22 Ottobre Ott 2014 1315 22 ottobre 2014

Bolloré, Renzi e la nuova mappa del potere in Italia

Bolloré, Renzi e la nuova mappa del potere in Italia

Bollore

La fine della pax televisiva, la scalata a Telecom Italia e il futuro di Mediobanca: a ogni cambio di stagione politica si ripete il tormentone sul triplice groviglio del capitalismo italiano. E l’era Renzi non fa eccezione. La recessione ha congelato molti ardori, ma il tam tam è tornato a farsi sentire. A tutti i tavoli di questo eterno risiko siede lo stesso giocatore: Vincent Bolloré. 

Che cosa ha in mente, quali carte nasconde, con chi vuole realizzare i suoi obiettivi? Bolloré è un personaggio ormai ben noto e radicato in Italia. È arrivato in Mediobanca nel 2002 mentre era in corso la battaglia per il dopo Cuccia, è stato introdotto dal produttore e finanziere franco-tunisino Tarak ben Ammar che lo ha presentato al suo vecchio amico Silvio Berlusconi. Da Mediobanca è entrato nelle Assicurazioni Generali (ha lasciato la vicepresidenza del Leone di Trieste un anno fa per dedicarsi maggiormente alle sue nuove avventure nei media). Poi ha stretto un accordo con la Pininfarina per produrre un’auto elettrica, la Bluecar (verrà costruita in Francia da Renault). Adesso si dice che possa diventare il socio forte di Telecom Italia al posto di Telefonica e lui continua a ripetere che è ben lieto di investire in un paese così bello e importante. 

Negli ultimi mesi, l’uomo d’affari di origine bretone passato dalla carta per le sigarette (business lasciatogli dal padre) alla haute finance, attraverso un vero e proprio impero africano fatto di miniere, trasporti e logistica, ha impresso un’altra svolta alla propria già brillante carriera. Nel giugno scorso è diventato presidente di Vivendi il gruppo francese di telecomunicazioni nato dopo lunghi e tortuosi travagli dalla vecchia Générale des Eaux (acquedotti e gas). Bolloré è il principale azionista con il 5% seguito da BlackRock, Société Générale, Amundi (sussidiaria di Société Générale di Crédit Agricole) e Caisse des dépots et consignations (la Cdp francese), dunque è l’unico socio industriale. Fin dall’autunno scorso ha preso di fatto il comando e ha imposto una sterzata. Innanzitutto ha spinto a scorporare SFR, secondo gruppo telefonico francese, per poi venderlo nell’aprile scorso ad Altice posseduta da Patrick Drahi, il “re del cavo”, rampante imprenditore delle telecomunicazioni. 

In agosto Vivendi ha ceduto a Telefonica uno dei principali operatori nelle telecomunicazioni in Brasile, GVT, ambito anche da Telecom Italia. Gli spagnoli hanno anche offerto l’8% della compagnia italiana: Bolloré che ha spinto Vivendi a uscire dalla telefonia, dovrebbe rientrarvi dalla porta di servizio? Vedremo.

Il nuovo condottiero vuole trasformarsi in un magnate dei media e dell’informazione, terreno sul quale si gioca la grande sfida del futuro. In Francia possiede il 32% di Havas (amministratore delegato è il figlio Yannick), il più grande gruppo mondiale nella pubblicità, e intende prenderne il controllo totale: un tassello fondamentale per la nuova strategia il cui veicolo principale è Vivendi. Oggi può contare su Canal plus numero uno nella tv a pagamento in Francia e su Universal Music una delle tre major discografiche (con Warner e Sony). Ma non basta. Ora guarda anche alla carta stampata e vuol prendere il settimanale L’Express, testata prestigiosa, ma tutto sommato piccola. Se le due cessioni telefoniche andranno in porto come previsto, alla fine dell’anno entreranno in cassa 13 miliardi per la vendita di SFR e altri 7 miliardi nella prima parte del 2015 con la cessione di GVT. Un gruzzolo enorme, una liquidità pari all’intero fatturato di Vivendi. Una parte Bolloré intende versarla ai soci, tenendosi buone le banche che gli fanno da rete. E il resto? 

