8 Settembre Set 2014 0815 08 settembre 2014

Il grande alibi delle riforme

Il grande alibi delle riforme

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Riforme strutturali, bisogna fare le riforme strutturali e deve cominciare chi è in ritardo, cioè l’Italia. È questo il mantra recitato a Cernobbio durante il fine settimana. Fate le riforme ha detto José Manuel Barroso, commissario capo uscente la cui gestione dell’Unione europea verrà ricordata per l’incapacità di affrontare la crisi, soprattutto quella dei debiti sovrani. Fate le riforme ha rilanciato Peter Praett capo economista della Banca centrale europea la quale s’è lasciata sfuggire il controllo dei prezzi, un clamoroso fallimento nel perseguire il proprio mandato principe. Fate le riforme hanno detto i banchieri che non prestano soldi alle famiglie e alle imprese perché hanno troppi crediti inesigibili, troppi derivati ad alto rischio e poco capitale. Fate le riforme ripetono gli industriali che non investono capitali propri perché non vedono un ritorno adeguato nell’immediato futuro. E via di questo passo.

Che bisogna fare le riforme è evidente. Ma quali? Ed è poi vero che l’Italia sia così indietro? Il governatore della Banca d’Italia nell’intervista pubblicata domenica dalla Repubblica offre un quadro meno ovvio. È un testo dal carattere semi-ufficiale. E contiene un messaggio allarmato: abbiamo poco tempo, altrimenti rischiamo di venire commissariati. Ignazio Visco ricorda che l’Italia ha fatto molte scelte importanti, al pari della Spagna, alcune anche prima e meglio visto che la disoccupazione spagnola è doppia rispetto a quella, pur gravissima, italiana. Il governatore sostiene anche che la Bce dovrebbe fare di più (conferma di fatto che si è espresso in questo modo all’ultimo consiglio). E che la Germania sta imponendo all’intera Eurolandia una politica fiscale miope e pericolosa. Visco non usa questi  aggettivi, dice che «il grado di restrizione è più elevato di quel che sarebbe ragionevole», ma talvolta rafforzare serve a chiarire meglio la sostanza. Le riforme ci vogliono e bisogna portare a compimento subito quelle avviate. Ma «le stesse riforme possono avere effetti diversi in un paese dove c’è la percezione che non saranno riviste e saranno attuate con rapidità». In Italia invece «a ogni cambio di governo si rimettono in discussione tutte le scelte precedenti».

Che l’Italia non abbia compiuto passi coraggiosi è, in effetti, falso. Prendiamo le pensioni. Portare d’un colpo a 67 anni l’età pensionabile non è riuscito a nessuno e la Germania sta tornando indietro. Quanto al mercato del lavoro, l’Italia fin dal 2002 con il governo Berlusconi, ha introdotto un sistema di contratti a tempo determinato che ha creato tre milioni di posti di lavoro. Precari? E allora che cosa sono i 7 (sette!) milioni di mini jobs a 450 euro al mese del modello tedesco che tanti decantano senza conoscerlo? Chi ha sentito il capo dell’Agenzia del lavoro Frank-Jurgen Weise si rende conto che Berlino ha copiato la cassa integrazione dopo la crisi del 2008, adattando il modello italiano. Non solo: l’agenzia prende in carico i disoccupati e ne gestisce l’impiego, in questo modo creando un mercato del lavoro parallelo che influisce anche nel calcolo dei senza lavoro. «Il maggior impatto è che ora l’agenzia federale è responsabile del welfare che prima competeva ai comuni», spiega Weise. I tedeschi hanno sindacati collaborativi. Ma, se si esclude la Fiom, non sembra che i sindacati in Italia abbiano bloccato l’espulsione dei lavoratori dalle fabbriche in crisi. Del resto, il modello Marchionne è passato, votato a maggioranza negli stabilimenti.

