6 Agosto Ago 2014 1600 06 agosto 2014

Storia degli 80 euro che dovevano salvare l’Italia

Storia degli 80 euro che dovevano salvare l’Italia

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La prima scossa è arrivata ieri in mattinata, con i dati di Confcommercio che raccontano di una crescita tendenziale dei consumi interni nel mese di giugno pari allo 0,1% rispetto al mese precedente. Non bastasse, è arrivata pure la mazzata dei dati dell’Istat sulla non-crescita del Pil di stamattina - 0,2%, ma col meno davanti - a certificare che siamo di nuovo in recessione e che la parola “ripresa” è ormai da riporre negli armadi, in attesa di tempi migliori.

Quattordici anni di economia italiana spiegati da una riga rossa

Questi dati mettono nel centro del mirino, soprattutto, i famigerati 80 euro di taglio del cuneo fiscale per i redditi da lavoro dipendente inferiori a 25mila euro all’anno. Valgano per tutte, le parole di Carlo Sangalli, segretario generale della Confcommercio, a commento dei dati diffusi ieri: «Il bonus di 80 euro, anche se ha mosso qualcosa non è riuscito a provocare uno shock sui consumi e a stabilizzare la fiducia, sconfiggendo l’incertezza». Senza troppi giri di parole: per una misura che dovrebbe produrre i suoi effetti nei primi mesi dalla sua adozione – prima non avevo 80 euro, ora ce li ho – se non è un buco nell’acqua, poco ci manca.

Peraltro, la promessa di estensione del bonus agli incapienti e ai lavoratori indipendenti, nonostante il nein tedesco a qualsivoglia flessibilità rispetto agli impegni presi nel 2011 – pareggio di bilancio entro fine anno, rapporto tra deficit e Pil sotto al 3% - rischiano di essere un mix letale per la sostenibilità stessa dei conti pubblici. Il tutto per un bonus che non è in grado di stimolare la domanda interna? Andiamo con ordine,  però, ripercorrendo la storia degli 80 Euro dall’inizio. Per cercare di capire, passo dopo passo, cosa non ha funzionato e cosa ci aspetta nei prossimi mesi.

Febbraio: crescere, crescere, crescere
Va dato atto, a Renzi, di essere andato al governo con le idee molto chiare. Uno: la crescita, e non il rigore, doveva essere la priorità dell’agenda dell’esecutivo. Due: la domanda interna e i consumi dovevano essere la leva in grado di far crescere il Pil. Tre: per far sì che ciò avvenisse c’era bisogno di misure coraggiose. Il bersaglio di Renzi è il famigerato cuneo fiscale. Per i non addetti: la differenza tra la retribuzione pagata dall’impresa e quella che finisce in tasca al lavoratore. Differenza che, giusto per fare un po’ di conti della serva, è pari al 45,2% circa della retribuzione complessiva (la media europea è il 35%, negli Usa è del 29%) e che, ça va sans dire, finisce in tasca allo Stato.

Marzo-Aprile: tutto in busta paga
Ci aveva provato anche il suo predecessore Letta, a dire il vero. Tuttavia, dei 10 miliardi di taglio promessi per il 2014, il buon Enrico era riuscito a spuntarne solo 2,5, dividendoli in modo ecumenico, da bravo fratello maggiore: 1,5 per ridurre i redditi alle tasse medio-basse e 1 a vantaggio delle imprese, per ridurre il peso dei contributi sociali. Risultato? In busta paga ognuno di quei lavoratori dipendenti e a basso reddito si sarebbe ritrovato 100 euro all’anno in più. Capirete anche voi che a colpi di 30 centesimi scarsi al giorno è difficile rilanciare la domanda interna. Di sicuro, l’ha capito Renzi. Che da bravo fratello minore, a fratricidio ultimato, ribalta la scelta di Letta e annuncia, entro maggio, un taglio del cuneo fiscale mai visto prima: 10 miliardi di Euro solo per il 2014, tutti in busta paga ai lavoratori, per rilanciare la domanda interna e i consumi. Pro capite, per l’appunto, 80 euro al mese.

Maggio: incapienti e indipendenti
Se nel 2012 abbiamo scoperto, grazie alla Fornero, chi fossero gli esodati, nel 2014, grazie agli 80 euro, facciamo conoscenza con gli incapienti. Si tratta di quei lavoratori che guadagnano meno di 8mila euro l’anno e che, quindi, non pagando le tasse, non possono usufruire del bonus fiscale del Governo. Diversi economisti criticano questa decisione e non solo per ragioni di equità e giustizia sociale: incapienti e pensionati, secondo alcuni, sono due tra le categorie che potrebbero fare maggiormente da leva alla ripartenza dei consumi: «Per loro, come anche alle partite Iva, ci sarà però un intervento ad hoc nelle prossime settimane», assicura il premier nella conferenza stampa dello scorso 18 aprile, quella dell’#oraics e dell’Italia coraggiosa e semplice, sollevando altre perplessità sulle coperture (altri 4 miliardi di euro). Intervista dopo intervista, le settimane diventano mesi. Nel frattempo escono i dati dell’Istat e raccontano di un calo del Pil, nel primo trimestre dell’anno, di 0,1 punti percentuali. Renzi si dice ottimista del fatto che l’Italia possa raggiungere l’obiettivo di una crescita dello 0,8% entro la fine dell’anno ed è lui stesso a mettere gli 80 euro a tirare il carro e a escludere nuovi prelievi fiscali e manovre correttive: «Di solito le manovre si fanno per mettere nuove tasse e invece noi dando 80 euro a 10 milioni di italiani facciamo redistribuzione con una misura che anche alla luce dei dati Pil è anticiclica».

