18 Novembre Nov 2014 1745 18 novembre 2014

Moda, la produzione torna solo per i big del lusso

Moda, la produzione torna solo per i big del lusso

169710082

Back to Italy: facile dirlo, e metterlo in pratica, per le aziende del lusso stratosferico. Molto più difficile se si parla di medie imprese. Questione di rapporto tra costi e benefici e di un’assenza pressoché totale di politiche che favoriscano il rientro delle produzioni, come quelle messe in piedi negli Stati Uniti e nel Regno Unito. 

A fotografare questa distanza è stato il rapporto “Back to Italy”, curato dalla società di consulenza nel settore moda Pambianco e presentato nel convegno annuale, da quest’edizione con il supporto di Deutsche Bank. «Negli ultimi sei anni circa 90 aziende italiane hanno riportato la produzione in Italia», ha messo in evidenza Flavio Valeri, chief country officer della banca tedesca in Italia. I dati vanno però distinti a seconda degli ambiti: «Se si parla di lusso e di grandi gruppi noti a livello mondiale, senz’altro è in atto un ritorno della produzione in Italia - spiega David Pambianco, vicepresidente di Pambianco Strategie d’Impresa e direttore della rivista Pambianconews -. Più correttamente bisognerebbe parlare di un mix tra il “backshoring”, cioè il rientro della produzione prima delocalizzata, e di aumento della produzione da parte di aziende che erano già presenti». 

I casi presentati riguardano le grandi griffe. Nell’aprile scorso Prada ha annunciato duemila nuove assunzioni in un anno e quattro nuovi stabilimenti, mentre Tod’s l’apertura di uno stabilimento. A Maggio Ermenegildo Zegna ha promesso 107 milioni di investimenti nel 2014 e una comunicazione in questo senso è arrivata anche da Salvatore Ferragamo. In autunno annunci di espansione sono arrivati dai marchi Bottega Veneta, Marcolin e Stefano Ricci. 

La fase di incremento delle produzioni di lusso in Italia riguarda anche le aziende straniere di moda e pelletteria. Lo studio di Pambianco ha analizzato un campione di 12 aziende produttive in Italia acquistate da stranieri, trovando che il loro fatturato è cresciuto del 134% negli ultimi sette anni. 

Fonte: Pambianco Strategie d’Impresa

Se invece parliamo di medie imprese, la tendenza è molto diversa. Tra le 45 aziende sentite tramite questionario, la produzione in Italia era pari al 52% tre anni fa ed è salita solo di un punto oggi, al 53 per cento. Rispetto a tre anni fa non ci sono stati grandi cambiamenti, né per i marchi di fascia alta né per quelli di fascia medio-bassa. Ma la differenza rimane notevole, perché per i primi la produzione italiana vale l’83 per cento del totale, mentre per i secondi solo il 34 per cento. 

Fonte: Pambianco Strategie d’Impresa

«Come ha detto Diego Della Valle durante il convegno, quale imprenditore non riporterebbe la produzione in Italia, dove potrebbe seguire i processi molto più da vicino? - commenta David Pambianco -. Ma gli ostacoli sono superiori e riguardano i costi di produzione, soprattutto quelli che riguardano lavoro ed energia». 

Fonte: Pambianco Strategie d’Impresa. Per guardare il grafico ingrandito guardare qui

Bisogna quindi che il gioco valga la candela. Per i big del lusso «il motivo del backshoring è che il consumatore internazionale, soprattutto asiatico, vuole la vera qualità e il Made in Italy dà un vero vantaggio competitivo», spiega Pambianco. Più il livello del lusso cresce, più aumenta l’esigenza di controllo sulla qualità da parte dei clienti. Il ritorno a casa per il lusso è legato alla crescita del mercato di alta fascia del 30% negli ultimi cinque anni e la crescita è stimata nell’ordine del 17% nei prossimi anni. 

