10 Settembre Set 2014 1045 10 settembre 2014

Le serie tv stanno cambiando la letteratura

Le serie tv stanno cambiando la letteratura

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Ci sono due modi di parlare di narrativa di genere. Il primo è partire dall’assunto che la letteratura sia come un palazzo altissimo, un grattacielo della skyline di una gigantesca metropoli, e che quindi, ontologicamente, l’attico da cui si domina l’intera città sia migliore dello scantinato dove dorme il portinaio.

Il secondo è pensare la letteratura come una città, i cui angoli sono affascinanti o orribili in dipendenza di come le case sono costruite, del talento dell’architetto, della qualità del lavoro che è stato impiegato per costruirle, dall’orientamento rispetto al sorgere o al calar del sole o dalla scelta della disposizione delle camere.

Il primo modo comporta il dividere la letteratura in livelli, dalla complessa e autoreferenziale iperletteratura, alla più bassa e facile paraletteratura di mero intrattenimento: una divisione che rischia di portarci a considerare un romanzo di genere intrinsecamente inferiore a un romanzo avanguardistico o postmoderno, soltanto perché il primo è al pian terreno, mentre dal secondo si vede il tramonto sulla skyline.

Il secondo modo, al contrario, implica il giudizio singolo di ogni opera, e prevede la possibilità che una piccola casetta di due piani a Lambrate sia più affascinante e accogliente di un palazzo alto più di cento metri che svetta davanti a una stazione anonima di pendolari in Garibaldi.

Il primo modo lo lascio agli accademici, a me interessa il secondo. Ed è per questo che a Mantova ho incontrato un fine architetto di quelle casette di periferia che avrei rischiato di ignorare, uno scrittore di narrativa di genere, un divoratore di fumetti, uno sceneggiatore di serie televisive, con una formazione scolastica eclettica, una sincera e sanissima diffidenza per le autorità e una volontà intellettuale talmente forte da permettergli di frequentare due anni di università dormendo sui treni della stazione Centrale.

Si chiama Sandrone Dazieri, ha appena pubblicato con Mondadori il suo ultimo romanzo, un thriller intitolato Uccidi il padre, e questo è quello che ci siamo detti, più o meno.

Come sei diventato un lettore forte? E perché ti sei appassionato alla narrativa di genere?
Come credo molti altri della mia generazione ho iniziato a leggere da piccolo con i fumetti. Poi è successo che mi hanno regalato un libro di fantascienza — credo fossi in terza o quarta elementare — era una raccolta di racconti di H.G. Wells, Le avventure del tempo e dello spazio. È stato con quel libro che ho capito che la fantascienza mi piaceva un sacco, e ho iniziato a leggere i libri che uscivano per Urania, la collana di fantascienza di Mondadori. Poi ho continuato con i romanzi che trovavo in casa, perché alla fine, se uno diventa un lettore forte — e poi magari uno scrittore, perché se non leggi è meglio che non cominci nemmeno a scrivere — è perché i libri ce li ha in casa. Be’, io leggevo quelli che leggeva mia madre, che erano soprattutto dei gialli. A casa avevo anche un bel po’ di libri della selezione del Reader's Digest, dei thriller, che però — anche se all’epoca nemmeno lo sapevo — erano in forma condensata. Però visto che ero anche molto curioso mi lasciavo affascinare da cose che vedevo in giro, soprattutto in biblioteca a Cremona, dove vivevo. È lì che a un certo punto presi in mano la Recherche di Proust. Ero alle medie, e me la son letta tutta, poi ho scoperto Herman Hesse, i russi e tanto altro, ma il primo amore, che poi è quello che ti forma e che influenza il tuo modo di vedere il mondo, è stato il fantastico, o il mistero.

Perché proprio il fantastico e il mistero?
Queste sono forme di narrativa che ti dicono che il mondo sembra essere in un modo, ma che in realtà potrebbe essere molto diverso e che magari quel che tu credi essere la realtà è un’altra invenzione, una finzione. È una cosa che mi affascinava. Un autore come Dick mi ha formato moltissimo da questo punto di vista, per la sua versione paranoica dell’universo. Gli stessi gialli, che ti dicono che tutto ciò che sembra all’apparenza semplice invece è complesso. Tutte queste storie fantastiche e questi misteri mi hanno influenzato in un modo che è andato anche molto al di là della letteratura. Perché le storie di questo tipo ti danno le basi per costruire un pensiero critico molto forte, per farti continuamente delle domande. Ti dicono che è così, ma sarà davvero così? Intendiamoci, non sto parlando di complottismo. Io non credo affatto a scie chimiche e via dicendo, però ogni volta che qualcuno vuole vendermi una verità rivelata da prendere così com’è, io mi pongo sempre delle domande. Sono fatto così, non ci credo mai, metto in dubbio i capi, non sono mai stato uno che riesce a seguire i leader.

