9 Ottobre Ott 2014 0930 09 ottobre 2014

Lo strano caso del cane ucciso alle sette della sera

Lo strano caso del cane ucciso alle sette della sera

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Mentre l’Italia restava appesa alle vicende del Jobs Act, il resto del mondo (o buona parte) ha seguito le ultime ore di vita di un cane spagnolo. Non è strano: l’animale in questione si chiamava Excalibur, come la spada di Artù, ma soprattutto apparteneva a Teresa Ramos, l’infermiera che ha contratto l’Ebola prendendosi cura di un missionario spagnolo colpito dal virus e ricoverato a Madrid.

Le autorità, spaventate dall’eventualità che il cane potesse propagare la malattia, hanno deciso di abbatterlo, andando contro il volere dei suoi padroni. La notizia ha scatenato la furia degli animalisti: sono subito partite manifestazioni di protesta; un gruppo ha cercato di impedire agli agenti di penetrare in casa e prelevare il cane; alcuni di loro sono rimasti feriti negli scontri con gli agenti; una petizione su Change.org ha raccolto 375mila firme in meno di 24 ore; su Twitter l’hashtag #saveexcalibur e gli omologhi in altre lingue hanno trovato migliaia di retweet di solidarietà. Addirittura, sono state postate fotografie di altri cani che reggevano in bocca o appeso al collo un foglio con la scritta #saveexcalibur, a ricordo del #BringBackOurGirls. Una cosa che turba.

LinkPop, come tutti i siti di informazione leggera, ama molto gli animali ed è molto dispiaciuto per la morte di Excalibur. La questione, però, solleva alcuni interrogativi che vale la pena citare.

In primo luogo: i cani possono diffondere l’Ebola? Non si sa con certezza. Tutta la letteratura medica sul rapporto Ebola-cani, citata dalla corte spagnola a sostegno della decisione di abbattere Excalibur si riduce, in realtà, a uno solo studio accademico. È dedicato a un’epidemia di Ebola scoppiata tempo fa in Gabon. Le conclusioni sono che: “I cani, allo stato brado, possono contrarre l’Ebola. Questo dato ha implicazioni potenziali per prevenire e controllare le epidemie tra gli uomini”. Excalibur, però, non era allo stato brado e non viveva vicino a cadaveri o mangiando animali infetti. Il tribunale spagnolo ha preso un abbaglio? C’è chi ne è convinto.

In secondo luogo: non era più saggio conservare e studiare il cane? Excalibur, dopo essere stato abbattuto, è stato anche cremato. Per impedire che contagiasse qualcuno, dicono gli animalisti, non c’era nessuna necessità di abbatterlo. Al contrario, avrebbe potuto essere molto più utile, anche proprio per studiare possibili rischi di contagio, da vivo.

Terza: perché, con tutti i morti che ci sono stati finora, si è creato tutto questo interesse solo per la morte di un cane? Ci sono essere numerose risposte. Di sicuro colpisce la brutalità di una decisione presa senza effettuare prima controlli: Excalibur, in sostanza, avrebbe benissimo potuto non essere contagiato.
Questo apre a un ulteriore interrogativo: perché questa fretta? Il sospetto, come si dice qui, è che le autorità non siano in grado, in generale, di mantenere la calma ed evitare la diffusione del panico. Voler chiudere la questione in poco tempo può scatenare più inquietudini di quante, in realtà, si voglia sedare.
Il problema, poi, è che la psicosi di Ebola, con Excalibur, si intreccia con un’altra forte tendenza di questi tempi: l’animalismo. Nulla in contrario, per carità. Solo ci si permetta di notare che in questo campo gli attivisti sono, appunto, molto attivi ed è facile, soprattutto con i social e lo slacktivism, creare un movimento di opinione su una causa specifica, con tanto di indignazione collettiva, spesso eccessiva. Il caso Daniza, l’orsa uccisa in Trentino, insegna.

Attivisti che cercano di impedire agli agenti di prelevare Excalibur (foto: Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images)

Insomma, mentre l’Italia era appesa alla fiducia per il Jobs Act, il resto del mondo seguiva la storia di un cane abbattuto a causa dell’Ebola. Si chiamava Excalibur, come la spada di re Artù. E sembra che intanto, dei problemi veri si siano dimenticati tutti.

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