5 Ottobre Ott 2014 1345 05 ottobre 2014

Quando i Griffin incontrano i Simpson

Quando i Griffin incontrano i Simpson

Simpson Griffin Cover

Chris: «Un crossover tira sempre meglio il fuori di ogni show, di certo non è un gesto di disperazione, le priorità sono sempre creative, non dipendenti dal marketing…»

Stevie: «ok, basta così» 

L’incipit di «The Simpson guy» la dice lunga sul tipo di aspettativa al ribasso che ha accompagnato l’arrivo dell’episodio crossover fra Family guy (i Griffin) e i Simpson, e con il senno di poi si può dire che ci fosse più di qualche ragione. 

Ora se siete di quelli che guardano le serie quando arrivano in Italia tradotte, buona fortuna, godetevi l’avvincente season finale di Dallas, questo pezzo non fa per voi. Se invece vivete nella contemporaneità globale e capite quanto «spoiler» diversi giorni dopo la messa in onda sia una parola priva di senso, forse vi interesserà sapere che l’episodio affidato alla scrittura di Patrick Meigha (ex membro della writers room dei Simpson) con cui si è aperta la 13° stagione della serie ambientata a Quahog è stato a tutti gli effetti una puntata di Family Guy, con un’apparizione della famiglia Simpson il più volte costretta a fare cose che un Simpson, come lo conosciamo da 26, anni non farebbe mai.

Per quanto le incursioni dei personaggi di una storia in territori finzionali altrui possano fornire loro ulteriore tridimensionalità, se le voci originarie sono troppo diverse da quelle dei luoghi invasi o più in generale le cose non vengono fatte per bene, il rischio è di provare la stessa sensazione di quando in vacanza su un isola semideserta in un punto a caso, ma lontano, del mappamondo incappate in qualcuno della vostra città. 

La domanda è «cazzo ci fa lì?» e quello che provate è più che altro disagio, un generale senso di disordine nel cosmo e la certezza che dovrete rimandare indietro quell’asino truccato da donna che avevate ordinato per la serata. Nei crossover televisivi il rischio d’incidente è moltiplicato dal fatto che si tratta del tipo di pensata geniale che, forse non sempre ma comunque molto spesso, viene in mente quando ormai si sta raschiando un po’ il fondo del barile o quantomeno se non si è più quelli di un tempo. Fortunatamente si tratta di un’usanza soprattutto americana quindi per il momento non correte il rischio di sintonizzavi su un Posto al Sole e vedere D’Alema suonare alla porta, presentarsi come Mr. Pesc e poi scoppiare a piangere.  

Non che Family Guy e i Simpson siano due universi privi di punti di contatto, anzi, Peter Griffin e i suoi sono da sempre accusati di essere una copia dei Simpson, qualche volta anche dai Simpson stessi, come nel caso dell’episodio ambientato in Italia in cui Peter appare in una lista di noti plagiatori seriali che viene mostrata ad Homer.  

Le somiglianze sono molte, non solo nel setting, la famiglia dei sobborghi di una piccola città, il padre tendente all’imbecillità distruttiva ma divertente, tre figli, un cane. Anche il tipo di humor pieno di citazioni, ironico e tutto sommato più intelligente di quello che sembra a un primo acchito, è preso dai Simpson. Così, allo stesso modo la meta-ironia è uno dei grandi debiti che Family Guy ha verso i Simpson.

Family Guy però ha estremizzato alcuni caratteri, passando per una sorta di versione hardcore del cartone di Springfield. Come fu messo in luce per primo da Tray Parker e Matt Stone, creatori di South Park (anche loro confrontatisi a lungo con lo spettro dei Simpson, sfociato in un episodio dove i personaggi di South Park diventavano gialli) Family Guy ha però anche tenuto in scarsa considerazione alcuni aspetti che invece nei Simpsons sono sempre stati fondanti, come il plot, gli archi emozionali dei personaggi nel corso dei ventuno minuti della puntata e il fatto che le battute si rapportano al contesto e allo sviluppo della narrazione. Al contrario Family Guy ha sviluppato la sua fama prima ancora che per il suo essere estremo e controverso soprattutto per gli sketch nonsense inseriti senza alcuna relazione nello svolgersi della puntata, il famoso: «questo mi ricorda quella volta che».

