4 Novembre Nov 2014 1815 04 novembre 2014

Dramma carceri: le colpe di politica e magistratura

Dramma carceri: le colpe di politica e magistratura

Carcere Mohammedabed 1

Mentre infiamma la polemica per la sentenza d’appello sulla morte di Stefano Cucchi, mentre istituzioni come il Consiglio Superiore della Magistratura o la Consulta restano bloccate dall’inattività della politica, mentre, soprattutto, il dibattito sulla riforma della giustizia langue a palazzo Chigi, il Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) resta ancora senza una guida. «Non credo ci sia mai stato un vuoto così lungo di potere - spiega Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, nata per garantire i diritti e le garanzie del sistema penale in Italia -, da sei mesi, dalla fine di maggio manca il capo del dipartimento. Per risolvere o almeno ridurre il sovraffolamento delle carceri abbiamo tempo fino al maggio del 2015, ma l’Europa ci osserva e in questo momento servirebbe qualcuna che dia una guida agli agenti di polizia penitenziaria: è tempo di muoversi, è tempo di riforme. Non vorrei che fossero ancora una volta le correnti della magistratura a imporre il nuovo capo. Il Dap di fatto amministra 150mila persone, tra agenti e carcerati ». E poi una postilla. Dice Gonnella: «Noi siamo disponibili a discutere con tutti, di certo non con i sindacati di polizia che hanno querelato Ilaria Cucchi». Sì perché anche la sentenza sul ragazzo morto in carcere nel 2009 continua a gettare benzina sul fuoco.

La situazione di vuoto di potere del Dap è solo l’ultimo tassello di uno scontro di poteri interno alla politica e alla magistratura italiana che sembra non avere fine. Del resto dopo un’estate di fibrillazione al Csm, con la battaglia delle correnti per le nomine nelle procure e lo scontro all’interno del palazzo di giustizia di Milano, lo stallo nell’amministrazione giudiaziaria rischia di ricadere anche sulla sempre più complessa situazione delle carceri italiane, già evidenziata dall'Europa a più riprese. È solo un particolare che rischia però di pregiudicare l’Italia agli occhi dell’Ue, dopo la sentenza Torregiani che potrebbe costare all’Italia fino a 100 milioni di euro. (qui tutti i dati al 31 ottobre del 2014) E la politica al momento rimane in silenzio. «Il dibattito è solo sui retroscena dei giornali - continua Gonnella - mentre noi vorremmo che le cose venissero messe in chiaro». Qualche spunto lo ha dato Nicola Gratteri su Micromega (“Programma di un quasi ministro” ndr), magistrato a Reggio Calabria, membro della Commissione, incaricata da Matteo Renzi per riscrivere norme, procedure e regolamenti per i l'organizzazione e la creazione di nuovi strumenti per il contrasto alla criminalità organizzata.

«Lì c’è qualche spunto» spiega il presidente di Antigone «ma uno, quello del lavoro in carcere, non l’ho condiviso». L’idea di Gratteri è questa: ergoterapia carceraria. Ovvvero il lavoro come terapia e quindi non retribuito. «Qualcosa che non è accettabile» continua Gonnella «il lavoro è un diritto e se non è retribuito mina la dignità delle persone». Ma anche Gratteri non sembra muoversi con facilità. Di novità ce ne sono sempre di meno, a un anno di distanza dal discorso del presidente della Repubblica Giorgio Napoliano sulla necessità di un'amnistia. Secondo i dati forniti dal Dap all'inizio del 2014 «il tasso di sovraffollamento carcerario era pari al 128.8%. Che significa che a gennaio 2014 erano mediamente detenuti nelle carceri italiane 129 persone per ogni 100 posti disponibili; mentre, dall'inizio del 2013 ad oggi, la media è stata leggermente più elevata e pari a circa 140 detenuti presenti ogni 100 posti disponibili.  A livello europeo, dove nel 2011 la media era di 99,5 detenuti per 100 posti, l'Italia risultava terz'ultima su 47 paesi nella graduatoria sul sovraffollamento, preceduta solo dalla Serbia (157 detenuti per 100 posti) e dalla Grecia (151 detenuti per 100 posti)». 

Al momento il "provvedimento svuota carceri", i dati non sono ancora definitivi, dovrebbe aver ridotto di 10mila unità i detenuti. Andrea Orlando, ministro di Grazia e Giustizia, ha spiegato che i detenuti sono diminuiti «da 70mila a 54mila», ma sono numeri che devono ancora essere ufficializzati. «La Corte di Strasburgo» ha detto Orlando «che ci aveva messo sotto accusa ha dichiarato che i provvedimenti assunti dall’Italia sono provvedimenti che hanno affrontato l’emergenza. Questo non significa che abbiamo ancora un carcere all’altezza della situazione. Dobbiamo rivedere la disciplina penitenziaria spingere sulle pene alternative al carcere, puntare sulle pene in carcere, fare in modo che il modello di reclusione non sia passivo come quello attuale. Ma non basta». Il sovraffolamento carceri non parla più nessuno è tornato d'attualità solo dopo la sentenza Cucchi. Prima non sembrava una priorità.

A parte i Radicali che lo hanno trattato durante l'ultimo congresso a Chianciano, dopo la denuncia presentata da Marco Pannella e Rita Bernardini lo scorso 2 ottobre 2014 alla Corte dei Diritti dell'Uomo, per le «reiterate violazioni dell'Italia dovute al grave problema del sovraffollamento carcerario e alle conseguenze che devono sopportare i detenuti». È una lista lunghissima di problemi -dalle pessime condizioni di reclusione che devono scontare, ai fenomeni di abbandono terapeutico fino all'inattività a cui sono costretti - che non riguarda solo i detenuti ma anche le guardie penintenziarie, dove solo l'anno scorso si sono registrati ben sette suicidi. Nel frattempo laCommissione giustizia in Senato resta in attesa di dati definitivi. Orlando dovrebbe comunicarla a breve, forse la prossima settimana. . I Radicali hanno puntato il dito sull'importanza dell'intervento di Papa Francesco risalente allo scorso 23 ottobre, quando ha paragonato l'isolamento vissuto all'interno delle carceri ad una forma di tortura.

Gonnella lo ha detto a più riprese: «L’amministrazione penitenziaria deve governare 54 mila detenuti, 35 mila persone in misure alternative, 45 mila poliziotti e altre figure professionali. Viaggiamo intorno alle 150 mila persone. È anomalo che non ci sia un capo. Poi ci sono altri grandi problemi da risolvere. C’è troppa gente in abbandono terapeutico, troppi suicidi. Siamo stati multati nel 2013 perché avevamo celle fatiscenti, maleodoranti e i detenuti venivano trattati come bestie. Adesso, il tempo che l’Ue ci ha dato deve servire a progettare un sistema che non ricada negli errori del passato. Vorremmo una sorta di regia trasparente che faccia funzionare le cose in maniera migliore».

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