15 Ottobre Ott 2014 1500 15 ottobre 2014

Il coworking con l’asilo per le mamme (e i papà)

Il coworking con l’asilo per le mamme (e i papà)

Cobaby

Dopo la gravidanza Antonella non era riuscita a riprendere più la sua attività di psicoterapeuta. Con un bambino di due anni, il nido disponibile solo per mezza giornata e la famiglia lontana, ricevere i pazienti dopo la chiusura dell’asilo era impossibile. Così aveva rinunciato. Semplicemente. Come accade a tante neomamme italiane: dopo il primo figlio, il 30% interrompe il lavoro per motivi familiari. Poi, a settembre, a Roma è arrivato “L’Alveare”, primo coworking della capitale con uno spazio dedicato ai bambini. Mentre le mamme lavorano, i piccoli sono nella stanza accanto, in compagnia di un’educatrice qualificata. Così si è accesa la lampadina. «Per me l’Alveare rappresenta la prima, unica, concreta possibilità di ricominciare la mia attività di professionista», racconta Antonella, «senza dovermi preoccupare, angosciare e sentire in colpa per aver lasciato mio figlio a qualcun altro, magari improvvisato, che devi avvertire per tempo perché altrimenti non è disponibile, che molte volte ti dà buca e che sta con tuo figlio ma non capisci bene cosa fa!». Barcamenarsi tra baby sitter, amiche disponibili e cognati pazienti è un’impresa caotica. All’Alveare, invece, «durante gli orari di studio, mio figlio è nella stanza accanto con un’educatrice preparata che conosco», dice Antonella. «Lui sa che mamma sta lavorando e che appena finirà verrà a riprenderlo».

Se la conciliazione lavoro-famiglia in Italia è merce rara, gli asili nido scarseggiano (solo l’11% dei bambini ci va) e quelli aziendali ancora di più, arriva in soccorso il coworking con lo spazio cobaby. Che si è già diffuso tra Milano e Roma e sta per arrivare a Bologna. E che solo femminile non è, ci tengono a precisare le fondatrici de “L’Alveare”, già ideatrici dell’associazione “Città delle mamme”, famosa per il progetto Cinemamme, che permette alle mamme di andare al cinema con i bambini anche di mattina. «Diamo supporto a tutta la genitorialità», dice la cofondatrice Cindy Fornino, «non a caso abbiamo anche qualche richiesta maschile».

E i riscontri sono buoni. Lo racconta Serena Baldari, coordinatrice dello spazio: «Al momento le persone che hanno concretizzato il proprio interesse sono più di dieci. Le esigenze che emergono sono diverse: da quella più semplice di avere un luogo di lavoro che esuli dalle tradizionali funzioni dell’ufficio classico e sia aperto invece alla condivisione di spazi e idee, a quella di avviare una propria attività in un posto stimolante dove si possa anche risparmiare sulle spese. Naturalmente da parte delle lavoratrici che sono anche mamme l’interesse è duplice, perché nell’Alveare vedono un luogo dove poter realizzare le proprie aspirazioni lavorative senza sacrificare la famiglia. In una parola: il luogo dove la conciliazione è possibile».

Un luogo dove poter realizzare le proprie aspirazioni lavorative senza sacrificare la famiglia

I prezzi sono accessibili. Il costo mensile per usare lo spazio di coworking più spazio baby per 5 ore al giorno è di 450 euro. Per otto ore, si sale invece a 580. Il luogo scelto per la sede, nel quartiere romano di Centocelle in uno spazio messo a disposizione dal Municipio, non è di importanza secondaria. «A Roma, lavorare lontano da dove si abita, con il bambino che va in un nido lontano magari due ore di mezzi pubblici è difficile», racconta Cindy, «per questo da noi vengono soprattutto delle mamme del quartiere, dove sempre più giovani famiglie si spostano. È un progetto legato al territorio, che intende aiutare la genitorialità in un contesto urbano in cui essere genitore non è semplice». Lo dice anche Antonella: «La logistica mi ha aiutato fortemente. Il centro si trova proprio di fronte all’asilo di mio figlio e a due minuti da casa. Che facevo? Non ci provavo?».

Le mamme che si rivolgono all’Alveare sono soprattutto libere professioniste. «Ci sono molte psicologhe e giornaliste freelance», dice Cindy Fornino, «ma anche mamme che vogliono tornare a lavorare senza distaccarsi dal bambino. Per questo ci rivolgiamo anche alle aziende per attivare delle convenzioni e permettere alle neomamme di svolgere un periodo di telelavoro qui da noi. Anche perché stare tutto il giorno da sole a casa con un bambino è alienante e non è molto produttivo, così come chiedere continui permessi e cercare disperatamente qualcuno a cui affidare i figli».

La parola d’ordine, negli spazi di Centocelle, è flessibilità, intesa come capacità di incastrare famiglia e lavoro senza impazzire. «Pensiamo che il coworking, e in particolare questo dotato di spazio baby», spiega Serena Baldari, «sia una possibile soluzione per rendere il mondo del lavoro a misura di persone, garantendo flessibilità non intesa come massimo sfruttamento, ma come rispetto delle esigenze di lavoratori e lavoratrici. Inoltre siamo convinte che il futuro, anzi il presente, del lavoro sia la condivisione, piuttosto che la competizione». E all’Alveare si condivide e come: non solo lo spazio di lavoro, ma anche idee, occasioni di lavoro e pause caffè. «Quello che per me è stato fondamentale nella scelta di ricominciare proprio da qui», racconta Antonella, «è stato il fatto di sentire che quello che raccontavo alle altre mamme lavoratrici era perfettamente quello che avevano già vissuto, già pensato e già fatto. Non ti devi “giustificare” se un giorno l’orario del tuo studio slitta perché hai la riunione a scuola di tuo figlio. Finora è sempre stato così». Sono, dice, «semplici esempi, che però semplici da vivere non sono».

Dopo il primo figlio, il 30% delle donne italiane interrompe il lavoro per motivi familiari

Non è un caso che in Italia circa 800mila madri nel 2011 hanno dichiarato di essere state licenziate, o messe in condizione di doversi dimettere nel corso della loro vita lavorativa a causa di una gravidanza. Tra quelle costrette a lasciare il lavoro, solo quattro su dieci hanno poi ripreso l’attività lavorativa. Il risultato è che il tasso di occupazione femminile nel nostro Paese, fermo poco sopra il 46%, è tra i più bassi d’Europa, secondo solo a Malta. Con l’arrivo dei figli, le cose si fanno più difficili: meno cinque punti di occupazione con il primo, meno dieci con l’arrivo del secondo, meno 23 quando i bimbi sono sono tre. Il nodo centrale resta la conciliazione tra la vita familiare e quella lavorativa. Un’ancora di salvezza sono i nonni, quando ci sono. Ma per quanto riguarda i nidi, siamo fermi ancora a una copertura media del 6,5 per cento, e gli orari mal si adattano a quelli lavorativi. Poi c’è la questione costi: se sei fortunato, superi le liste d’attesa per i nidi pubblici, che possono arrivare a costare anche 500 euro mensili, altrimenti ci sono le rette salatissime dei privati, fra i 500 e i mille euro o più al mese. Nel ventaglio delle scelte possibili ora si è aggiunto il coworking. 

Il pioniere in Italia della condivisione degli spazi di lavoro indirizzata alle mamme è il milanese “Piano C”, aperto alla fine del 2012, e che ormai è un esempio per chiunque voglia lanciarsi in progetti simili. L’idea è che davanti alla scelta obbligata tra un piano A, dedicato completamente alla carriera, e un piano B, con la scelta di avere una famiglia e dei figli sacrificando il lavoro, per le donne ci fosse anche un piano C, in cui vige un’organizzazione del lavoro family friendly. Negli spazi milanesi si possono affittare scrivanie e sale riunioni, mentre i bambini giocano, fanno sport o partecipano ai laboratori. E ci sono pure i servizi “salvatempo”, con la possibilità di avere qualcuno che faccia la spesa o porti i vestiti in lavanderia, visto che in Italia il 71,9% delle ore dedicate al lavoro domestico è ancora a carico delle donne. Nell’estate del 2013 – tanto per non farsi mancare nulla – è stata anche aggiunta un’area di coworking con 20 scrivanie “vista lago” all’Idroscalo di Milano (con tanto di area cobaby estiva). L’obiettivo, dice Riccarda Zezza, ceo di Piano C e mamma di due bambini, è anche quello di cambiare l’organizzazione del lavoro, smettendo di «conciliare a valle situazioni a cui non si riesce a trovare una soluzione a monte: il mondo del lavoro si è formato e strutturato su un modello maschile, sia nei tempi di gestione che nella misura della leadership e del successo, mentre le donne hanno un’organizzazione dei tempi e un tipo di leadership totalmente diversi». Per questo negli spazi di Piano C è stata anche creata una scuola di management, Maam, che sta per Maternity as a Master, per trasformare le competenze genitoriali – dalla pazienza alla capacità di mantenere la calma nelle situazioni più difficili – in competenze di leadership da utilizzare sul lavoro (da qui è nato anche un libro). Anche a Piano C il 90% delle lavoratrici è composto da donne, ma c’è pure qualche papà che può lavorare da remoto e all’asilo nido ha preferito il cobaby. La spesa più alta è di 2.400 euro annue, comprensiva di tutti i servizi, cucina compresa.

Uno spazio educativo da affiancare al coworking che possa del tutto sostituire il nido

Sulla scia di queste esperienze, si sta muovendo qualcosa anche a Bologna, dove il coworking è ormai un’abitudine cittadina. Ci hanno pensato i fondatori dello spazio Kilowatt, che già da due anni e mezzo sotto le torri mettono a disposizione scrivanie, sale riunioni e corsi di formazione in due diverse sedi, una privata e una messa a disposizione dal Comune. «Il progetto di coworking con lo spazio dedicato ai bambini dovrebbe partire entro l’inizio dell’anno», racconta Stefano Follador, presidente di Kilowatt. «Abbiamo aspettato finora per poter avere l’autorizzazione a utilizzare un immobile nel centro storico non sottoposto e finalmente lo abbiamo trovato». Intanto è già partito un processo di coinvolgimento delle mamme e dei papà della community. «La risposta è stata più che positiva. Nel nostro spazio di coworking ci sono microimprese, liberi professionisti, ma anche dipendenti che lavorano con il telelavoro. È emersa da parte di tutti la difficoltà di conciliare lavoro e famiglia». L’idea bolognese non è solo quella di realizzare uno spazio giochi, sottolinea Follador, «ma un vero e proprio spazio educativo che possa del tutto sostituire il nido, e quindi non occasionale». Dove non arriva la spesa pubblica per la famiglia, ferma all’1,5% del Pil nonostante i proclami politici, arriva il welfare privato.

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