22 Ottobre Ott 2014 1300 22 ottobre 2014

Legge di Stabilità, ci salveranno i guai della Merkel

Legge di Stabilità, ci salveranno i guai della Merkel

Renzimerkel Seangallup

Tra pochi giorni la Commissione Europea invierà all'Italia e ad altri quattro paesi europei, Francia compresa, alcuni rilievi sulle Leggi di Stabilità presentate lo scorso 15 ottobre. Renzi, al Senato, ha detto che non c'è niente di cui preoccuparsi, che sono rilievi «naturali», che da Bruxelles sono sempre usi fare. A leggere quel che scrive la Reuters, solitamente molto ben informata, la Legge di Stabilità varata pochi giorni fa dal governo Renzi e che proprio in queste ore è all’esame del Quirinale, potrebbe avere i giorni contati. È un problema di tempistica, per l’agenzia londinese. Se è vero quel che dice il Ministro Padoan, che «la Commissione Europea darà il suo parere sulla manovra il 29 di ottobre», allora siamo a un passo dalla bocciatura: «Gli stati membri presentano le loro leggi di Stabilità il 15 di ottobre e di solito la Commissione li approva il 30 di novembre – dice la Reuters -. Se la Commissione individua alcune particolari differenze con le regole di bilancio dell’Unione Europea, ha due settimane di tempo per chiedere al paese in oggetto di rivedere la manovra».«La più grande riduzione di tasse di sempre (cit.)» è già ai titoli di coda, quindi? No, andiamoci piano.

Una trattativa morbida
Innanzitutto, perché se anche dovesse arrivare una lettera da Bruxelles che ci chiede di modificare la manovra è probabile che non sarà l’armageddon di cui si sussurra. Partiamo dall’inizio: com’è noto, la Legge di Stabilità italiana ha disatteso gli impegni con l’Europa presi dal Governo Letta prima e dallo stesso Governo Renzi, poi. Va detto che allora si pensava l’economia stesse ripartendo e che la crescita del Pil avrebbe fatto da traino al rispetto degli accordi. Così non è andata, purtroppo e due trimestri consecutivi di decrescita hanno convinto il Governo a correggere le previsioni del Def e a spostare l’azzeramento del deficit strutturale al 2017. In sintesi, è come se ci fossimo presi un anno di pausa per provare a rilanciare la crescita. La Legge di Stabilità di Renzi – 18 miliardi di sgravi fiscali, 11 miliardi di nuova spesa e diminuzione del deficit strutturale di 0,1 punti percentuali – va in questa direzione.

Il nodo del contendere sono proprio quegli 11 miliardi di disavanzo aggiuntivo. C’è chi come l’attuale (e uscente) presidente della Commissione Barroso vorrebbe che l’Italia rispettasse i patti, riducendo il deficit strutturale – quello che prescinde dalla congiuntura  - dello 0,5% come aveva promesso di fare nel Def di aprile. C’è chi come il commissario protempore agli affari economici, il finlandese Jykri Katainen, o come il portavoce della stessa Stephan O’Connor, avrebbero chiesto all’Italia di passare dallo 0,1 allo 0,2,5, tenuto conto del peggioramento del ciclo economico. C’è infine chi, come il nuovo presidente della Commissione, il lussemburghese Jean Claude Juncker che ha appena annunciato un piano di investimenti da 300 miliardi per la crescita e che, a quanto pare, vorrebbe adottare una linea ancora più morbida. Insomma, con ogni probabilità qualche richiesta di chiarimento e qualche correzione ci potrebbero essere chieste, ma nessuno – al di là delle parole – sembra intenzionato a fare la voce grossa con l’Italia.

Se Roma sfora, Parigi sfonda
Il diavolo è nei dettagli: come scrive il Financial Times, l’Italia «è andata vicina a infrangere le regole di bilancio europee».  Più precisamente: ha fatto crescere il rapporto deficit/Pil, che tuttavia è rimasto sotto il limite del 3%. E pur avendone ridotto l’importo, ha comunque tagliato il deficit strutturale di un punto percentuale. La Francia, al contrario, ha presentato una Legge di Stabilità in cui il deficit raggiungerà il 4,4% del Pil, un dato superiore dello 0,2% rispetto a quello dello scorso anno e molto più alto di quel 3,8% previsto dal Governo Hollande solo qualche mese fa. Mutuando la metafora del Presidente della Bundesbank Jens Weidmann, che qualche giorno fa aveva definito Francia e Italia i «bambini problematici della Ue», si potrebbe dire che non è l’Italia che merita di finire dietro la lavagna.  La vera trattativa, insomma, è tra Bruxelles e Parigi. È difficile, in altre parole, che se alla Francia sarà concesso di sforare la soglia del 3%, all’Italia non sarà permesso di avvicinarvisi.

Non è passato inosservato, in questo senso, l’incontro di lunedì scorso tra i ministri delle finanze e dell’economia tedeschi e francesi per rilanciare gli investimenti nell’eurozona. Più che altro, non sono passate inosservate le dichiarazioni che i quattro hanno rilasciato alla stampa al termine dell’incontro: «Noi non stiamo infrangendo le regole – ha detto Sapin -, ma le stiamo interpretando in un contesto di deflazione e crescita debole». La risposta dei tedeschi? «Quello del budget francese è un problema dell’Unione Europea», ha dichiarato il ministro delle finanze Schäuble, solitamente un «falco» del rigore. «Ogni paese ha i suoi problemi», ha glissato Sigmar Gabriel, suo collega all’economia. Il più sincero dei quattro, probabilmente, è stato il neo-ministro dell’economia francese Emmanuel Macron, secondo cui ciò che è buono per la Francia, è buono per la Germania, e viceversa».

Berlino sotto assedio
Der Spiegel, due giorni fa, ha rincarato ulteriormente la dose: «La Germania vorrebbe evitare lo showdown tra la Francia e la Commissione Europea», è l’attacco dell’articolo. Secondo il settimanale tedesco, l’intransigenza che la Merkel sta dimostrando a parole - «ogni paese deve rispettare il patto», ha dichiarato qualche giorno fa al Parlamento tedesco – non trova alcun riscontro nei fatti: «Se la legge di stabilità francese venisse respinta – avrebbe dichiarato allo Spiegel un membro del governo tedesco –, questo peserebbe tremendamente nei rapporti tra Francia e Germania. Anche perché la bocciatura sarebbe presentata come il frutto della nostra ossessione per l’austerità». In altre parole, la Germania vuole che Bruxelles e Parigi trovino un accordo, e sta lavorando affinché ciò accada.

Il motivo non è solo diplomatico, peraltro, ma anche economico. Dalle frontiere tra Francia e Germania passano ogni anno circa 150 miliardi di euro di interscambio di beni e servizi. Una crisi tra i due paesi, insomma, è da evitare in ogni modo, soprattutto in un fase critica per l’economia tedesca come quella attuale.

La questione italiana rimane in secondo piano, ma è intrinsecamente legata a quella francese. Perché l’Italia è partner commerciale della Germania quanto, se non di più, della Francia. Perché è difficile che i tedeschi si facciano contemporaneamente promotori di una linea morbida con Parigi e di una linea dura con Roma. Perché, con buona pace dei falchi come gli europarlamentari Olli Rehn e Manfred Weber, la politica rigorista della Merkel è messa sotto accusa anche dagli industriali tedeschi, delle banche locali, dei fondi assicurativi, spaventati dalla congiuntura e irritati dall’inazione del governo nell’affrontare la crisi di competitività dell’Eurozona. Sono loro e le loro preoccupazioni, oggi, il nostro miglior alleato. 

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