(«le ambulanze dovranno aspettare il loro turno» è una di quelle frasi che possono identificare un fan di F.G. in ogni angolo del mondo)

Sul momento qualcosa di devastante e originale, ma anche un trucchetto percepito come tale dagli adetti ai lavori. Nella puntata Cartoon Wars di South Park la writers room di Family Guy veniva rappresentata come una gigantesca vasca dove alcuni lamantini sistemavano a caso delle palle ognuna con su inciso uno dei termini necessari a comporre una gag. Perfetta rappresentazione della debolezza strutturale di Family Guy, aspetto che però è stato, per il pubblico, anche la sua forza. Col tempo, nello show si sono moltiplicate anche le gag-che-non-finiscono-mai: situazioni con un prolungamento inconsueto e insistito dei tempi comici, estremizzati e gonfiati fino a diventare parodia del ritmo cui siamo abituati, altro elemento meta-ironico, ma mai esplorato in maniera così potenzialmente disturbante nei Simpson. Una delle migliori e più note gag insistite di Family Guy è quella della rana

 o quella di Bird is the Word

O ancora quella del ginocchio di Peter

Si tratta di tre momenti antologici, ma è quest’ultimo ad introdurre ad un altro degli elementi ricorrenti di Family Guy, la violenza, quasi sempre con componenti grottesche, talvolta gratuita come esemplificato, ad esempio, negli infiniti combattimenti di Peter con il gallo gigante, parodia delle scene dei film d’azione talmente prolungate da diventare simili più che altro a un esercizio avanguardista che parla a sé stesso. Family Guy è uno show con un numero ampio ma delimitato di elementi che ritornano molto spesso (scene di vomito che durano anche 10-15 secondi, ad esempio) e si innestano sulla puntata in corso come un marchio di fabbrica. Questo significa, nel caso delle gag prolungate, ripetizione della ripetizione, vale a dire una continua e sfrontata sfida alla pazienza e allo stesso humor dello spettatore, sfida che nel tempo ha perso di efficacia perché ha assunto spesso intonazioni dichiaratamente fini a se stesse.  È come se si chiedesse un’adesione all’intenzione di «infrazione dei tabù» a qualsiasi costo, un intento un po’ troppo programmatico e dichiarato per risultare veramente esilarante.

Tuttavia buona parte del senso di Family Guy è proprio quello di ricercare il limite, superarlo continuamente anche a costo di scoprire troppo il gioco. Ignorare questa finalità sarebbe scorretto. C’è anche un’altra una cosa che va tenuta a mente benché, come ho appena fatto, sia molto facile dimenticarselo: 

«Fa ridere» o «non fa ridere» sono le due espressioni più stupide che si possono usare in un discorso sulla comicità. Denotano una radicale e insormontabile incomprensione del problema, il massimo che possiamo dire è «Mi fa ridere» o «non mi fa ridere».

Ci sono esemplari della nostra stessa specie che trovano divertente I soliti idioti, il che dovrebbe porre fine in maniera definitiva a ogni idea di comicità universale. 

Ignorando questa evidenza, in politica, conservatori e progressisti si trovano spesso d’accordo nel porre dei paletti al dicibile e a tentare di definire implicitamente ciò di cui si può ridere, da qui le resistenze trasversali che si sono avute negli Stati Uniti rispetto a Family Guy, resistenze che in un primo momento avevano portato alla cancellazione dello show e in un secondo ne hanno fatto un cult (in  Italia invece, Family Guy è stato trasmesso censurato con dei tagli molto evidenti sulle puntate, talvolta rendendo il senso dell’episodio impossibile da intuire). 
 