Perché hai iniziato a scrivere?
Quello è stato un passaggio molto importante, ovviamente, perché da consumatore sono diventato produttore, e ho cominciato a restituire quel che avevo appreso. Per trent’anni sono stato un consumatore di narrazioni e di immaginari altrui, mentre nel momento in cui mi misi a scrivere diventai — cominciai a diventare — un costruttore di immaginario, quindi, in qualche modo, cominciai a dare il mio contributo all’immaginario collettivo. Chiariamo: non so quanto di quel che ho scritto resterà, e in fondo non mi importa. Però magari il Gorilla, o anche altri personaggi e altre storie, qualcuno se lo ricorderà, qualcuno si sarà innamorato di qualcuno dei miei personaggi, qualcuno se li sognerà di notte e chissà, se tra quei lettori qualcuno diverrà scrittore magari qualcuno prenderà un pezzo di quel che ha letto da me e lo porterà avanti, lo riuserà, o magari l’avrò soltanto avvicinato alla lettura, ma sarà in ogni caso qualcosa.

Che consiglio daresti ai ragazzi che vogliono lavorare in questo mondo?
Diventate esperti di una cosa, di una cosa che vi appassiona, fino in fondo. Io ho cominciato dal fumetto, e il fumetto è rimasto una mia passione, tant’è che continuo a studiare e leggere, non solo fumetti, ma anche testi sul fumetto che mi appassionano. Resto aggiornato su quel che accade. Sul lavoro questa abitudine mi è sempre servita molto. Per esempio, nella seconda metà degli anni Ottanta si diffuse il cyberpunk, un genere di fiction che non era esattamente fantascienza classica, che parlava di reti, di proto-informatica, ovvero di quel che stava accadendo intorno a noi. Per la prima volta un genere riusciva a intercettare e a descrivere la realtà contemporanea. E visto che quel genere divenne molto interessante per una certa sinistra, il manifesto mi chiese di scrivere alcuni articoli sul fenomeno cyberpunk. È stato il primo impatto con il giornalismo, ed è stato anche il momento in cui mi sono reso conto che essere di sinistra non comporta per forza essere aperti al nuovo: per esempio, io facevo molte discussioni con i redattori del manifesto quando parlavo di giallo, perché per loro erano cagate. Mi ricordo che negli anni Novanta proposi una intervista a Carlo Lucarelli, che stava uscendo con i suoi primi libri, e mi dissero: bah... Lucarelli... ma chi se ne frega, facciamo Althusser. Questa distanza dalla realtà è un grosso problema, perché ti allontana da quel che è sul serio il tuo presente.

Negli ultimi dieci anni le serie televisive, in particolare quelle statunitensi, sono diventate il prodotto di punta della produzione televisiva internazionale. Da scrittore di narrativa di genere che nello stesso tempo sceneggia per la televisione, qual è il tuo rapporto con questo tipo di prodotti? E perché stanno avendo così tanto successo?
Da spettatore mi sono riavvicinato alle serie tv intorno alla metà degli anni Novanta, grazie a una serie che si chiamava Buffy l’ammazza vampiri, una serie che per me ha segnato il momento di ripartenza e di rinnovamento del genere. Sostanzialmente si tratta della storia di una ragazza che dà la caccia ai mostri e che ogni puntata si ritrova a dover combattere il cattivo di turno. E fin qui, tutto normale. La grande novità, quella che determina il passo in avanti rispetto ai prodotti che si erano avuti fino a quel momento è stata che, trasversali agli episodi, orizzontali alla trama, c’erano altre trame, altri livelli del racconto: una trama sentimentale, per esempio, o la risoluzione di un mistero che si risolveva solo alla fine dell’intera stagione. C’era una continuità necessaria tra episodi e stagioni: la stagione seguente riprendeva da dove era finita la prima, tutti si ricordavano quello che era avvenuto nelle puntate precedenti, come di quelle dell’anno prima e così via. Se spariva un personaggio era perché era morto — poteva anche resuscitare, ma era morto — e tu dovevi ricordarti non soltanto il percorso orizzontale della trama mistery, ma anche di tutte le altre. E venne fuori che il pubblico ci riusciva, riusciva a concentrarsi e a seguire perché era un pubblico specializzato e fidelizzato, che capiva e seguiva tutto.

Che effetto ha avuto questo rinnovamento?
Da quel momento i prodotti seriali per la televisione non potevano più essere gli stessi e, infatti, con il passare degli anni, abbiamo assistito a una evoluzione sostanziale della complessità di questi prodotti narrativi che ci ha portato fino a prodotti come Lost, True Detective o Breaking Bad. Chiaramente, anche se questa tendenza è nata nel contesto della televisione via cavo, poi si è espansa al resto, è entrata nell’immaginario, l’ha modificato, ha prolungato la propria strada superando il media televisivo. Perché c’è un altro aspetto molto interessante: ciò che si produce per la televisione, che chiaramente è influenzato dalla tradizione della narrativa scritta, allo stesso tempo ha cominciato a influenzarla.

