14 Novembre Nov 2014 1330 14 novembre 2014

Danimarca, il posto ideale dove crescere i nostri figli

Danimarca, il posto ideale dove crescere i nostri figli

Danim

«All’asilo di mia figlia, facevano un falò ogni venerdì. Stavano fuori tutto il giorno. E mangiavano e cantavano intorno al fuoco. I maestri suonavano la chitarra. Anche sotto zero». Francesca ha 42 anni e da 2 vive a Copenaghen. Nella capitale danese si è trasferita con il marito per crescere le sue due bambine, Maria, che oggi ha dieci anni, e Stella, di sette.

Dall’Italia è scappata quando non bastava più spegnere la televisione per essere travolti da una cultura che rifiutava: «Io e mio marito, danese, non volevamo che le nostre bambine vedessero in continuazione donne seminude accanto a uomini forse più stupidi di loro ma con potere di parola», racconta. «Abbiamo tolto la tv ma non è bastato». E allora Francesca ha trascinato tutti in Danimarca, una delle nazioni in cima alle classifiche che misurano la felicità dei bambini (come in questo rapporto Unicef).

«Le mie figlie amano stare qui, perché vanno a scuola in bicicletta passando attraverso il bosco. Cinque minuti e sei arrivato, anche se abiti in centro. In classe la mattina - qui in inverno resta buio fino alle 8.30 - accendono le candele, spengono la luce e nelle aule i più piccoli cantano». A Roma la figlia maggiore di Francesca passava anche otto ore seduta in classe o a casa a fare i compiti. A Copenaghen trascorrere del tempo scolastico all’aria aperta è quasi un obbligo, «anche con la pioggia o la neve».

Ma questa, forse, non è nemmeno la parte migliore della storia. Dovremmo piuttosto iniziare dicendo che crescere un figlio in Danimarca è più equo, più economico, forse anche più soddisfacente che in Italia, visto che il sistema educativo punta a rendere autonomi il prima possibile i più piccoli.

Più equo. I papà fanno i papà

«Se tu fossi qui vedresti tantissimi papà con carrozzine per la strada, li vedresti cucinare, fare la spesa. Anzi, a dire la verità mio marito fa più di me, nonostante lui abbia un lavoro a tempo pieno e io no», racconta Francesca. 

Se fossimo a Copenaghen una mattina come tante vedremmo passare per strada in compagnia di una bimba anche Francesco, 33 anni, una laurea in Scienze Politiche, qualche anno di lavoro per Slow Food e poi la decisione di partire. «Se siamo qui, io e mia moglie, è grazie alla piccola Eva». Francesco ha fatto l’Erasmus a Copenaghen nel 2007. E già allora era rimasto colpito dalla quantità di giovani papà che riempivano i parchi in compagnia dei figli. «A quell’età te li aspetti all’università o al lavoro», dice. «E invece qui i ragazzi condividono la maternità con le mogli. La legge prevede fino a un anno di congedo, con lo stipendio pagato al 100 per cento. Ma la maternità può essere divisa tra madri e padri, sei mesi a testa oppure tre e nove mesi. E i ragazzi danesi lo fanno quasi tutti. «Prima di partire io e mia moglie abbiamo selezionato due o tre destinazioni, poi ha vinto quella che offriva l’ambiente più family friendly».

I bimbi danesi imparano la divisione dei compiti fin dalla scuola elementare. «Cucinare, ad esempio, fa parte del programma di studi, e viene insegnato sia ai bambini che alle bambine», racconta Francesca.

Più economico. Costa tutto più caro ma a fine mese hai più soldi in tasca

Prima ancora che Eva, due anni, avesse i documenti di residenza, l’asilo che si trova a 250 metri dalla sua casa di Copenaghen l’aveva già messa in lista di attesa. E dopo due mesi la piccola ha iniziato a frequentarlo. Francesco, il padre, guadagna 24mila corone al mese (3200 euro lordi, cui va tolto il 35% circa di tasse) lavorando da artigiano in una ditta che tosta, vende e distribuisce caffè. È un lavoro simile a quello che faceva in Italia per Slow Food, con la differenza che in Danimarca, dopo un anno e mezzo gli hanno già offerto di acquisire il 35% della quota della società per cui lavora. «Le cose si stanno mettendo bene», dice contento. Francesco lavora dalle 8 di mattina alle 4 del pomeriggio e ogni giorno ha tre ore abbondanti di tempo da trascorrere in famiglia. In Italia Eva poteva stare con il padre solo il week-end, perché la sera Francesco rientrava alle 8 e lei già dormiva.

Raffaella (il nome è di fantasia), 37 anni, vive a Copenaghen da due, quando ha deciso di raggiungere il marito trasferitosi per lavoro. È qui che ha partorito la sua prima figlia. «Difficile vedere persone lavorare in ufficio dopo le 17.30», racconta. «Io - lavoro per una agenzia internazionale - riesco ad uscire dall’ uffico verso le 15/15.30 cosi posso prendere la bimba all’asilo per le 15.45. Se necessario lavoro da casa nel tardo pomeriggio. Con questi orari riesco a stare con la piccola l’intero pomeriggio». Tutto il sistema danese ruota intorno al concetto di famiglia, intesa come madre, padre e bambini, racconta ancora Raffaella. «Il lavoro, la scuola, il tempo libero e le infrastrutture sono pensate per aiutare gli adulti a crescere i propri piccoli senza stress. Ovviamente i piccoli disagi esistono anche qui...ma quello che il sistema fa è limitarne i danni!».