Anche se Family Guy non ha mai raggiunto il successo dei Simpson, Seth McFarlane, il suo creatore, ha dato origine ad altri show come American Dad e The Cleveland Show, fino a diventare nel 2008 con un contratto di 100 milioni per quattro anni, l’autore tv più pagato di sempre.  

Così arriviamo ad oggi, un momento in cui sia i Simpson che Family Guy sembrano aver perso una parte cospicua della loro efficacia (troppo soft i Simpson, troppo gratuito Family Guy, queste le accuse più comuni) e i due show si incontrano per vedere se mischiando le proprie comicità è possibile ottenere quell’equilibrio che alcuni vedrebbero come ideale. L’esperimento segue però il destino dell’olio versato nell’acqua, i due liquidi non si amalgamano, rimangono estranei. Essendo una puntata di Family Guy questo significa che i personaggi dei Simpson vengano piegati alle esigenze comico narrative della serie di McFarlane in maniera pressochè unilaterale, sensazione che attraversa tutto l’interminabile episodio (quarantadue minuti) ma che diventa palese in alcuni passaggi autenticamente brutti dello show. Per prima la scena in cui Homer e Peter lavano le auto in shorts 

poi la gag del porno gay tedesco al benzinaio

che non è credibile nemmeno per un momento, e il combattimento finale fra i due, sul modello «lotta con il gallo» dove tutta l’estraneità di Homer alla violenza gratuita ci viene sbattuta in faccia durante sette infiniti minuti in cui gli fanno fare quello che un mediocre scrittore di fan fiction non avrebbe mai osato proporre: picchiarsi a morte con un'altra persona. 

Il pregio di questo episodio è comunque quello di mettere ulteriormente in chiaro le differenze irriducibili fra i due linguaggi comici.  Anni fa Daniele Luttazzi aveva scritto sul suo blog che alcune delle gag di Family Guy erano fascistoidi, dove per fascistoide si intende la comicità schierata dalla parte del più forte e che quindi si accanisce sulla vittima. Una posizione non del tutto priva di appeal che però si scontra con alcuni problemi fondamentali, il primo e più banale è che se si esclude Crozza che rampogna un deputato a Ballarò non è sempre facile capire chi è il più «forte» in una determinata situazione (a Ballarò ovviamente è Crozza). Il secondo e più importante è che il metro politico del rapporto di forza, se applicato unilateralmente, è un metodo riduttivo di intendere la comicità umana. Come diceva Saul Alinksy «il fatto che certuni siano poveri o discriminati, non li rende necessariamente dotati di alcuna speciale qualità di giustizia, nobiltà, carità o compassione» e questo è un dato di fatto che ad esempio esula dalla mera logica del potere. Al tempo stesso un pregiudizio morale è una forma di censura tutto sommato abbastanza ingrata verso il nostro inconscio, che non merita niente del genere vivendo in un mondo che già gli nega parecchie cose, tipo il dominio unilaterale dell’universo o mangiare senza ingrassare.

Una parte di noi è e sarà sempre malvagia, la comicità deve dedicarsi anche a essa, conscia del fatto che fra persone adulte in Paesi civilizzati dovremmo essere tutti in grado di gestire il nostro disagio della civiltà e distinguere fra una battuta e una chiamata alle armi, un po’ perché normalmente siamo in grado di distinguere fra le nostre capacità di volo sopra un canyon e quelle di Beep Beep, e un po’ perché è nel conscio che alberga il senso morale, ma non la nostra risata.

Lutazzi se ricordò bene si riferiva a questa gag

Ci sono due modi di considerare la persona che ride per questa clip, il primo, quello che sembrava suggerire Luttazzi, è che si tratti di un nazista in incognito, il secondo è che si tratti di una persona in grado di distinguere fra un essere umano e un cartone che ride dell’assoluta imbecillità di Peter in un contesto di assoluto pericolo: Peter è così stupido da non capire che i nazisti li uccideranno tutti, o forse lo capisce ma la patatina è più forte di lui. Un assoluto pericolo corso anche da Peter stesso e che non sembra sminuire la minaccia rappresentata dai nazisti, anzi sembra considerarla parte in causa dell’effetto comico. 

Il vero problema rispetto a Family Guy non mi sembra tanto quello morale, quanto quello narrativo, e l’episodio crossover aiuta a spiegare il perché.

La versione Family Guy di Homer, è un personaggio privo dell’umanità che attraversa la sua stupidità, scelleratezza e goffaggine seriale. Sostanzialmente un clone di Peter. Vedere Homer compiere violenze gratuite e fare riferimenti sessuali espliciti e prolungati, serve a definire per contrasto anche Peter per il quale invece queste cose sono più che naturali. Non è solo una questione di peculiarità specifiche (come le gag-che-non-finiscono-mai) o di mancanza o debolezza delle strutture narrative, quanto piuttosto di quello cui queste portano: Peter è un personaggio con molta meno profondità di Homer, spesso un puro esercizio di comicità.

La spietatezza che emerge da Family Guy, molto prima che porre una questione morale, pone quindi una questione di efficacia narrativa, i suoi personaggi sono poco più che macchiette infilate in un discorso comico affilatissimo che si avvale (in maniera senza dubbio naturale ed efficace) di tutte le tecniche comiche sviluppate negli ultimi decenni. È pura comicità, puro rifiuto sovversivo del reale, dove sovversivo non ha tanto un significato politico quanto esistenziale, qualcosa di radicalmente slegato dagli elementi non-comici che emergono inevitabilmente anche da una storia divertente. Il risultato è una non-storia, un nichilismo più cupo, spietato e per certi versi anche meccanico di quello di Springfield.

L’ironia dei Simpson è ancorata — o meglio lo è stata nei suoi anni migliori, in cui ancora si percepiva in tutta la sua potenza — in una rete affettiva, quella della famiglia, che le permetteva di essere critica di alcuni schemi sociali, ed ergersi a difesa di altri, mentre faceva un discorso più ampio (e più interessante) sulla vita, sul suo significato o sulla sua assenza. In Family Guy l’assunto fondamentale è che nulla ha senso e se anche sappiamo che in una concezione strettamente teorica questa è un affermazione vera, è altrettanto vero che in una maniera o nell’altra riempiamo le nostre vite di cose alle quali un senso, proviamo a darlo, talvolta con fatica. E le storie hanno a che fare con quello che gli esseri umani fanno nelle loro vite, le sofferenze, le disperazioni ma anche le loro speranze. Family Guy assomiglia a un gesto di pura estetica della comicità, un’estetica in cui il tramonto del senso delle strutture sociali si è già ampiamente compiuto, il che è un luogo che al di fuori della finizione non si può dire sia ancora stato raggiunto. È anche vero che un luogo simile funziona perfettamente anche se viene pensato non come un destino inevitabile, quanto un’astrazione che non ha grossi interessi nei confronti di quello che succede nella realtà. In questo quadro trovano perfettamente senso le gag slegate, l’indugiare del tempo comico e la violenza grottesca.

È una comicità che basta a se stessa e interagisce sempre meno con il mondo. Non è nemmeno un caso che la comicità di Family Guy sia molto simile al rifiuto di tutto, praticato spesso su internet, l’ironia per l’ironia, perché se odi tutto a prescindere sei il più figo, il che è ok soprattutto quando sei nell’età in cui il Clerasil è un presidio sanitario imprescindibile. Con questo, giova ripeterlo, non voglio porre una superiorità dell’opera che ha risvolti politici — simili bestialità sono state dette da altri, ma io le rifuggo come i vampiri rifuggono l’aglio e Renzi rifugge i discorsi senza vocine — credo semplicemente che nei Simpson ci sia un rapporto più diretto con la vita e nonostante Peter sia più grasso di Homer, attorno a quest’ultimo ci sia molta più carne umana, e che mai come in The Simpsons Guy questo sia risultato evidente. 

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook