3 Settembre Set 2014 1415 03 settembre 2014

Modello spagnolo o modello tedesco: qual è il migliore?

Modello spagnolo o modello tedesco: qual è il migliore?

Renzi Sopra

Uno dei “passi” più lunghi, difficili e pesanti che il governo Renzi dovrà percorrere è di certo quello per la realizzazione della riforma del lavoro, il fantomatico Jobs Act. Realizzata la prima parte con il decreto Poletti, il resto è in discussione in Commissione al Senato. Cosa conterrà il pacchetto? Nella sua intervista al Sole24ore, Renzi ha detto che sul lavoro il modello di riferimento sarà quello tedesco e non quello spagnolo. Per capire di cosa si sta parlando, ecco una breve descrizione sui due modelli e i risultati ottenuti.

Modello spagnolo La Spagna, al vertice in Europa della classifica per tasso di disoccupazione insieme alla Grecia, ha messo in campo una riforma di deregolamentazione del mercato del lavoro, partendo dal presupposto che il problema dell’elevata disoccupazione fosse l’eccessiva rigidità del mercato del lavoro. La riforma del lavoro Rajoy, in continuità con quanto già deciso dal precedente governo Zapatero, tocca tutti i principali pilastri del diritto del lavoro e del sistema di relazioni industriali.

I punti principali sono due: licenziamenti più facili e meno costosi, e ulteriori misure di flessibilità nella contrattazione collettiva. Sul primo punto, quello dei licenziamenti più facili, viene ridotta l’indennità di licenziamento e – cosa più importante – se dai risultati dell’impresa emerge una situazione economica negativa, il licenziamento diventa per giusta causa. Sul secondo aspetto, quello dei contratti collettivi, si afferma la priorità dei contratti aziendali indipendentemente da quanto stabilito nei contratti di livello superiore, con l’obiettivo di rendere il più possibile agile la flessibilità interna delle imprese. In questo modo per le aziende in difficoltà è più semplice lo sganciamento dal contratto collettivo.

Sul fronte dei lavoratori, quelli che hanno almeno un anno di anzianità hanno diritto a 20 ore annuali di permesso retribuito per attività formative all’interno della stessa impresa. Tra le misure destinate invece ai giovani, il contratto di apprendistato viene reso applicabile fino ai 30 anni, fin quando il tasso di disoccupazione non si sarà ridotto del 15 per cento. Per quanto riguarda il collocamento, si punta a unire le forze di tutti i soggetti in grado di ottimizzare l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro: in questo contesto si colloca l’autorizzazione concessa alle agenzie di lavoro interinale di fungere anche da agenzie di collocamento.

Per promuovere poi le assunzioni a tempo indeterminato, viene introdotto un nuovo contratto a tempo indeterminato con un periodo di prova di un anno e una detrazione fiscale di 3mila euro se l’impresa assume un giovane di età inferiore ai 30 anni. Si prevede poi un bonus fino a 3.600 euro in caso di assunzione di un disoccupato e fino a 4.500 se il disoccupato è di lunga durata e ha più di 45 anni.

Risultati Dopo sei mesi consecutivi di diminuzione del tasso di disoccupazione, in agosto la percentuale di quelli che cercano un lavoro ma non lo trovano è tornata a crescere (+ 0,18%). Secondo il ministero del Lavoro, il cambio è dovuto alla stagionalità di molti contratti nei settori del turismo, educazione e sanità. Nonostante i dati positivi, aumenta però la precarietà: secondo i dati dell’Encuesta de población activa (Epa), lo studio statistico sul mercato del lavoro elaborato dall’Istituto nazionale spagnolo (Ine), dei 14,7 milioni di contratti che sono stati stipulati nel 2013, quasi 5,3 milioni, cioè il 36 per cento, erano a ore. Nota positiva: la competitività del costo del lavoro in Spagna è migliorata dall’inizio della crisi. Il Paese quindi è più in grado di attrarre produzione industriale e investimenti.

Modello tedesco L’Agenda 2010, come Gerhard Schroeder chiamò il suo programma di riforme, conteneva interventi significativi sul mercato del lavoro. La riforma ideata dal Peter Hartz, ex capo del personale della Volkswagen, è stata attuata attraverso quattro leggi entrate in vigore tra il 2003 e il 2005.

Nelle prima legge del pacchetto Hartz sono state semplificate le procedure di assunzione e di licenziamento, introdotti i cosiddetti “buoni” per la formazione e i job center decentrati, dove il disoccupato viene assegnato a un tutor che segue il suo inserimento nel mercato del lavoro. Nella seconda legge, sono stati introdotti poi i minijob, precari e senza contributi, e i midjob, contratti atipici che prevedono una retribuzione massima di 400 euro. Vengono inoltre finanziate nuove forme di lavoro autonome per i disoccupati e per gli over 50 vengono introdotte nuove misure di sostegno. Con la Hartz 3 l’ufficio federale del lavoro è stato trasformato in Agenzia federale per l’Impiego. Con la Hartz 4, entrata in vigore nel 2005, sono state introdotte misure di inserimento nel mercato, anche con lavori marginali, con l’obiettivo di creare posti di lavoro anche per le persone non qualificate, di solito destinate ai lavori in nero. Le tipologie contrattuali flessibili vengono istituzionalizzate, così come il part time, il tempo determinato e il lavoro stagionale.

Il sussidio di disoccupazione e il sussidio sociale sono stati fusi. Limitato a un periodo di due anni, la disoccupazione viene concessa a chi nei tre anni precedenti abbia lavorato almeno 12 mesi. Passati i due anni, si passa a un contributo sociale di circa 400 euro vincolato però all’obbligo di accettare qualsiasi lavoro venga offerto dalle agenzie di collocamento. Il ragionamento è questo: ai disoccupati vengono concesse sovvenzioni, ma devono mostrare di essere in ricerca attiva di lavoro. I disoccupati tedeschi vengono sollecitati con delle proposte lavorative, che non possono essere rifiutate pena sanzioni e sospensione delle sovvenzioni nel caso in cui la proposta viene rifiutata.

A questi elementi, vanno aggiunti la decentralizzazione della contrattazione del lavoro che ha portato a una riduzione del costo del lavoro, e il cosiddetto modello duale. In Germania, prima di intraprendere una professione, è necessario seguire un percorso di formazione costituito da pratica e teoria, per cui lo studente trascorre tre o quattro giorni di lavoro alla settimana in un’azienda. Le aziende pagano lo stipendio agli apprendisti e il governo si assume il costo della formazione teorica.

Risultato Dal 2004 al 2013 il tasso di disoccupazione della Germania è diminuito dal 10,5% al 5,3%. E, soprattutto, l’occupazione complessiva è aumentata per otto anni consecutivi, a quota 42 milioni di unità. L’altra faccia della medaglia dell’occupazione tedesca, però, è il boom dei minijob a 400 euro al mese, con il 22 per cento dei lavoratori a basso salario. Più lavoro, ma precario. 

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