Al di là del “fattore Made in Italy”, a far tornare in patria le aziende c’è stata una molla decisiva: l’aumento dei costi in Cina e nei Paesi di produzione a basso costo. «In Cina il governo sta incentivando il consumo interno e questo si realizza lasciando che i salari aumentino», spiega Pambianco. Altri fattori sono le esigenze sempre più strette che gli industriali avvertono in termini di “time to market” e flessibilità produttiva. Ci sono poi la volontà di innalzamento del posizionamento da parte dei brand di fascia media italiani e internazionali e l’aumento sensibilità consumatori su temi sociali ed ecologici. Di questo punto, tuttavia, Pambianco invita a non sopravvalutare il peso. «La sensibilità del consumatore ha una certa influenza, ma non è che le aziende tornano indietro per questo motivo. Vogliono soprattutto evitare degli scivoloni e, quando questi capitano, aumentano i controlli nelle fabbriche delocalizzate». Quanto al caso recente di Moncler (finita al centro di polemiche dopo un servizio di Report sulle modalità di spennamento delle oche), per Pambianco «nel breve periodo ci sarà qualche effetto, ma nel lungo periodo i consumatori torneranno a dare peso ad altri fattori, dalla qualità al valore del brand». 

I costi ancora troppo alti della produzione in Italia sono tali che, soprattutto per le medie imprese, è diffuso il fenomeno del “nearshoring”: «Dalla Cina una produzione si potrà spostare in Serbia o in un altro Paese dell’Est, dove è possibile avere una flessibilità molto maggiore» rispetto a un Paese distante come la Cina. 

Italia: il peso della moda

Una visione simile, sulle motivazioni che hanno spinto le aziende a tornare in Italia, arriva da Luciano Fratocchi, professore di Ingegneria economico-gestionale all’università dell’Aquila e coordinatore dell’“Uni-CLUB MoRe Back-reshoring Research Group”, un gruppo di ricerca tra cinque atenei dedicato proprio al ritorno delle produzioni industriali. «Se restringiamo l’analisi alla sola Italia, sicuramente la motivazione più importante è il fattore “Made in...”, soprattutto nella moda - commenta a Linkiesta -. In altri settori ha contribuito la riduzione tra i costi di produzione in Italia e nei Paesi stranieri, ma più per quanto riguarda le fabbriche in Romania e nell’Est Europa che in Cina». 

Come emerge da un recente studio sul tema del gruppo di ricerca, in effetti il peso dell’Europa dell’Est è molto maggiore in Italia.  

Una differenza c’è anche nei settori delle aziende che tornano, con un peso della moda che nel nostro Paese è preponderante. 

Il trend, secondo lo studio dell’“Uni-CLUB MoRe Back-reshoring Research Group”, è decisamente in crescita sia a livello mondiale sia in Italia, con una lieve flessione nel 2014, che tuttavia non è ancora finito.

Restingendo l’analisi al solo settore dei calzaturifici, è emerso che la scelta di delocalizzazione (parziale o totale) ha riguardato principalmente le fasce di posizionamento meno elevate, anche se è considerevole la presenza nella linea “fine”. A delocalizzare sono inoltre principalmente dalle imprese con minori percentuali di esportazione. 

La scelta delocalizzativa (parziale o integrale) è generalmente stata implementata negli anni ’90, mentre appare marginale la spinta della

crisi economica globale. 

Nessun programma pubblico per il reshoring

Se le imprese ritornano, la mano del pubblico, se c’è, non si vede. Non c’è traccia delle politiche a favore del ritorno a casa delle industrie messe in atto negli Usa dall’amministrazione Obama a partire dal 2012, fatte di incentivi sull’energia, interventi dei singoli Stati, fino ai “manifacturing day” che servono a valorizzare e legittimare pubblicamente i casi di rientro. «Ci sono incentivi che valgono per tutte le aziende, come la riduzione della componente lavoro dell’Irap nella legge di Stabilità - commenta Fratocchi -. Essendo per tutte le imprese, non la considererei specifica per il reshoring, anche se potrà aiutare». Una mano potrà arrivare dall’Ue e dall’attesa nuova legislazione in tema di certificazione di origine delle produzioni. «Il Parlamento europeo ha votato a stragrande maggioranza la nuova normativa sul “Made in”, nonostante i Paesi nordici siano notoriamente restii a questi interventi - spiega Fratocchi -. Ma l’ultimo step è rappresentato dall’approvazione della Commissione. È uno degli obiettivi che il semestre italiano di presidenza dell’Ue si è dato. So che il tema è oggetto di dibattito in questi giorni». 

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook