25 Ottobre Ott 2014 1315 25 ottobre 2014

Neves sfida Dilma in un Brasile che non cresce più

Neves sfida Dilma in un Brasile che non cresce più

Rousseff Neves

Il 26 ottobre il Brasile sceglie il suo prossimo Presidente. Al secondo turno elettorale (il primo si è tenuto il 5 ottobre) si confrontano la candidata di sinistra, l’uscente Dilma Roussef del Partito dei lavoratori (Pt), e il candidato di centro-destra Aécio Neves del Partito della Social democrazia brasiliana (Psdb). Il risultato non è affatto scontato.

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Il 5 ottobre scorso nessuno si aspettava che il candidato di centro-destra Aécio Neves superasse il primo turno delle Elezioni Presidenziali brasiliane, men che meno i sondaggisti, che lo davano fuori dai giochi con il 19,8 % dei voti. Tutti, in Brasile e nel mondo, erano pronti a una sfida all’ultimo sangue tra le due aspiranti di centro-sinistra: Dilma Rousseff del Pt e Marina Silva che ha corso con il Partito socialista al posto del defunto Campos. Ma le cose in Brasile hanno iniziato a cambiare già da un po’ e la voglia di novità che soffia sul Paese – dopo due mandati di Lula e uno della sua erede Dilma Rousseff - non rende scontato nemmeno il risultato di questo secondo e ultimo round elettorale. Dopo l'ultimo caso di corruzione scoppiato nel Paese a scapito del governo in carica, il 20 ottobre Aecio Neves ha superato l'avversaria nei sondaggi elettorali. Eppure le ultime previsioni fatte a ridosso del voto vedono nuovamente la Rousseff in testa.

Dilma si presenta solida e convinta del largo successo delle politiche sociali attuate. Con il suo governo e quello di Lula, la percentuale di persone sotto la soglia di povertà in Brasile è diminuita di 13,5 punti percentuali, passando dal 22,4% del 2004 al 9% del 2012. Non solo. La disoccupazione nel Paese non è mai stata così bassa come ora. Era al 9,3% nel 2005 e da quell’anno è andata progressivamente calando, arrivando al 5 per cento attuale. Il reddito pro capite è cresciuto di 32 punti percentuali tra 2001 e 2011 e la qualità della vita è nettamente migliorata negli ultimi dieci anni. Se il Brasile è ufficialmente in recessione tecnica, con due trimestri consecutivi di crescita del Pil negativa, «l’impatto sull’economia quotidiana non è ancora sentito», sostiene il professor Luiz Fernando Beneduzi, dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Eppure, in Brasile, tira un forte vento di cambiamento. Tanto che proprio «cambiamento» è la parola chiave di queste elezioni, usata soprattutto dai sostenitori di Neves. Se possiamo dare per scontato che i milioni di brasiliani che tuttora beneficiano dei programmi sociali del Pt continueranno a votare per la Rousseff, come suggerisce Antonella Mori, docente di Macroeconomia all’Università Bocconi di Milano, gli elementi che giocano a favore del candidato di destra Aécio Neves sono numerosi. Eccoli, in sintesi.

1. Il Brasile non cresce più

Dopo essere diventato la prima economia dell’America Latina, passando dai 644,7 miliardi di dollari del 2000 ai 2.477 miliardi nel 2011, e mantenendo il tasso di crescita medio attorno al 4% tra 2005 e il 2010 (Dati Ispi), il Brasile ha interrotto la sua ascesa fino ad entrare in recessione tecnica nel 2014. Già nel 2012 la crescita del Prodotto interno lorda si è fermata all’1% circa. Le previsioni per il 2014 oscillano tra lo 0,4 e lo 0,8 per cento.

Di fronte a questi numeri Aécio Neves si propone come il Presidente che proverà a dare una svolta all’economia brasiliana. E lo farà puntando su liberalizzazioni, apertura al commercio estero, e riduzione dell’interventismo statale, che ha caratterizzato il mandato della Rousseff. In questo modo Neves raccoglie il consenso non solo del mondo del business e delle professioni, ma anche di quella classe media fino a poco tempo fa schierata con Dilma.

2. La classe media protesta ed esprime da tempo malcontento

L’arresto della crescita brasiliana, infatti, fa paura soprattutto al nuovo ceto medio, quello appena affrancatosi da una povertà superata anche grazie ai programmi sociali del Presidente Lula e Dilma, come Bolsa Familia, o i piani energetici. Se la classe media brasiliana conta all’incira 60 milioni di abitanti (su un totale di 200,4 milioni), i nuovi agiati sono in quella fascia di popolazione progressivamente uscita dalla povertà. Per la Banca Mondiale, nel 2004 la percentuale di popolazione sotto la soglia di povertà era del 22,4%. Nel 2012 è solo del 9 per cento. Tredici punti e mezzo in meno, che corrispondono a 27 milioni circa di persone.

Un Pil vicino allo zero non sembra garantire loro prospettive future sufficientemente rosee e lo spettro della povertà torna ad aleggiare davanti ai loro occhi. Non è un caso che proprio questa fascia sociale sia stata la principale animatrice delle manifestazioni che hanno scosso il Brasile lo scorso anno, quando si chiedevano investimenti pubblici in servizi migliori e gratuiti anziché negli stadi costruiti per la Confederations Cup, o in occasione dei Mondiali di calcio 2014 a San Paolo.

3. Inflazione ancora alta, nemica dei poveri

Uno degli obiettivi che Dilma Rousseff non è riuscita a raggiungere pienamente è il contenimento dell’inflazione. Se l’obiettivo dichiarato dal Governo era una cifra non superiore al 6%, l’inflazione oscilla oggi tra il 6,6 e il 7 per cento (certo occorre ricordare che storicamente l'inflazione in Brasile è stata molto alta, soprattutto alla fine del Novecento. Nel 2004 era al 7,5 %).

Un’inflazione alta sfavorisce soprattutto le fasce più deboli della popolazione - gli elettori cui si rivolge principalmente il Partito dei Lavoratori di Dilma -, disarmate di fronte alla crescita dei prezzi e con potere di acquisto già basso.

Ma è un dato, questo, che potrebbe giocare a favore di Neves anche in un altro senso. Tra le misure adottate da Dilma per tentare di contenere l’inflazione, Il caso più eclatante è quello che ha coinvolto la Petrobras, il colosso brasiliano che si occupa di estrazione e vendita di petrolio. Per evitare un innalzamento del costo della benzina il governo è intervenuto calmierando i prezzi. Ma la misura ha colpito così tanto la Petrobras che i suoi titoli hanno subito una riduzione del valore di borsa di un terzo in soli quattro anni. Mosse come questa non hanno favorito per nulla l’avvicinamento del mondo imprenditoriale alla Rousseff.

4. Marina Silva si è schierata con Neves. Al primo turno ha preso il 21% delle preferenze

La rivale più temuta da Dilma, quella contro cui la Presidenta si è scagliata negli animati dibattiti televisivi precedenti al primo turno elettorale, è uscita dai giochi al primo turno elettorale con il 21% delle preferenze (Neves ne ha presi 34% e Dilma 42%). La settimana successiva al voto, Silva ha scelto di schierarsi con la Social-democrazia di Aécio Neves, rifiutando di supportare l’ex compagna di partito. La candidata socialista (che ha pagato il fatto di non avere avuto un partito solido alle spalle e di essere capitata quasi per caso nella corsa alla Presidenza dopo la morte improvvisa di Eduardo Campos), condivide con Neves l’idea di dare un nuovo indirizzo alla politica economica brasiliana, puntando su liberalizzazioni e maggiori interscambi commerciali con l’estero.

Oltre a una parte del 21% di preferenze raccolte al primo turno, Marina Silva porta con sé una carta fondamentale per Neves, la promessa cioè di non togliere i programmi assistenziali introdotti da Lula e Dilma a favore delle fasce più basse della popolazione. Neves lo ha annunciato, ma avere Marina Silva dalla sua - che pure ne aveva fatto un punto del suo programma - rende tutto più credibile.

5. Dodici anni di governo ininterrotto del Partito dei Lavoratori non aiutano Dilma Rousseff

Presentarsi alle Presidenziali di un Paese guidato per 12 anni consecutivi dal Partito dei Lavoratori costituisce per l’avversario di Dilma un altro vantaggio. Tanto che, dicevamo, «cambiamento» è la parola chiave del suo schieramento, sventolata nuda e cruda, quasi vuota di dettagli e programmi per spiegare cosa e come si vuole davvero mutare. «Il dibattito politico alla vigilia del secondo turno è molto povero di contenuti», racconta il professor Beneduzi. «Molti sono gli attacchi personali tra candidati, ma pochi i punti programmatici offerti agli elettori. Neves punta tutto sull’idea di cambiare, voltare pagina, senza spiegare in che modo, o verso dove». 

In uno scenario simile, sono soprattutto accuse come quella di corruzione a farla da padroni. Sebbene sia il partito di Neves, la social democrazia guidata un tempo da Fernando Henrique Cardoso, che il Partito dei Lavoratori di Inacio Lula e di Dilma siano stati interessati da casi di corruzione, si punta sulla memoria a breve termine dell’elettorato, insistendo «sui fatti più recenti che convolgono chi ha governato negli ultimi anni», i membri del Pt di Dilma, spiega Beneduzi. A tutto vantaggio di Neves.

L'ultimo caso emerso ha ribaltato i risultati dei sondaggi, portando Neves in testa alle preferenze a una settimana dal voto, il 20 ottobre. La Presidenta ha ammesso l’esistenza di fondi neri del colosso petrolifero statale Petrobras. «Non ho mai ostacolato le indagini sui casi di corruzione nella compagnia petrolifera nazionale. Non ho mai fatto pressione per bloccare alcuna indagine che potesse accertare i fatti – si è difesa la Rousseff in un dibattito televisivo – Tu lo hai fatto. Tu hai archiviato 242 indagini che coinvolgevano membri del parlamento o ministri». Neves ha replicato così: «Dobbiamo rendere le nostre imprese più professionali, sottrarle al controllo della politica. Perché tutta questa corruzione è una conseguenza del modo in cui sono nominati i dirigenti. Sono scelti tra le fila del partito della presidente o della presidenza». Neves ha proposto ancora una volta un «cambiamento».

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