27 Ottobre Ott 2014 1445 27 ottobre 2014

“Non c’è libertà in Thailandia, ma nessuno lo dice”

“Non c’è libertà in Thailandia, ma nessuno lo dice”

Manifestazionethai

Se c'è ancora una voce fuori dal coro in Thailandia è quella di Juanya Lek Yimprasert, donna che da quarant'anni denuncia il regime del Paese noto soprattutto per il turismo e il mare verde acqua: sono quasi 16 milioni i turisti che ogni anno sbarcano sulle coste thailandesi. Ma in pochi si accorgono di quello che realmente accade non lontano dalle località turistiche di Pattaya o Ko Samui. Per questo motivo negli ultimi vent'anni Juanya ha girato mezzo mondo per raccontare il lato oscuro della Thailandia, quello delle fabbriche delle grandi multinazionali europee e statunitensi dove esiste ancora oggi il traffico di manodopera. E ancora adesso continua viaggiare - sono più di cinquanta gli stati dove è stata come attivista - per denunciare il regime dei militari di Bangkok, che hanno compiuto l'ultimo colpo di stato lo scorso 22 maggio. La scorsa settimana era a Milano per protestare contro il vertice Europa-Asia l'Asem dove il nostro presidente del Consiglio Matteo Renzi ha accolto i capi di Stato provenienti in particolar modo dal Sud Est Asiatico. Presente il Primo ministro thailandese dal Prayuth Chan-ocha, il più alto rappresentante di una giunta militare che ha a poco a poco soppresso qualunque manifestazione ostile, negando l’esercizio dei diritti civili, dichiarando illegali assembramenti da più di cinque persone, e costringendo i dissidenti al carcere o all’esilio e applicando -salvo rare eccezioni- la legge marziale.

La situazione generale sembra descrivere un Paese pacificato: il governo militare, si dice, gode del consenso della popolazione, stanca di proteste e disordini. È così davvero?
Al momento in Thailandia non è possibile negare apertamente il proprio consenso alla Giunta. Anche in pubblico, davanti a tutti, i rappresentanti del governo non hanno mai nascosto il loro disappunto nei confronti di ogni domanda "sgradita" da parte della stampa. Hanno ribadito più volte che le critiche non sono apprezzate. Del resto, la Giunta militare ha arrestato studenti, attivisti, accademici. Sia nei villaggi che nelle città. Oltre 500 casi sono stati documentati, per non parlare di quelli che non conosciamo perché appunto non sono stati documentati. A quanto mi risulta, ci sono almeno 200 thailandesi che hanno fatto richiesta di asilo in dieci Paesi: è un fenomeno nuovo, almeno stando a quanto dicono i ricercatori sul tema. E merita una certa attenzione.
 

Si riportano notizie, soprattutto su Amnesty International, di sparizioni sospette e torture nei confronti di attivisti contrari al colpo di stato. Alcuni temono anche l’istituzione di tribunali militari. Sono timori fondati?
Fondati e reali. Lo si dice anche su questo sito, Prachtai, uno dei media più affidabili e indipendenti del Paese. Si può vedere qui quanto siano diffusi i casi di repressione contro il popolo: soprattutto nei riguardi di attivisti e studenti. In questi siti i report abbondano: la Giunta si scaglia contro studenti del liceo che si oppongono alle dodici “regole morali” thailandesi introdotte dal governo militare. Oppure la procedura contro gli attivisti del Wolf Bride Theatre, accusati di lesa maestà. Oppure ancora, le molestie della polizia nei confronti di gruppi attivisti per la riforma del settore energetico, in un tentativo di bloccare le manifestazioni in piazza.
 