Qui abbiamo l’articolo 18, è vero. Un totem che sarebbe meglio togliere di mezzo perché crea solo inutili ostacoli e immensi alibi. Protegge sette milioni di lavoratori e gli esclusi sono altrettanti, non copre i precari né le aziende sotto i 15 dipendenti cioè la stragrande maggioranza delle imprese italiane, serve più al Nord, dove il tasso di disoccupazione è inferiore alla media, che al Sud, dove il mercato del lavoro è più debole. Non solo. Dice Weise che anche in Germania esiste la giusta (anzi "giustissima") causa per il licenziamento; la vera differenza è che i giudici non decidono il reintegro, come in Italia, bensì l’ammontare dell’indennizzo. Quest’ultima, del resto, è la strada imboccata da Elsa Fornero e dal Jobs act (ammesso che venga approvato). 

Quanto ai dipendenti pubblici, dal 2010 sono diminuiti di 300mila unità grazie al blocco del turnover e i loro stipendi sono bloccati ormai da 5 anni (considerando la decisione di estendere la misura al 2015). La spending review britannica è arrivata a tagliare 400mila statali, ma in un arco di tempo più lungo. 

La spesa pubblica italiana è ancora enorme e «c’è grasso che cola», ha detto Matteo Renzi. Vero. Ma dove? La spesa sanitaria in rapporto al prodotto lordo è già sotto la media Ocse. Sprechi e gestione clientelare dei servizi sono da colpire e attaccare, però una riduzione della spesa significativa implica un ripensamento dell’intero sistema sanitario. E non è detto che dia frutti, visto che gli Stati Uniti hanno speso per la sanità molto più dei Paesi europei dove esiste una copertura universale pubblica. 

Le pensioni italiane, calcolate in rapporto agli ultimi salari percepiti, sono più elevate che in Germania o in Svezia. Ma in quei Paesi (e non da adesso) i governi, i sindacati, le assicurazioni, hanno favorito e incentivato lo sviluppo di una previdenza integrativa che ha dato ottimi risultati soprattutto per i redditi medio-alti. 

Come si vede il cadavere, cioè la crescita, è davanti agli occhi di tutti, però in molti hanno girato il pugnale nella piaga, nemmeno fosse un racconto di Agatha Christie. «Fate le riforme», dunque, è una litania destinata a creare illusioni, spesso false illusioni, se mancano gli altri requisiti.

La vera grande riforma sarebbe un ripensamento del patto politico-economico che ha dato vita allo stato sociale. La globalizzazione lo rende inevitabile in tutta Europa. La crisi fiscale dello Stato, del resto, è esplosa ovunque; in Italia è più acuta oggi perché il Paese finora è riuscito a difendersi grazie al suo elevato livello di risparmio e di ricchezza. Le ultime indagini della Banca d’Italia dimostrano che i patrimoni degli italiani dall’introduzione dell’euro in poi sono saliti da seimila a ottomila 500 miliardi (quasi sei volte il prodotto lordo dello scorso anno) per lo più grazie agli immobili, ma anche agli impieghi finanziari (soprattutto buoni del tesoro). Con la Grande Recessione si sono fermati e la Stag-deflazione rischia di erodere in modo significativo la ricchezza globale che ha cominciato a scendere nel primo semestre del 2013. 

Kenneth Rogoff, lo studioso dei debiti pubblici il quale sostiene l’impatto negativo sulla crescita di uno stock superiore al 90% del Pil (una soglia criticata dai neokeynesiani), ha detto a Cernobbio che il problema dell’Italia non è il debito in sé, visto che ormai per il 75% sta nelle tasche degli italiani, ma la crescita. Questa dipende dalla competitività che dipende a sua volta dagli investimenti. 

Ecco, tra le riforme essenziali c’è anche quella che riguarda le imprese che investivano sistematicamente meno di quelle europee già prima della crisi e non sono state in grado di rispondere agli straordinari cambiamenti dell’ultimo quarto di secolo. Quel che serve, secondo il governatore della Banca d’Italia, è un piano per la crescita che impegni i comportamenti di tutti i soggetti. Le riforme fanno parte di questo piano, ma affinché siano efficaci occorrono anche le altre condizioni: politica monetaria più coraggiosa, una diversa politica fiscale in Europa, espansionista nei Paesi con i conti in ordine (Germania in primis), allentamento della stretta creditizia e aumento degli investimenti (con risorse proprie) nelle imprese manifatturiere e nei servizi. Vasto programma, ma l’unico che possa funzionare.

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