notte dell’attentato; è vero che Malentacchi aveva svolto il servizio militare nel genio guastatori e sapeva fabbricare esplosivi. Tuttavia, nei processi che seguiranno, verranno a galla anche diverse incongruenze. Una su tutte: come emergerà nella successiva (e definitiva) sentenza di Cassazione del 1992, Fianchini ammise anche «di essere convinto, prima ancora di ricevere le confidenze del Franci, della colpevolezza dello stesso e di avere usato l'inganno per indurlo a confessare». Dei processi però, parliamo più avanti.

Toh, i servizi segreti…

In parallelo alla pista del terrorismo nero, emerge anche una storia parallela della strage dell’Italicus fatta di depistaggi, insabbiamenti e servizi segreti deviati. Il 9 agosto, cinque giorni dopo l’attentato, era infatti arrivata alla Questura di Roma la deposizione di Rosa Marotta titolare di una ricevitoria del Lotto di via Aureliana a Roma. La donna, afferma di aver ascoltato una telefonata effettuata nella sua ricevitoria da una ragazza, che informava qualcuno sulla preparazione di un attentato dinamitardo su un treno.

La ragazza identificata risponde al nome di Claudia Ajello: interrogata dal Pubblico Ministero, tre giorni dopo, afferma di non aver assolutamente parlato di bombe e che la telefonata era rivolta alla madre in partenza per un viaggio che prevedeva il trasferimento da Roma a Mestre in treno. Qualche problema però c’è: la Ajello lavora infatti al Sid, l’allora servizio segreto italiano, e non era una semplice traduttrice, come dichiarò al Pm, ma un’agente segreta vera e propria, infiltrata tra gli studenti greci e addirittura in una sezione del Pci, cui risulterà essere effettivamente iscritta.  Per questo, e per altre incongruenze, sarà rinviata a giudizio per falsa testimonianza. La storia dei presunti depistaggi e degli insabbiamenti del caso — di cui il coinvolgimento diretto dei servizi segreti deviati è, giocoforza, derivata seconda — non si ferma qui.

Cosa c’entra la P2

Andiamo con ordine: il 23 agosto 1974 l'ammiraglio Birindelli si reca dal generale dei carabinieri Bittoni per denunciare che gli autori della strage dell'Italicus sarebbero stati Franci, Malentacchi e un terzo di cui non ricordava il nome. Il generale predispone degli accertamenti, dai quali risulta che Luciano Franci avrebbe avuto un alibi. Tuttavia, né Birindelli, né Bittoni avvisano i pm bolognesi che indagano sul caso.

Lo stesso avviene nell’agosto del 1975: l'ex moglie del terrorista Augusto Cauchi, Alessandra De Bellis, dichiara ai carabinieri di Cagliari che l'attentato dell'Italicus è opera del marito e dei suoi complici, nominando anche Mario Tuti. La donna viene condotta davanti al Pm di Arezzo Marsili, cui conferma le sue dichiarazioni. Anche in questo caso, nessuno si premura di avvisare i magistrati bolognesi.

Alessandra De Bellis, peraltro, finisce di lì a breve in alcune cliniche psichiatriche, anche se avrebbe avuto solo un esaurimento nervoso. Successivamente ai trattamenti cui è sottoposta, dichiara di non essere più in grado di ricordare nulla delle accuse mosse. Tenuto a mente i nomi? Bene. Si scoprirà poi che Cauchi, latitante dal gennaio 1975, era un confidente del Sid. Che Bittoni e Birindelli, nonché i generali Vito Miceli e Gianadelio Maletti. ai vertici dei servizi segreti di allora, erano iscritti alla loggia massonica P2. E che, addirittura, il pm di Arezzo Marsili, oltre a essere anch’egli membro della loggia, era anche genero di Licio Gelli.

Più che sufficiente, questo, per ipotizzare — usiamo le parole della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul terrorismo in Italia — che la P2 «svolse opera di istigazione agli attentanti e di finanziamento nei confronti dei gruppi della destra extraparlamentare toscana, quindi gravemente coinvolta nella strage dell'Italicus e può considerarsene anzi addirittura responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale»

Era Moro il bersaglio?

