24 Ottobre Ott 2014 1615 24 ottobre 2014

Ebola, i medici cubani in prima linea contro il virus

Ebola, i medici cubani in prima linea contro il virus

Cubaebola

Sono oltre 450 i medici, infermieri e ricercatori cubani presenti in Africa occidentale per offrire un contributo alla lotta contro Ebola: un aiuto che fa di Cuba il Paese con più personale sanitario in Sierra Leone, Liberia e Guinea. Come si spiega un impegno così forte da parte di un Paese che non è certo tra i più benestanti? Secondo il professor Luigi Guarnieri, esperto di questioni latino-americane dell’Università Luiss di Roma, bisogna tenere conto di due fattori: «Innanzitutto si deve riconoscere un fatto oggettivo: i medici cubani sono famosi per la competenza, la professionalità e la preparazione, sia in termini relativi che in termini assoluti. Il secondo fattore, non meno importante, è che Cuba da sempre punta su questa sua capacità per fare propaganda in giro per il mondo» spiega Guarnieri «Il governo è molto bravo a vendersi, e si è fatto un’ottima pubblicità. Se si sommano queste due cose, si spiega l’attuale presenza cubana in molti Paesi, in particolare in Sud America e Africa, dove la presenza dei medici è stata intensificata. Non bisogna poi in realtà sorprendersi più di tanto. Anche perché il governo cubano sfrutta questa pubblicità nei confronti degli occidentali: chiede cooperazione e riconoscimento internazionale».

Il 17 ottobre il “lider maximo” Fidel Castro ha pubblicato una lettera su Granma (il giornale ufficiale del partito comunista a Cuba) in cui annuncia con enfasi che “l’ora del dovere è arrivata”. Nella lettera, Castro fa l’elogio di Cuba sottolineando l’impegno che l’isola ha sempre avuto nelle missioni umanitarie. Un appello così ricco di umanità - e così inattaccabile - può forse nascondere anche una volontà di mettersi in mostra sullo scenario internazionale e un tentativo di uscire dall’isolamento in cui verte il Paese, ma questo nulla toglie agli sforzi impiegati nel fronteggiare l’emergenza. Il servizio sanitario cubano è da sempre il vanto e il fiore all’occhiello della politica assistenziale cubana. I risultati eccezionali nell’ambito sanitario, in un Paese così povero come Cuba, sono sempre stati esibiti a riprova dell’efficacia del sistema comunista per quanto riguarda il welfare, e i fratelli Castro ne hanno fatto un mezzo di propaganda internazionale. Inoltre, la grande disponibilità di medici specializzati nella sanità primaria è da decenni un asset economico che l’isola fornisce in cambio di beni dall’estero (come il petrolio dal Venezuela). La recente missione umanitaria in Africa occidentale riguarda l’aspetto propagandistico, e non rappresenta una grande sorpresa. «Siamo sempre lì, la situazione non cambia da cinquant’anni» continua il prof. Guarnieri «Da questo punto vista Castro, e chi l’ha sostituito, sono i migliori propagandisti di se stessi e delle loro capacità. Sono decenni che si dice che il regime di Cuba sta per cadere. Non è caduto e coglie tutte le occasioni possibili per mostrare che resiste».

L’impegno del governo cubano, e l’apertura per una collaborazione con gli Usa, sono stati lodati dai media mondiali, molti dei quali hanno posto l’accento sull’importanza di mandare medici rispetto che soldati nei paesi colpiti da Ebola. Non solo. Anche l’Organizzazione mondiale della Sanità ha elogiato pubblicamente Cuba «Soldi e materiali sono importanti, ma queste due cose da sole non possono fermare la trasmissione di Ebola» ha dichiarato Margareth Chan, direttore generale dell’Oms  «Le risorse umane sono chiaramente la nostra necessità primaria. Abbiamo specialmente bisogno di dottori e infermieri, che sappiano lavorare a condizioni veramente impegnative».

Gli Stati Uniti hanno risposto favorevolmente agli appelli del governo cubano, tramite il segretario John Kerry, che ha ricordato Cuba nel ringraziare le “nazioni piccole e grandi che hanno offerto rapidamente un'assistenza concreta”.

Questa risposta non è bastata al New York Times, che sta conducendo una campagna per levare l’embargo su Cuba e ristabilire le relazioni diplomatiche con l’isola. «È una vergogna che Washington, il principale donatore nella battaglia contro Ebola, sia diplomaticamente estraniata da L’Avana, il collaboratore più coraggioso» si legge in un editoriale del Times del 19 ottobre «In questo caso la frattura ha conseguenze di vita o di morte, perché le autorità americane e cubane non sono equipaggiate per coordinare sforzi globali ad alto livello. Questo dovrebbe servire da monito per l’amministrazione Obama: i benefici nel muoversi rapidamente per riallacciare relazioni diplomatiche con Cuba superano di gran lunga i lati negativi».