Il costo della vita in Danimarca è più alto che in Italia, «una volta e mezza circa» ma «a fine mese ti ritrovi più soldi in tasca», spiega Francesco. L’asilo di Eva costa 1000 corone al mese, 130 euro circa. È una struttura pubblica e la rata viene calcolata in base al reddito dei genitori. Ma a Copenaghen l’autobus è gratuito fino ai 14 anni. E i minorenni non pagano l’ingresso ai musei e molte attività organizzate per il tempo libero. Ogni mamma riceve un sussidio pubblico per ciascun figlio minore di 18 anni che vive nella sua stessa casa (qui i dettagli). Francesca, la mamma di 42 anni di cui abbiamo parlato poco fa, riceve 500 euro ogni tre mesi, che usa per pagare il doposcuola delle sue due bimbe. «Ma nulla mi vieterebbe di usare quei soldi anche per lo shopping», spiega. «Ogni mamma è libera di spenderli come crede». La scuola offre alcuni servizi gratuiti, «il dentista, ad esempio, non si paga fino ai 18 anni», racconta.

Il corso di danese che Francesco frequenta a Copenaghen è completamente gratuito. Dura tre anni e punta a dare una conoscenza soddisfacente della lingua locale. «Ho trovato un accordo con i miei datori di lavoro. Posso frequentare il corso due mattine a settimana su tre previste, tre ore ogni volta. Il giorno in cui ho scuola, esco un po’ più tardi dalla ditta. Ma a loro va bene che dedichi tempo alla lingua, perché sanno che se imparo il danese ho più chance di restare qui a lungo. Sono lungimiranti».

Più soddisfacente. L’autonomia insegnata ai piccoli

Qualche anno fa una giornalista del Guardian, Lucy McDonald, aveva fatto questo esperimento: per una settimana si era trasferita con l’intera famiglia a Copenaghen, nella casa di Nina Kragh, reporter della rivista danese Politiken, che a sua volta aveva lasciato la Danimarca per vivere una settimana a Londra, nella villetta a due piani di Lucy. L’obiettivo era testare il sistema educativo danese. Appena arrivata a Copenaghen, Lucy era rimasta colpita dalla quantità di bambini che giocavano senza controllo nelle strade. Alzando gli occhi, aveva notato fuori dalle abitazioni alcune carrozzine coperte da teli bianchi e, stupita, aveva scoperto che lì dentro dormivano - indisturbati e senza mamme in vista - i neonati (qui il suo racconto).

In Danimarca i bambini crescono in fretta. L’autonomia è l’obiettivo principale dell’insegnamento scolastico. «A sette anni gli alunni prendono l’autobus da soli», spiega Francesca. La scuola è affare dei bambini – racconta - e gli insegnanti non si aspettano che i genitori controllino il diario dei figli. «I compiti sono molto pochi rispetto a quelli assegnati in Italia, a volte proprio non ne hanno. Sono sempre spalmati su più giorni. Maria ad esempio ha tre-quattro pagine di esercizi di matematica a settimana che deve consegnare compilate sette giorni dopo. Ma sta a lei decidere quando farlo», racconta Francesca. «E se i compiti non vengono svolti non succede nulla», dice questa mamma che fa ancora un po’ fatica ad accettare tutta questa libertà. «Qui non vogliono mai costringere i bambini, spiega, e tutto mi sembra un po’ all’acqua di rose. Cercavo un’attività sportiva per le bambine e l’unica che fosse per più di una volta a settimana è un corso di capoeira organizzato da brasiliani. Il nuoto, ad esempio, è solo mezzora a settimana. Nemmeno il tempo di entrare in acqua e già i bimbi devono uscire. Maria ha imparato a nuotare benissimo e in poco tempo. Solo che a volte mi sembra che ci sia poco rispetto per le potenzialità del bambino e di quel che potrebbe riuscire a fare», dice.

«Della cultura danese nel crescere i bambini mi piace moltissimo il fatto che si insegni al bambino ad essere “indipendente”  e “libero”», racconta Raffaella. «Il concetto della mamma chioccia non esiste, nel bene e nel male». Ai bambini di 18 mesi all’asilo viene insegnato a vestirsi e svestirsi da soli, dall’intimo alle scarpe. Imparano a mangiare da soli, apparecchiare, sparecchiare. A sedersi a tavola senza seggiolone. «Forse a volte è anche un eccesso di indipendenza, spiega Raffaella, non è che non mi piaccia, ma devo ancora abituarmi all'idea che bambini di sette anni prendano la metro da soli e i neonati vengano lasciati a dormire soli fuori dalle case o dai negozi. Ho la sensazoine che si viva sottovalutando un po’ i pericoli».

Sembra impossibile, ma se provi a chiedere a questi genitori italiani il lato negativo del crescere un figlio in Danimarca, l’elenco, rispetto a quello dei lati positivi, si accorcia immediatamante. C’è la difficoltà di fare i conti con l’eccesso di indipendenza dei bambini, come spiegano qui sopra Francesca e Raffaella. Francesco dice che un po’ gli spiace che la scuola elementare non abbia una mensa e i piccoli siano costretti a portarsi il pranzo da casa nel tupperware. Ma poi basta. Tutto qui. Non è un problema nemmeno il fatto che alle cinque di sera sia già buio.

Quando i bambini figli di stranieri iniziano la scuola, in Danimarca, vengono inseriti in classi speciali, formate solo da non danesi. Gli insegnanti in questo modo si concentrano sull’insegnamento della lingua, e quando gli alunni sono pronti, possono unirsi agli altri nelle classi regolari. «Maria, figlia di un papà danese, è rimasta nella classe speciale solo un mese. Gli altri restano per un anno», chiude Francesca. Da noi un esperimento simile fatto qualche anno fa in una scuola del nord venne ribattezzato «classe ghetto», in Danimarca è la norma e non fa scalpore, nemmeno tra gli expat italiani. 

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Per saperne di più

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