6 Ottobre Ott 2014 1800 06 ottobre 2014

Il sorpasso inaspettato di Aecio Neves

Il sorpasso inaspettato di Aecio Neves

Aecio Neves

Il primo turno elettorale brasiliano ha lasciato tutti un po’ sorpresi. Dilma Rousseff, la Presidenta uscente ha preso il 42% dei voti. E questo tutti più o meno lo se lo aspettavano. Ma la novità è nel 34% dei voti del candidato della Social Democrazia brasiliana Aecio Neves, nipote dell’ex presidente Tancredo Neves. Sarà lui ad andare al ballottaggio del 26 ottobre contro la Rousseff e non Marina Silva, la socialista che ha raccolto il 21% dei voti. La Silva era già in calo nei sondaggi dell’ultima settimana, ma davvero pochi (per non azzardare nessuno) avevano previsto il sorpasso di Neves.

Brasiliani al voto in una favela di Rio de Janeiro (Mario Tama / Getty Images)

Gli analisti ancora faticano a trovarne le ragioni. «La situazione è caldissima», interviene Diego Corrado, economista e avvocato con una vita vissuta a metà tra Italia e Brasile, dove si occupa di internazionalizzazione delle imprese. Nel 2013 ha provato a raccontare in un libro i cambiamenti che il Paese stava affrontando, smarcandosi via via da retaggi e stereotipi del passato. Tra quelli elencati, anche l’emergere di una nuova classe media che in pochi anni ha trasformato la società brasiliana.

Forse, il senso di questo voto inaspettato è da cercare proprio nel cambiamento in corso. O meglio. Nella voglia stessa di cambiamento, quella che già veniva gridata tra le strade delle grosse città nelle manifestazioni del giugno 2013 per chiedere più e migliori servizi.

Certo, non mancano i segnali contrastanti, come la sconfitta della Social Democrazia nella sua roccaforte, lo Stato di Minas Gerais, dove Aecio Neves è stato governatore per otto anni e poi senatore.

Ma mentre chi beneficia dei programmi sociali di Dilma Rousseff (elemento chiave del mandato suo e di Lula) ha votato per la certezza di continuare a riceverli, il resto del Paese ha inseguito altri desideri.

La voglia di cambiamento

I programmi sociali di Dilma sono stati efficaci, e hanno portato la percentuale di poveri dal 22,4% del 2004 al 9% del 2012. Ma allo stesso tempo hanno creato le condizioni del cambiamento. «Chi ha conosciuto un netto miglioramento delle sue condizioni di vita, anche nel giro degli ultimi due o tre anni, in una situazione di economia quasi ferma come quella del Brasile attuale, inizia a preoccuparsi del futuro», spiega Diego Corrado. Ansia e incertezza si fanno strada nella nuova classe media, che si chiede cosa accadrà se l’economia non riparte e inizia a guardare in modo critico al presente.

Brasiliani della favela Rocinha in coda per il voto (Mario Tama / Getty Images)

«La disoccupazione è bassa nel Paese, ma senza crescita si diffonde presto la paura di perdere il lavoro», spiega Antonella Mori docente di Macroeconomia all’Università Bocconi di Milano. Anche secondo lei è stata l’economia traballante del Brasile ad aver innescato una forte voglia di cambiamento. Inflazione alta e crescita economica vicina allo zero (il Brasile è in recessione tecnica, cioè ha chiuso due trimestri consecutivi con Pil in calo) iniziano a far paura dopo anni di ritmi di crescita al 4% annuo - il decennio 2000-2010 in particolare. (in questi anni, per capire cosa è successo al Brasile, il numero di studenti universitari è triplicato).

E fanno paura alla classe media più bassa, quella che rischia di sperimentare di nuovo i morsi della fame, ma anche a quella più alta, il mondo dei professionisti, imprenditori e banchieri, poco soddisfatti della politica economica di Dilma Rousseff.

La scorsa settimana, nel corso di una tavola rotonda presso Ispi, Paolo Bassetti, presidente di Ternium Brasile, il principale produttore d’acciaio dell’America Latina, aveva stilato un nutrito elenco delle ragioni – secondo lui – che rendono il mondo imprenditoriale ostile a Dilma Rousseff.

