22 Settembre Set 2014 1045 22 settembre 2014

Tutti i miti da sfatare sull’articolo 18

Tutti i miti da sfatare sull’articolo 18

Renzi Profilo

Puntuale come un orologio svizzero. Il totem della sinistra italiana, simbolo delle lotte sindacali degli ultimi anni, l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, anche questa volta è al centro della discussione sulla nuova riforma del lavoro, il cosiddetto Jobs Act. E pare che questa sarà l’ultima volta. Visto che Matteo Renzi ha fatto capire di voler cancellare a tutti i costi il meccanismo di reintegra in caso di licenziamento senza giusta causa previsto dall’articolo 18. E se non si riesce con la legge delega, ci penserà con un decreto legge (almeno così ha annunciato). Ma facciamo ordine e cerchiamo di capire di cosa si sta parlando in questi giorni e perché Renzi stia litigando sia con i sindacati sia con gli esponenti del suo stesso partito. Anche se per le imprese la modifica della disciplina sulla reintegra non è affatto una priorità.

Cos’è e cosa prevede l’articolo 18?
L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori fa riferimento all’articolo 18 della legge 20 maggio 1970 numero 300 e riguarda il reintegro del lavoratore nel posto di lavoro in caso di licenziamento ritenuto illegittimo, cioè senza giusta causa o giustificato motivo. Si applica alle aziende con più di 15 dipendenti (5 nel caso di aziende agricole), ai datori di lavoro con meno di 15 dipendenti che occupano più di 15 dipendenti nello stesso comune (5 se agricole), e alle aziende con più di 60 dipendenti. Il lavoratore può chiedere al datore di lavoro, in sostituzione del reintegro nel posto di lavoro, un’indennità pari a 15 mensilità di retribuzione globale. Nel caso di reintegro, il datore di lavoro è obbligato al risarcimento del danno per il periodo che va dal licenziamento al ritorno sul posto di lavoro. 

Com’è cambiato l’articolo 18 con la Riforma Fornero del 2012?
La riforma del lavoro del governo Monti, agli articoli 13 e 14, ha modificato le norme relative ai licenziamenti individuali, differenziando i diversi casi con l’obiettivo di ridurre i casi di reintegro. Nel caso di licenziamento discriminatorio, si applicano le disposizioni precedenti alla riforma, quindi reintegra del dipendente e risarcimento del danno per il periodo che va dal licenziamento al ritorno sul posto di lavoro. Questa tutela viene estesa anche alle aziende con meno di 15 dipendenti e ai dirigenti d’azienda. Nel caso di licenziamento disciplinare, se il fatto non sussiste c’è il reintegro immediato più l’indennità, negli altri casi il giudice può condannare il datore di lavoro al solo pagamento di una indennità di 12-24 mensilità in base all’anzianità del lavoratore. Nel caso di licenziamento per motivi economici, quando cioè il licenziamento dipende dalla situazione economica dell’azienda, non si prevede più il reintegro ma solo il risarcimento. Solo nel caso della manifesta insussistenza della motivazione alla base del licenziamento economico, il giudice può applicare il reintegro. Per i licenziamenti collettivi, la reintegra è prevista solo se si violano i criteri di scelta dei lavoratori da licenziare previsti dalla contrattazione collettiva.

Con la riforma Fornero è stato anche inserito il cosiddetto rito speciale per le controversie in materia di licenziamenti ai quali si applica l’articolo 18, con l’obiettivo di essere più veloci ed evitare le lungaggini del passato. 

Quante persone sono interessate dall’articolo 18?
Secondo i calcoli fatti dalla Cgia di Mestre, su poco meno di 4.426.000 imprese presenti in Italia, solo 105.500 circa hanno più di 15 addetti. Quindi le aziende interessate dall’articolo 18 sono il 2,4 per cento, quelle non interessate il 97,6 per cento. Per quanto riguarda i lavoratori dipendenti, invece, su oltre 11 milioni di operai e impiegati presenti nel nostro Paese, quasi 6.507.000 lavorano alle dipendenze di aziende con più di 15 dipendenti: soglia oltre la quale si applica l’articolo 18. La questione del reintegro interessa quindi il 57,6% dei lavoratori dipendenti.

Cosa pensa Matteo Renzi dell’articolo 18?
Rispondendo a una domanda in conferenza stampa il 1 settembre 2014, Matteo Renzi ha detto: «Il problema non è l’articolo 18, non lo è mai stato...Ogni anno ci sono circa 40mila casi risolti sulla base dell’articolo 18, di questi l’80% sono risolti con un accordo, ne restano 8mila, in 4.500 il lavoratore perde totalmente, in 3.500 il lavoratore vince e in due terzi dei casi ha il reintegro. Stiamo discutendo di una cosa importantissima che riguarda 3mila persone l’anno». Insomma, «mi sembra una questione un po’ ideologica. Io confermo che con la delega riscriviamo lo statuto dei lavoratori, che vanno cambiati gli ammortizzatori sociali e che il contratto a tutele crescenti è uno strumento sul quale credo ci possa essere un’ampia maggioranza». 

Come presumibilmente sarà superato l’articolo 18 nel Jobs Act? Cosa prevede il contratto a tutele crescenti?
L’idea, contenuta nel disegno di legge che delega il governo a riformare il mercato del lavoro, è quella di introdurre il contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti. Il cuore del provvedimento risiede nel superamento della tutela reale, cioè il reintegro previsto dall’articolo 18, con l’introduzione di indennizzi di licenziamento proporzionali all’anzianità del lavoratore. Il reintegro resterebbe solo nel caso di licenziamento discriminatorio. Nell’emendamento 4.100 approvato in Commissione Lavoro al Senato, che sostituisce l’art.4 del ddl delega, si parla solo del contratto unico con tutele che aumentano gradualmente, ma non si dice molto di più né sulla gradualità delle tutele né sull’articolo 18. Le questioni saranno probabilmente indicate nei decreti legislativi. Ecco i punti principali dell’emendamento: 

«Art. 4. – (Delega al Governo in materia di riordino delle forme contrattuali e dell'attività ispettiva). – 1. Allo scopo di rafforzare le opportunità di ingresso nel mondo del lavoro da parte di coloro che sono in cerca di occupazione, nonché di riordinare i contratti di lavoro vigenti per renderli maggiormente coerenti con le attuali esigenze del contesto occupazionale e produttivo e di rendere più efficiente l'attività ispettiva, il Governo è delegato ad adottare, su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, entro il termine di sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi, di cui uno recante un testo organico semplificato delle discipline delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro, nel rispetto dei seguenti principi e criteri direttivi, in coerenza con la regolazione comunitaria e le convenzioni internazionali:

            a) individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale, anche in funzione di eventuali interventi di semplificazione delle medesime tipologie contrattuali;

            b) previsione, per le nuove  assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio;

       c) revisione della disciplina delle mansioni, contemperando l'interesse dell'impresa all'utile impiego del personale in caso di processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale con l'interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita, prevedendo limiti alla modifica dell'inquadramento

Il punto discusso, che apre alla revisione dell’articolo 18, è quello b). 

Ma davvero l’articolo 18 è un problema per le imprese?
Secondo i consulenti del lavoro, non è l’articolo 18 a frenare le assunzioni. Marina Calderone, presidente dei consulenti del lavoro, ha dichiarato al Sole 24 ore: «L’articolo 18 riguarda una minoranza di aziende. Se il limite dei 15 dipendenti è giudicato un blocco alla crescita dimensionale, allora bisogna riflettere su tutti i vincoli che nascono con il superamento dei 15 addetti. In realtà, serve tanta semplificazione e meno oneri sul lavoro».

Secondo un sondaggio svolto dall’Osservatorio permanente sul mercato del lavoro di Gi Group, un’azienda su due (49,5%) pensa che la priorità del governo non debba essere l’abolizione dell’articolo 18 ma quella di aiutare le persone senza lavoro a trovarne un altro attraverso appositi programmi di ricollocazione professionale. Rendere più flessibile il contratto a tempo indeterminato è una priorità per il 45,4% delle aziende intervistate. Per quanto riguarda l’articolo 18, il 42,5% delle imprese intervistate preferisce un contratto dove l’articolo 18 cessa di essere applicato del tutto, a fronte di una indennità monetaria crescente da corrispondere al lavoratore e di un supporto alla ricollocazione professionale. Il 32,6% non ritiene necessaria l’introduzione di un contratto a tutele crescenti, mentre il 24,9% ritiene che l’art.18 debba tornare a essere applicato dopo i primi tre anni dall’assunzione. Il 71,8% dei rispondenti ritiene, inoltre, che lo Statuto dei Lavoratori vada riscritto nel complesso per adeguarlo al mutato contesto storico-economico-sociale. Più di otto aziende su dieci (l’87,4% del campione) ritengono che nel nostro Paese ci siano troppe forme contrattuali. I primi due contratti che le aziende eliminerebbero sono il contratto a progetto (48,4%) e le associazioni in partecipazione (45,3%).