Aldo Pigoli, docente di Storia delle civiltà e delle culture politiche dell’America Latina all’Università Cattolica di Milano, sostiene che «È difficile dire se questa nuova collaborazione nella battaglia contro Ebola porterà a un riavvicinamento tra Cuba e gli Usa, potrebbero esserci degli sviluppi da questo punto di vista. Ma ricordiamo che passi avanti sono già stati fatti, in particolare dall’insediamento di Raul Castro (nel 2008, ndr), e se ne faranno ancora di più quando i due fratelli e i vegliardi del regime moriranno. A Cuba, checché se ne dica, la gente è stanca dell’isolamento. Il New York Times sa che sta combattendo una battaglia per la liberalizzazione dei rapporti con Cuba, che in realtà è vinta in partenza proprio perché è un processo già iniziato, anche se lentamente. Da parte americana, inoltre, da tempo il nemico non è più il comunismo, ma il terrorismo internazionale».

Paradossalmente, a rimetterci in un’apertura dei commerci tra gli Stati Uniti e Cuba, potrebbe essere proprio il rinomato sistema sanitario cubano. A Cuba ci sono 76.506 medici su 11 milioni di abitanti: con una media di 143 persone per medico. Negli Usa il rapporto è un dottore per 421 abitanti (dati Global Health Observatory). Se si aprissero i confini dell’isola, la forte domanda americana potrebbe essere soddisfatta dall’ingente offerta cubana, portando molti medici a emigrare negli States. Questo esodo potrebbe avere effetti deleteri sul sistema sanitario cubano, che basa la propria efficacia anche sulla vasta distribuzione dei dottori e sulla presenza nel territorio.

Personale cubano e americano hanno già lavorato insieme, in particolare dopo il terremoto che ha devastato Haiti nel 2010. In quell’occasione i medici cubani sono stati in prima linea nel trattamento del colera. Nel 2005, Cuba aveva offerto di mandare operatori medici negli Stati Uniti dopo l’uragano Katrina (l’aiuto venne rifiutato).


Medici cubani pronti a partire ascoltano un discorso di Fidel Castro in occasione dell'uragano Katrina. L'aiuto verrà rifiutato (ADALBERTO ROQUE/AFP/Getty Images)

Il primo intervento umanitario cubano all’estero risale al 1960, in occasione del terremoto di Valdivia in Cile che ha causato più di 3 mila morti. Ma l’aspetto più interessante della politica cubana in ambito sanitario è l’uso economico che il regime fa di questo asset. Secondo la Reuters, Cuba ha più di 50 mila tra dottori e infermieri distribuiti in 66 Paesi del mondo (principalmente in America latina), di cui più di 4 mila in 32 Stati africani. Nonostante l’alto profilo tenuto negli atti caritatevoli, la “diplomazia medica” è stata più spesso utile per scopi pratici. Si stima che attualmente siano circa 30 mila gli operatori sanitari in pianta stabile in Venezuela come parziale pagamento per il petrolio. Secondo un recente articolo di Granma, nel 2014 Cuba guadagnerà circa 8.2 miliardi di dollari per l’esportazione delle competenze mediche. I dati e le statistiche sull’isola vanno sempre presi con le pinze, considerato che arrivano quasi sempre dal regime stesso, ma non è azzardato dire che la sanità sia il bene più remunerativo esportato da Cuba. Il programma di scambio con il Venezuela è cominciato in occasione della tragedia di Vargas, nel 1999, quando una serie di frane e alluvioni hanno ucciso circa 20 mila persone nel Nord del Paese. Da allora i due Stati socialisti hanno intrapreso lo scambio soprannominato “petrolio per medici”: Cuba fornisce dottori e dentisti, e addestra il personale medico venezuelano; il Venezuela, in cambio,  garantisce 100 mila barili di grezzo al giorno. Il rapporto tra i due Paesi, anche dettato dalla amicizia personale di Fidel Castro e Hugo Chavez, è tale che quando il defunto presidente venezuelano si ammalava, andava a farsi curare a L’Avana.


Fidel Castro e Hugo Chavez (MARCELINO VAZQUEZ/AFP/Getty Images)

L’alto livello della sanità sull’isola si spiega tenendo conto della storia del Paese post-rivoluzionaria. Da sempre l’assistenza medica, insieme all’educazione, viene considerata il bene più importante. «Nei primi anni ’60, il governo cubano si è concentrato a raggiungere la popolazione – principalmente delle aree rurali – con limitato o nessuno accesso ai servizi medici dopo la rivoluzione del ’59» si legge in un bollettino della Organizzazione mondiale della Sanità che elogia i risultati della assistenza medica cubana «Lo scopo del servicio médico rural, secondo i suoi sviluppatori, era di provvedere alla prevenzione delle malattie e alla rivitalizzazione del servizio sanitario per le persone più in difficoltà, spesso quelle che vivevano lontano dai centri urbani. Policlinici multi-specializzati furono stabiliti in tutta Cuba negli anni ’70, e poi trasformati con l’aggiunta del programma “medico di famiglia” a metà anni’80, rafforzando la capacità del sistema sanitario di adempiere alla prevenzione e ai servizi clinici per la comunità. Entro gli anni ’90, il programma aveva assegnato medici di famiglia e infermieri in ogni parte del Paese, garantendo i servizi sanitari a più del 95% della popolazione».

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