Brasiliani della favela Rocinha in coda per il voto (Mario Tama / Getty Images)

Assistenzialismo. In molti vedono nell’assistenza sociale di Dilma (con programmi come Bolsa Familia, Fame Zero o agevolazioni energetiche) il miglior modo per creare dipendenza delle fasce più basse dai sussidi statali e scoraggiarle nella ricerca di un lavoro (o di uno migliore).

Protezionismo. Le tendenze protezioniste di Dilma Rousseff si sono accentuate negli ultimi anni, scoraggiando gli scambi internazionali.

Corruzione interna al Partito dei Lavoratori, il Pt di Lula e Dilma.

L’interventismo statale, soprattutto quello manifestato con Petrobras (l’Eni Brasiliana che estrae e vende petrolio, una delle maggiori società del Paese). Per evitare un innalzamento del costo della benzina, il governo è intervenuto calmierando i prezzi. Ma la cosa ha avuto effetti negativi sui titoli di borsa della società, che hanno subito una riduzione del valore di borsa di un terzo in soli quattro anni.

Ma perché Neves e non Silva?

Eppure ai brasiliani, il candidato migliore cui aggrapparsi per ribaltare la situazione creatasi negli ultimi anni della presidenza Dilma non è sembrata tanto Marina Silva – come si credeva fino all’altro ieri - quanto Aecio Neves. Perché?

Di fatto i due condividono gli stessi obiettivi chiave di politica economica: «Una politica fiscale rigorosa, un tasso di cambio flessibile e una Banca centrale indipendente», spiega Antonella Miori. «Marina Silva ha detto poco delle mosse economiche che intende fare. Ma di quel poco sappiamo che è a favore di politiche più business friendly rispetto a quelle di Dilma, come la liberalizzazione commerciale e l’apertura all’estero».

Di Neves sappiamo che «punterà a ridurre l’interventismo economico di Dilma, cercherà di abbassare l’inflazione e ridurrà la presa del governo sulle aziende statali», spiega Diego Corrado. «Ma punterà anche sul tema della salute e dell’educazione».

Il tallone d’Achille di Marina Silva

Se sia Marina Silva che Aecio Neves erano dunque adatti a raccogliere la voglia di cambiare la “direzione” economica del Paese, ma Silva è più debole di Neves. Lo è politicamente, non certo in termini di carisma e vissuto personale.

Brasiliani al voto in una favela di Rio de Janeiro (Mario Tama / Getty Images)

«Credo che gli elettori abbiano guardato alla capacità di governare. Un aspetto importante in Brasile dove i partiti in Parlamento sono numerosissimi e riesci ad assicurare governabilità solo se hai già un grosso partito alle spalle e se riesci a formare buone coalizioni. Questo Aecio Neves lo può fare, Marina Silva forse no. È candidata alla Presidenza con un partito che non è nemmeno il suo», spiega Miori.

Già, perché prima di morire fatalmente nell’incidente aereo del 13 agosto, Eduardo Campos ha “raccolto” Marina Silva davanti al Tribunale elettorale di Brasilia, dove la Silva si è vista rifiutare la presentazione delle liste del suo partito, «perché non aveva sufficiente numero di firme», racconta Diego Corrado. «E Campos l’ha scelta come vice-presidente del suo partito, un ruolo più simbolico che operativo».

La televisione

Il Brasile, c’è da dire infine, è anche un Paese in cui i dibattiti televisivi hanno un forte impatto sull’elettorato. La legge elettorale prevede che nella prima parte ciascun candidato abbia a disposizione un tempo di apparizione televisiva proporzionale ai voti presi dal suo partito nelle precedenti elezioni. «Dilma aveva 12 minuti, Aecio Neves quattro e mezzo, Marina Silva due. E Neves ha martellato la Silva senza pietà», racconta Corrado.

I candidati si confrontano in un dibattito dell’emittente brasiliana Globo

Il vento del cambiamento brasiliano potrebbe portare ora Marina Silva a scegliere di schierarsi con l’uno o l’altro dei due contendenti. «Non è assolutamente impossibile che si leghi a Dilma, con cui condivide molto soprattutto sul tema della povertà, ma nemmeno con Neves, a cui si avvicina di più in economia», spiega Antonella Mori. «Raccogli elettori sia da destra che da sinistra. Sceglierà, come ha dichiarato lei stessa, il candidato che soddisfarà più punti del suo programma». 

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