Il nuovo governo si è posto un termine di un anno. Ma non è sicuro: non è possibile, invece, che la “road map” per la democrazia stabilita dai generali intenda al contrario bloccare la democrazia elettorale, riconfigurare la società thailandese e stabilire un governo di lungo periodo costituito da persone di alta “moralità”, e non scelte attraverso le urne?
È quello che molte persone, anche thailandesi, hanno pensato. Sappiamo che l’abilità dell’esercito di portare a compimento un colpo di stato, l’undicesimo nell’era di re Bhumibol, l’attuale sovrano, è dovuto in larga parte al fatto che i generali sono bene accolti a palazzo, e fanno parte del giro ristretto del re. Sono consapevoli del fatto che, con un’eventuale fine di re Bhumibol, anche la loro legittimità di “esercito del re” sarebbe messa in discussione. Anzi: ci sarebbe una forte opposizione. Non potrebbero, di conseguenza, condurre un altro colpo di stato “in nome del re”. Per ovviare al problema si sono premuniti e hanno cercato di saldare il loro potere, nominando generali dell’esercito in tutte le posizioni più delicate, quelle dove si possono prendere le decisioni che contano: nel Parlamento della Giunta e in tutte le posizioni ministeriali. Non hanno nessuna intenzione di riportare la democrazia in Thailandia. E la cosa non avverrà di sicuro, a meno che non si manifesti una forte pressione da parte della comunità internazionale, o una grande protesta interna al Paese. Per i militari thailandesi “la democrazia è uguale all’esercito”. O meglio, “l’esercito è la democrazia”.

Alcuni pensano che tra gli strumenti utilizzati dalla Giunta ci sarà la carta populista, tanto cara a Thaksin Shinawatra. Ci sarà un ritorno del personaggio, o di qualche membro della famiglia, sulla scena politica?
Non credo. L’odio verso la famiglia Shinawatra coltivato nelle élite e i militari è molto profondo. La cosa è evidente, emerge dalla grande quantità di energia, denaro e risorse che il Palazzo e le élite hanno impiegato fin dal 2005 per sostenere i gruppi monarchici contro Thaksin e Yingluck Shinawatra. Emerge anche dagli endorsement espliciti in cui si sono lanciati i membri della famiglia reale, e dalla quantità di propaganda utilizzata per mobilitare e indottrinare il popolo thailandese (e in particolare gli abitanti di Bangkok) contro la famiglia Shinawatra. “Liberarsi di Thaksin dalla scena politica, a ogni costo, con ogni mezzo” era la consegna. Alla luce di queste dinamiche, è molto difficile che l’esercito tenterà un’alleanza con i Shinawatra. Coltivano, a mio parere, una profonda invidia nei confronti della sua popolarità nella popolazione rurale, un ceto dove sanno di essere sempre meno rilevanti. E se ne vergognano.

Tra le ipotesi, c’è anche quella di una repressione da parte del governo contro le minoranze islamiche del sud del Paese, teatro di una rivolta etnica di lungo periodo. Come gestiranno la situazione?
La soppressione violenta della popolazione del sud, basata sul pretesto di combattere i “fondamentalisti e separatisti musulmani” non è un fenomeno recente. Si è riattivata proprio in seguito all’incoronazione di re Bhumibol, con l’uccisione di centinaia di persone e la distruzione di un intero villaggio, quello di Dusun Nyor, nel 1948. Il grande numero di musulmani nel sud della Thailandia è stato usato come uno strumento politico per giustificare la presenza dell’esercito militare reale. Purtroppo, senza che si sia registrato nessun tentativo da parte dei vari governi di Bangkok di instaurare un dialogo con i musulmani del sud. La serie di ingiustizie perpetrate e la soppressione violenta verso il sud hanno provocato una reazione rabbiosa da parte della popolazione. Esiste, senza dubbio, un desiderio reale di separarsi dalla Thailandia. Al tempo stesso, anche un desiderio di fermare il conflitto. Come sempre, per portare la pace, il governo thailnadese e l’esercito dovrebbero modificare approccio e strategia. Più dialogo, con l’inclusione di tutte le parti in causa, e l’abbandono della zona da parte dell’esercito. Sarebbe molto semplice, come soluzione. Ma non gode di alcun interesse nell’esercito thailandese. Anche perché gran parte della sua esistenza, come già detto, deriva dal budget stabilito proprio per il controllo della regione del sud.

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