Il finanziere francese è una sfinge, mai nella sua vita ha fatto capire le proprie intenzioni, giocando sempre sull’effetto sorpresa. Avvenne quando fece una incursione clamorosa in Lazard e poi con Mediobanca. Anche lo scossone in Vivendi, rovesciata come un guanto, ha preso tutti alla sprovvista. Dunque, è davvero azzardato provare a indovinare. Le voci che corrono negli ambienti finanziari è che l’Italia possa offrire a Bolloré la grande occasione nel mercato televisivo. È aperta da tempo una trattativa tra Canal Plus, Mediaset Premium e Al Jazeera per la pay tv dove Vivendi è forte e Mediaset no. Ma potrebbe essere solo l’assaggio di una operazione di più vasto respiro, accelerata dalla voglia di Rupert Murdoch di entrare anche nella televisione in chiaro (per ora Sky lo farà con le notizie, a parte Cielo il canale sul digitale terrestre, poi si vedrà). 

Il gruppo Berlusconi non può non reagire, ma oggi non ha la potenza di fuoco di un tempo. Mediaset è una bella azienda, però sta soffrendo la crisi (è tornata in utile nel 2013 dopo aver chiuso in rosso il 2012) e ha una cultura molto tradizionale, tanto che deve rafforzarsi anche in tutto l’universo internet. Inoltre, nonostante i vari tentativi di sbarcare all’estero (quello spagnolo è l’unico davvero riuscito) rimane un’azienda italocentrica con un fatturato di appena due miliardi. Canal Plus a sua volta resta di nicchia (ha uno share che non arriva al 4%), per entrare sul mercato di massa ha bisogno di un veicolo con una lunga e solida navigazione. 

Si è parlato di nuovo (lo si fa ormai da dieci anni) di un patto se non addirittura di una fusione tra Telecom e Mediaset. Operazione complessa e politicamente sensibile. Allo stato attuale sembra improbabile che possa ottenere il via libera. Ma ben diverso sarebbe un accordo su ampia scala con Vivendi-Canal Plus che non pone nessun problema né all’antitrust né al governo. Presto per capire se mai prenderà corpo né si può dire se si arriverà a uno scambio di azioni. Bolloré è considerato un amico e un alleato da Berlusconi. E i due si sono incontrati ad agosto, prima della vendita di GVT agli spagnoli. Ma gli affari sono affari ed entrambi sono abili e astuti. “Dobbiamo inventarci qualcosa di nuovo, come abbiamo fatto negli anni ’80”, avrebbe detto Fedele Confalonieri. Ebbene, l’occasione sta arrivando. 

Intanto, Bolloré ha aumentato la sua quota in Mediobanca: con il 7% è il secondo azionista ma può salire fino all’8% cioè allo stesso livello di Unicredit. Il terzo socio è Mediolanum (dalla società finanziaria di Ennio Doris, è stato costretto a uscire Berlusconi per colpa della condanna subita). Il 28 ottobre, come d’abitudine, si terrà l’assemblea. Dal luglio scorso, dopo lo scioglimento del patto di sindacato, la banca d’affari potrà essere governata per un biennio con il 31% cioè dalla trojka Unicredit, Bolloré, Mediolanum che raggiunge esattamente quella quota e avrà una posizione preminente rispetto ai soci privati come Fiat, Pirelli, Berlusconi, Pesenti, Benetton e Gavio. Proprio per il ruolo in Mediobanca, è probabile che Bolloré usi Vivendi per puntellare gli equilibri proprietari in Telecom (la banca di piazzetta Cuccia uscita a giugno dal patto di sindacato). Ma l’azienda telefonica italiana è piena di debiti, i ricavi sono in discesa e l’anno scorso ha chiuso con una perdita di 673 milioni anche a seguito di maxi svalutazioni per 2,2 miliardi. Dunque, non è esattamente un boccone ghiotto per un finanziere che vuol far profitto. 

Sistemare l’ex monopolista dei telefoni è un bel grattacapo dai tempi della privatizzazione nel 1997 e ora è in cima ai pensieri del presidente Giuseppe Recchi, molto vicino a Marco Carrai, l’amico di Renzi che si occupa delle partite più rognose a cavallo tra politica e affari. Un socio forte francese che prenda il posto del socio debole spagnolo non sarebbe certo mal visto. Qualcosa sarà forse più chiara nelle prossime settimane. Telecom può servire da massa di manovra nell’immediato o da strumento per una futuribile convergenza tra tecnologie, contenuti, business contigui. Ma se l’obiettivo di Bolloré è diventare un protagonista nei media, il suo vero avversario si chiama Rupert Murdoch e il suo alleato Berlusconi; la prossima guerra di mercato si combatte in Italia. 

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