In mezzo a tutte queste supposte verità ce n’è una che è più inquietante di altre. A rivelarla la figlia di Aldo Moro, Maria Fidia Moro. All'epoca, Moro era Ministro degli Esteri del Governo Rumor. Secondo la versione della donna, il padre era il vero obiettivo dell’attentato all’Italicus. Aldo Moro, infatti, era solito recarsi in villeggiatura a Bellamonte, in Val di Fiemme e pare avesse scelto proprio quel treno per recarvisi. Salito sul treno alla stazione Termini, venne fatto scendere da alcuni funzionari del Ministero, suoi collaboratori, a causa di alcune carte che avrebbe dovuto firmare. Ci misero un po' e gli fecero perdere il treno.

A novembre di quell’anno, Aldo Moro divenne Presidente del Consiglio e rimase in carica fino alla fine della VI legislatura e alle elezioni del 1976. Il 16 Marzo del 1978, giorno della presentazione del quarto governo Andreotti, fu rapito da un commando delle Brigate Rosse, ma questa è, fino a prova contraria, un’altra storia.

Strategia della tensione e ipotesi di complotto

Se è vero che la versione che trova più riscontri è quella di un attentato opera del terrorismo nero fiancheggiato dalla P2 e dai servizi segreti deviati, c’è tuttavia una seconda versione, cui per completezza d’informazione va data testimonianza. È quella di alcuni gruppi di estrema destra, secondo cui la strage dell’Italicus non è che una delle tante «stragi di Stato» volta a radicalizzare lo scontro politico e funzionale a mettere fuori gioco le ali politiche estreme, sia di destra che di sinistra, parlamentari e non. A tale teoria venne dato il nome di «strategia della tensione».

Nella versione dell’estremismo di destra, l’attentato di Piazza della Loggia e quello dell’Italicus furono orchestrati da Andreotti e Berlinguer sotto la regia occulta dell’Avvocato Agnelli, per facilitare l’alleanza di governo tra democristiani e comunisti, l’altrettanto cosiddetto «compromesso storico». È una teoria, questa, che si fonda — come molte altre teorie del complotto — su ricostruzioni a posteriori in cui si risale la corrente a colpi di «a chi giova».

Tuttavia, qualche zona d’ombra c’è: perché, per la strage di Piazza della Loggia, fu subito incolpato Esposti, che si trovava a centinaia di chilometri di distanza? E perché Esposti, ferito e ormai immobilizzato, fu freddato con un colpo alla tempia, invece di essere semplicemente arrestato? Al netto di tutto, altri misteri che si aggiungono a una storia che ne ha già fin troppi.

I processi

Quel che è certo è che a oggi la strage dell’Italicus non ha ancora un colpevole. L’istruttoria si conclude il 1 agosto del 1980 — sì, esattamente il giorno prima della strage della stazione di Bologna — con il rinvio a giudizio di Tuti, Franci, Malentacci e di un bel po’ di altri estremisti di destra. Tuttavia, il 20 luglio 1983 il Presidente della Corte d'assise di Bologna, Mario Negri, assolve gli imputati Tuti, Franci, Mantelacchi e Luddi per insufficienza di prove.

Il 18 dicembre 1986 il presidente della Corte d'assise d'appello di Bologna, Pellegrino Iannaccone, ribalta tutto e annulla due delle assoluzioni del processo di primo grado: Mario Tuti e Luciano Franci vengono così condannati all’ergastolo quali esecutori della strage. Il 16 dicembre del 1987 il celeberrimo giudice della Corte di Cassazione Corrado Carnevale – detto «l’ammazza-sentenze» - annulla le precedenti sentenze, tenendo fede al suo soprannome.

Poi, il processo si ricelebra, e il 24 marzo del 1992 i due sono assolti di nuovo, stavolta definitivamente. Un’ultima annotazione: lo scorso 22 aprile, il Governo Renzi ha tolto il segreto di Stato su tutte le stragi degli anni ’70 e ’80, Italicus compresa. Con ogni probabilità non servirà a fare giustizia per quei dodici morti, ma la speranza è dura a morire. Anche in un paese di misteri come l’Italia.

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