Il mitico cedolino con gli 80 Euro di Renzi

Giugno: 40,8%
Alle elezioni europee del 25 maggio, contro ogni previsione, mette una croce sul simbolo del Partito democratico il 40,8% degli elettori. È un trionfo personale di Matteo Renzi e delle speranze che il suo governo suscita negli imprenditori e nei consumatori. Molti commentatori - e soprattutto gli avversari politici, primo fra tutti Beppe Grillo – pensano che la vittoria sia da attribuire proprio agli 80 euro: motore di speranza e ripartenza di cui presto vedremo gli effetti, secondo i più benevolenti; mancia in stile Achille Lauro per chi lo è meno. Quasi ognuno, tuttavia, è concorde nel credere che, se non altro, questa vittoria offre a Renzi la possibilità di far sentire la sua voce in Europa: nonostante il Pse di cui faceva parte abbia perso, il Pd ne è comunque la prima componente per numero. Come se non bastasse, il mese successivo inizia il semestre di presidenza italiana. Meglio, insomma, non ci si poteva arrivare.

La fiducia delle famiglie era cresciuta: almeno quella.

Luglio: la flessibilità e la grande gelata
L’asso nella manica di Renzi e del suo ministro dell’economia Pier Carlo Padoan è una lettera inviata il 16 Aprile a Slim Kallas, allora vice presidente finlandese della Commissione Europea in cui si dice che l’Italia non rispetterà il vincolo del pareggio di bilancio nel 2015 a causa di circostanze eccezionali che dovrebbero rendere legittima la flessibilità, ossia lo scostamento temporaneo dagli impegni presi. Kallas risponde che ne prende atto e che valuterà tale richiesta in relazione alle riforme che il governo Italiano sta portando avanti. L’obiettivo – e i timori – di Renzi e Padoan sono chiari: il Premier vuole poter pagare i debiti della Pubblica amministrazione e vuole più tempo nel taglio del debito previsto dal Fiscal Compact. Sa bene che se non porta a casa questo risultato, ha di fronte due mine pronte a esplodere: quella di una manovra correttiva in autunno – da lui sempre negata - per risistemare i conti pubblici; e quella di una nuova procedura per debito eccessivo contro l’Italia, che toglierebbe ogni margine di manovra al governo. La Merkel gela Renzi: «Abbiamo già concesso molto, dovete accontentarvi». Renzi ci riprova il 2 luglio, durante il discorso d’inaugurazione del semestre italiano di presidenza, ma il risultato non cambia. Anzi, il capogruppo del Ppe, il tedesco Manfred Weber, coglie l’occasione per attaccare Renzi sui conti pubblici dell’Italia e sulla sua inopportuna richiesta di maggior flessibilità.

Agosto: l’autunno sta arrivando
I dati economici continuano a preoccupare: la produzione industriale rallenta e il Fondo monetario internazionale rivede al ribasso le previsioni sulla crescita italiana, fino a oggi, con la conclamata stagnazione dei consumi e con il secondo trimestre consecutivo di calo del Pil, come se non bastasse, peggiore del primo. Roba – e  l’Ue ce l’ha subito ricordato - che fa sballare i conti e rimette tutto in gioco. Renzi reagisce, rintuzzando colpo su colpo le stoccate di chi usa questi dati come arma politica per certificarne il fallimento e concentrandosi sulla riforma del Senato e della legge elettorale. Mentre Padoan continua a trattare e a cercare di convincere i partner europei che la flessibilità italiana è cosa buona e giusta, una domanda comincia ad aleggiare sopra la testa del Governo: che si fa a ottobre?

Settembre-Ottobre: il piano B (o C, o D...)
20-25 miliardi di Euro. È questa l’entità credibile di una possibile manovra correttiva che stabilizzi i conti pubblici italiani. Renzi continua a negarla, con forza. Padoan, invece, non commenta, confermando le voci di chi afferma che gradirebbe una comunicazione più veritiera e meno annunci a effetto. Le ipotesi si sprecano: c’è chi dice che al posto della manovra potrà esserci una patrimoniale da 40 miliardi, chi addirittura un prelievo forzoso dai conti correnti, in stile 1992. Altri pensano che Renzi dovrà non solo abbandonare la promessa di estendere gli 80 euro a incapienti, pensionati e lavoratori indipendenti, ma non sarà nemmeno in grado di renderli strutturali. Ora come ora, non è dato saperlo. Quel che è certo è che finora le cose non sono andate come dovevano. E che quegli 80 euro, che dovevano rilanciare la crescita e scongiurare lo spettro della deflazione, non hanno salvato l’Italia.

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