Mi fai un esempio?
Prendiamo Lost, una serie culto che per me è figlia de L’isola misteriosa di Jules Verne, ma anche de L’isola del tesoro, di Robinson Crusoe, ovvero delle isole-mondo entro le quali succedono cose strane, ogni tanto incomprensibili. Bene, si potrebbe dire che l’archetipo è quello dell’isola di Circe dell’Odissea. Si tratta di un archetipo che viene sviluppato dall’epica e che ha continuato a vivere nella letteratura diventando sempre più complesso, entra nell’immaginario del cinema — penso a L’isola del tempo che si è fermato (credo si intitolasse così) o l’isoladel film Matango il mostro del giapponese Ishirō Honda  insomma, il luogo dove tutto può accadere. Questa dinamica è stata poi ripresa di nuovo dai romanzi, di fantascienza o meno, e poi è tornata ancora una volta — chiaramente ancora più complessa — in televisione, con Lost, per l’appunto, che riprende tutte queste influenze. La cosa affascinante è che il ciclo non finisce, continua e ritorna alla letteratura con prodotti come Gone, che è una serie di libri in cui i ragazzi si svegliano e tutti gli adulti sono scomparsi e tu devi risolvere il mistero, ma non lo si scopre alla fine del primo romanzo, continua a dipanarsi. Oppure Maze, una serie di libri in cui dei ragazzi senza memoria si ritrovano in un’isola dove esiste un enorme labirinto, una serie da cui poi è stato tratto un film e questo film probabilmente modificherà l’immaginario di un altro pezzo di generazione che a sua volta, magari, la riscriverà in altri libri. Insomma, c’è una continuità totale tra le forme narrative, tra i romanzi, i fumetti, le serie tv, il cinema, i videogiochi. Tutto si tiene.

L’anno scorso il mensile IL del Sole 24 Ore aveva dedicato un numero alle serie televisive titolando: «La televisione è la nuova letteratura», cose ne pensi?
Guarda, se questi prodotti seriali siano la nuova letteratura non lo so, sicuramente hanno una grande forza come narrativa di genere. Ma io penso ancora che la Recherche di Proust sia più profonda di una serie tv, che abbia più sfumature, più strati. Però, intendiamoci, un romanzo thriller medio non è affatto migliore di True Detective, che al di là di essere una serie, è soprattutto un prodotto di altissimo livello e, tra l’altro, ha una matrice molto “letteraria”.

Che cosa accadrà alla letteratura?
Diciamo sempre che la narrativa è cambiata: siamo partiti con la narrativa orale, poi le storie di briganti, i primi romanzi occidentali, e così via, ogni civiltà aveva la sua forma di narrativa. Per questo non possiamo dire qual è la forma definitiva che assumerà. Magari la parola scritta avrà nel futuro un calo di importanza rispetto a un mix di suoni e immagini che è quello che stiamo producendo ora. Le nuove generazioni di spettatori non consumano più prodotti televisivi come li consumavamo noi, li trovano su internet, li guardano slegati da una programmazione, spesso concentrando la visione in un breve lasso di tempo. E c’è anche la tendenza a ricercare e consumare prodotti più brevi, con un tasso di attenzione più basso.

Io non so fare una previsione sul futuro, penso che la narrativa scritta rimarrà in parallelo con tutto questo, in un gran mix. Ma resto anche convinto che se una persona non impara a leggere da piccolo non solo non si godrà i libri da grande, ma non riuscirà ad apprezzare nemmeno il livello di complessità di altri prodotti. Perché i prodotti seriali di alto livello, come la letteratura, d’altronde, vivono di continui rimandi, citazioni, correlazioni. Pensa a una serie come True Detective — la sto citando spesso perché la sto vedendo proprio ora — ha un livello di complessità e di sfumature che puoi goderti soltanto se alcuni riferimenti culturali ce li hai, altrimenti perdi dei pezzi. È un po’ come se guardi un film di supereroi senza leggere i fumetti, non riesci ad apprezzare alcuni inside jokes che ci sono.

Quindi, ancora una volta, io penso che ci sia questa commistione, non è che una vada a sostituire l’altra.

La situazione in Italia, però, è molto diversa. Come mai?
Sì, in Italia non è affatto così. Il motivo è essenzialmente uno: la televisione italiana è un duopolio di due televisioni generaliste, più Sky, che però non produce molto, e quindi in qualche modo quel che viene prodotto in televisione — io ci lavoro — non può ambire a quel livello di complessità. Perché, parliamoci chiaro, alcune serie di quelle che noi consideriamo di culto, americane, le vedono 2 milioni di persone, come Dexter, per esempio. 24, lo vedevano una decina di milioni di persone. Numeri che anche in Italia sarebbero abbastanza piccoli, figurati in Usa. Solo che loro fanno un prodotto talmente internazionale che va in tutto il mondo, lo traducono e lo comprano ovunque, noi non abbiamo ancora questa capacità. Forse servirebbe una riflessione sul nostro modo di produrle.

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