Modificare l’articolo 18 lasciando tutto il resto intatto, insomma, potrebbe avere effetti molto limitati sul mercato del lavoro.

Quali sono le reazioni di sindacati e Confindustria all’annuncio del superamento dell’articolo 18?
Le tre principali sigle sindacali, Cgil, Cisl e Uil, hanno assunto posizioni diverse. La leader della Cgil, Susanna Camusso, è stata la più dura: «Mi sembra che il presidente del consiglio abbia un po' troppo in mente il modello della Thatcher», ha detto. E Renzi le ha risposto con un video: «Noi siamo preoccupati non di Margaret Thatcher, ma di Marta, 28 anni, che non ha la possibilità di avere il diritto alla maternità». Secondo Maurizio Landini, segretario della Fiom, «il contratto a tutele progressive è una presa per il c... se alla fine le tutele vengono cancellate. Lo dice la parola stessa: se vuoi dare tutele progressive a tutti alla fine ci devono essere più tutele per tutti». La Cisl, invece, ha aperto a una modifica dell’articolo 18, a patto che il contratto a tutele crescenti faccia piazza pulita della «truffa» delle «false partite Iva, delle associate in partecipazione e dei co.co.pro», ha detto Raffaele Bonanni. Anche Luigi Angeletti, segretario Uil, si dice disposto a una modifica dell’articolo 18 purché non vengano toccate «le tutele acquisite» da chi oggi un lavoro stabile già ce l’ha. Netta, invece, la posizione di Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria: «Fa bene Renzi a pensare di abolirlo. È un ostacolo agli investimenti. In tutto il mondo pensano che i vincoli posti dall’articolo 18 siano insormontabili».

Quali sono le reazioni nel Partito democratico all’annuncio della abolizione dell’articolo 18?
Davanti alla scelta di Matteo Renzi di abolire l’articolo 18, sia Pippo Civati sia l’area bersaniana del Pd hanno proposto un referendum tra gli iscritti al partito sul tema lavoro. Le critiche principali riguardano la vaghezza del provvedimento. Pier Luigi Bersani ha dichiarato che «il governo deve chiarire quali sono i contenuti precisi, perché l’emendamento che è stato presentato, sulla carta, lascia aperta qualsiasi interpretazione» e ha messo in guardia Renzi: se l’obiettivo è «frantumare i diritti» allora «sarà battaglia». A capo dei dissidenti ci sono Stefano Fassina e Matteo Orfini, che il 18 settembre in un tweet ha scritto: «I titoli del jobs act sono condivisibili. Lo svolgimento meno: ne discuteremo in direzione, ma servono correzioni importanti al testo». L’ala più agguerrita è quella composta da deputati e senatori democrat provenienti dalla Cgil, tra cui Guglielmo Epifani, secondo il quale togliere il reintegro sarebbe «rischioso», e Cesare Damiano, che per le nuove assunzioni propone una sospensione dell’articolo 18 ma per un periodo massimo di tre anni e dice: «Prima di dare una delega in bianco, voglio capire dove si va a parare».

Come funzionano le tutele dei lavoratori nel resto d’Europa?
In Francia, la reintegra è valida solo nel caso di licenziamento discriminatorio. Per un licenziamento senza causa reale e seria, il datore di lavoro può opporsi al reintegro e il giudice può disporre solo un indennizzo non inferiore alle 6 mensilità. In Germania, le tutele si applicano nelle aziende con più di dieci dipendenti, ma il reintegro non è obbligatorio e per il licenziamento si passa davanti al comitato di impresa che può scegliere di ricorrere al giudice se lo ritiene illegittimo. In Spagna, la riforma Rajoy ha tentato di rendere il lavoro meno rigido: la reintegra è diventata facoltativa e l’imprenditore può ottenere solo il risarcimento del danno con una somma che non può superare i 33 giorni per anno di lavoro invece dei 45 di prima. Nel Regno Unito, le reintegra del dipendente – prevista dalla legge - viene applicata molto raramente, mentre l’indennizzo economico varia a seconda dell’anzianità di servizio.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook