16 Ottobre Ott 2014 0030 16 ottobre 2014

Dall’energia alla finanza: la Cina conquista l’Italia

Dall’energia alla finanza: la Cina conquista l’Italia

Renzi Cina 5

A voler essere cattivi, si potrebbe dire che la breve missione italiana del premier cinese Li Keqiang – oggi è in programma un nuovo incontro con il presidente del Consiglio Matteo Renzi al Politecnico di Milano – potrebbe assomigliare a una visita nei nuovi possedimenti dell’Impero di Mezzo. Negli ultimi anni, infatti, la Cina ha investito, e parecchio, in Italia. Tra il 2007 e il 2013, come si può leggere nel rapporto «La Cina nel 2014» edito dalla Fondazione Italia – Cina e Cesif, le aziende italiane partecipate da cinesi sono cresciute da 7 a 272, di cui 187 cinesi e 85 partecipate da multinazionali con sede a Hong Kong, con un’occupazione complessiva pari a quasi 12milia addetti. Secondo Rotschild, dal 2009 a oggi, il 10% delle operazioni commerciali di imprese cinesi in Europa è avvenuto in Italia.

Difficile non definirla una relazione piuttosto stretta, se proprio non volete chiamarla invasione. Soprattutto se tra queste aziende, oltre a un bel po’ di made in Italy, ci sono colossi come Eni, Enel, Assicurazioni Generali, Telecom, Pirelli, Fiat e Finmeccanica. Ancor di più se, come annunciato l’altro ieri dai due premier in conferenza stampa congiunta, sono stati appena siglati venti accordi commerciali per un controvalore complessivo di circa 8 miliardi di euro.

La visita del premier cinese Li Keqiang, a destra, a Palazzo Chigi, con Matteo Renzi, il 14 ottore 

Se Renzi esulta - «In questo momento è molto forte l’attenzione degli investitori cinesi verso il nostro paese e ne siamo ben felici», ha dichiarato in conferenza stampa –, gli esperti tendono a ridimensionare questa forte crescita. «Sono grandi spazzini che comprano al chilo» per spendere il loro gigantesco surplus commerciale, ha dichiarato Alberto Forchielli di Mandarin Capital Partners, il più grande fondo di private equity sull’asse italo-cinese. Allo stesso modo la pensa Romiti, che interpellato sempre da Repubblica lo scorso 4 settembre ha dichiarato che «la strategia dei cinesi è quella di investire a lungo termine, anche approfittando di situazioni vantaggiose dovute magari alle difficoltà di qualche società».

Per capire perché, tuttavia è interessante capire dove si concentri l’interesse dei cinesi, in quali ambiti, in che settori e soprattutto su quali realtà. Cosa che può permettere, al pari, di capire dove l’Italia stia trovando capitali per rilanciare la propria economia. O, se preferite, dove stia perdendo sovranità economica.

Finanza

Per essere un grande spazzino, la Cina ha gusti raffinati. Più delle piccole banche in crisi o dei piccoli e medi player assicurativi, gli occhi del Dragone si sono posati su due colossi. Il primo è la cassaforte tricolore per eccellenza, le Assicurazioni Generaliuno dei pionieri del mercato assicurativo nell’Impero di mezzo – in cui la People’s Bank of China detiene una quota che si aggira attorno al 2%. Altrettanto importante, l’accordo definito in questi giorni tra la China Development Bank Corporation e Cassa Depositi e Prestiti, forziere, stavolta pubblico, dei risparmi di milioni di famiglie italiane. I contorni dell’accordo sono ancora oggi poco chiari – si parla di investimenti congiunti in Italia e in Cina - ma già si sa, ad esempio, che il valore economico è di quasi 4 miliardi di dollari.

Telecomunicazioni

Se avete un abbonamento telefonico della Tre, forse non lo sapete, ma il vostro operatore di telefonia – la Hutchinson Whampoa – è cinese. Tuttavia, da qualche mese, la banca centrale cinese è entrata anche nel capitale di Telecom, anche in questo caso con una quota di poco superiore al 2%. La partita interessante, tuttavia, è un’altra: si sa – Mao dixit - che per i cinesi la situazione è ottima, quando la confusione è grande sotto il cielo. E grande è il caos sotto il cielo di Metroweb Italia, gestore tra le altre cose della fibra ottica milanese, un tempo in capo a Fastweb e oggi controllata da F2i (53,8%) e e il Fondo Strategico Italiano (46,2%). Qualche mese fa, si pensava a Telecom: era il periodo in cui si parlava di un possibile scorporo tra gestione della rete e quella delle telecomunicazioni e se fosse successo, c’era l’ipotesi che Telecom si prendesse Metroweb rilevando la quota di F2i.

La visita del premier cinese Li Keqiang, a destra, a Palazzo Chigi, con Matteo Renzi, il 14 ottore

Non è successo, ed è lì che si è cominciato a parlare di Cina. Più precisamente di Cic, acronimo che sta per China Investiment Corporation, il fondo sovrano della Repubblica Popolare. Tuttavia, allora, si parlava di un possibile ingresso del Cic in F2i, a sua volta nel capitale di molte multiutility, cosa che avrebbe spalancato alla Cina le porte del mercato delle municipalizzate italiane. Nell’accordo dell’altro ieri, invece, è spuntato un accordo da 645 milioni di dollari con il Fondo Strategico Italiano. Cambia il veicolo, ma l’oggetto del desiderio, a quanto pare, è rimasto lo stesso.

Industria

Anche quel poco che rimane della grande industria italiana è finito nelle mire del Dragone: l’onnipresente People’s Bank of China è entrata nel capitale di Fca e Prysmian, quelle che un tempo si chiamavano Fiat e Pirelli Cavi. Anche in questo caso, la strategia è stata quella di fermarsi poco oltre il 2%. Dalle auto agli autobus il passo e breve: protagonista la Xiamen King Long United Automotive Industry, maggiore casa costruttrice di autobus della Repubblica popolare. Attraverso Finmeccanica, ha infatti acquisito l’80% di BredaMenarinibus, società del gruppo Finmeccanica, a sua volta uno dei principali produttori di autobus italiani. Buon’ultima, la Beijing General Aviation ha concluso un accordo da 514 milioni di dollari con Agusta Wesland. No, nessuna acquisizione, ma cinquanta elicotteri venduti. Per una volta, insomma, i cinesi hanno acquistato prodotti, non aziende.  

Energia

Con la Difesa e le telecomunicazioni, l’energia è un altro settore delicato che sta finendo in mani cinesi. Sono quattro le zampate del Dragone fin qui assestate. Lo scorso luglio la State Grid Corporation of China ha acquistato per due miliardi di euro il 35% di Cdp Reti, la società di Cassa Depositi e prestiti in cui sono confluiti il 30% di Snam (rete gas) e il 29,8% di Terna (rete elettrica). La State Grid Corporation of China è la settima società al mondo per fatturato, con oltre un milione e mezzo di dipendenti, e avrà due componenti su cinque nel cda di Cdp Reti e un membro nei board di Snam e Terna. A maggio era stata la volta di Ansaldo Energia, società in forti difficoltà che, dopo mesi di trattativa con la coreana Doosan Heavy Industries, aveva ceduto il 40% del capitale a Shanghai Electric per 400 milioni di euro. Proprietario di Ansaldo Energia è il Fondo Strategico Italiano, che a sua volta sta cedendo quote alla China Investment Corporation.

Quote più modeste, il 2%, ma per le maggiori società italiane, Enel e soprattutto Eni, erano già finite a marzo alla People’s Bank of China, per rispettivamente 800 milioni e 1,3 miliardi di euro. In entrambi i casi le quote acquistate sono state poco più del 2 per cento, soglia sopra la quale la proprietà di azioni diventa palese: un modo per far capire ai partner europei e soprattutto a quello americano, che la Cina era arrivata e aveva messo piede in stanze strategiche. Il settore dell’energia è in grado di spostare gli equilibri geopolitici, oltre che fornire informazioni dettagliate sui cittadini. Per questo, come ha messo in evidenza Il Foglio, le acquisizioni in questo campo stanno allarmando i diplomatici statunitensi, preoccupati dall’allentamento del legame diretto tra Usa ed Europa, ed è forse alla base del parallelo attivismo del fondo Blackrock degli scorsi mesi nella finanza italiana.

Il governo italiano, d’altra parte, aveva messo la cessione di quote di Eni ed Enel al centro del piano di privatizzazioni del governo Letta, del novembre 2013, che avrebbe dovuto portare 12 miliardi di entrate nelle casse pubbliche entro il 2015. La stessa Cdp Reti fu creata proprio allo scopo di vendere a operatori stranieri. 

Trasporti

Tra gli accordi che si stanno siglando in questi giorni figura anche l’Aeroporto di Parma: 250 milioni di euro arriveranno allo scalo emiliano, già privatizzato dal 2008, dalla Izp Technologies Group. Al termine del processo di acquisto – la partita è ancora all’inizio – a essere comprata sarà la quota del socio di maggioranza, il 67% in mano alla Meinl Airports International, della banca austriaca Meinl. L’aeroporto era sull’orlo del fallimento e si tratterebbe di un vero salvataggio.

Ben più imponenti sarebbero i numeri se qualche fondo cinese entrasse, dopo l’accordo con il Fondo Strategico Italiano, anche in F2i, che controlla gli aeroporti di Malpensa e Linate (e ha una quota tramite Sea in Orio al Serio), oltre che quello di Napoli Capodichino.

Già da anni si parla invece dell’aeroporto che i cinesi dovrebbero costruire a Enna, uno scalo destinato al cargo non lontano dalla base Usa di Sigonella, cosa che avrebbe provocato la richiesta di spiegazioni da parte dell’ex segretario di Stato Usa Hillary Clinton. Ma dello scalo non c’è traccia nei vari Piani aeroporti elaborati negli ultimi anni e sembra essere destinato a rimanere sulla carta.

Che la Cina sia destinata a rafforzare notevolmente il proprio primato nel commercio mondiale è un fatto su cui concordano diverse analisi, a partire da quella recente di Pwc. Le sue acquisizioni nelle infrastrutture sono state numerose, a partire dalla metà del porto del Pireo, in Grecia.

Anche i porti italiani sono oggetto di considerazione da parte dei cinesi. Una delegazione di Assoporti lo scorso giugno ha partecipato alla fiera Transport Logistic di Shanghai e siglato un memorandum d’intesa con la Shanghai Port Trade Association (Spta). 

Made in Italy

Se le acquisizioni in grandi aziende strategiche è recente, è già da qualche anno che società cinesi acquistano pezzi del Made in Italy. Si cominciò nel 2005 con l’azienda motoristica Benelli, comprata da QianJiang Motors (che investì molto, a dispetto delle previsioni negative). 

Poi fu la volta della Ferretti, storico produttore di yacht di lusso, acquisita – o forse sarebbe meglio dire salvata – dal Shandong Heavy Industries Group - Weichai Group, colosso di Stato produttore di veicoli, motori e componentistica per l’automotive. Costo dell’operazione, 347 milioni di euro. Più di recente, nel febbraio 2014, il marchio di moda Krizia, uno dei simboli del Made in Italy, fu ceduto Shenzen Marisfrolg Fashion, società attiva nel mercato asiatico delpret-a-porter di fascia alta. 

Ma di operazioni della moda se ne contano diverse, senza contare l’universo del pronto moda di Prato. Nel 2013, la Fosun International di Shanghai, uno dei più grandi conglomerati di capitali della Cina continentale, ha rilevato il 35% di Caruso, impresa di Soragna, in provincia di Parma, che produce abbigliamento sartoriale da uomo di alta gamma. Qualche mese dopo, l’azienda ha dato il via alla costruzione di un nuovo sito produttivo in cui troveranno spazio circa cinquanta nuovi addetti. Allo stesso modo, la Lunar Capital, un fondo di private equity, ha acquisito il 20% della Pinco Pallino, glorioso marchio bergamasco dell’abbigliamento per bambini, da tempo in crisi. Il gruppo Guandong Dong Fang ha invece acquisito il 60% della toscana Fosber, azienda di Lucca, leader mondiale nei macchinari per la produzione del cartone ondulato.

Esercizi commerciali 

C’è poi il capitolo dei bar. I casi più recenti sono le trattative di vendere a soggetti cinesi da parte di due esercizi commerciali molto noti, rispettivamente a Milano e a Roma: il caffè Orefici, a due passi dal Duomo, e Pompi, il “regno del tiramisù” in via Albalonga, quartiere San Giovanni. Ma i due nomi sono solo la punta dell’iceberg. Sul sito www.vendereaicinesi.it si contano non meno di 4-5 annunci dal giorno di offerte di cessione di esercizi commerciali rivolti ai cinesi. Dallo scorso maggio se ne contano circa 300. D’altra parte, basta camminare in una qualsiasi città italiana, grande ma anche di provincia, per rendersi conto di quanto sia diffuso il fenomeno. 

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