22 Novembre Nov 2014 1130 22 novembre 2014

Alan Pauls: storia di un’ossessione

Alan Pauls: storia di un’ossessione

Alan Pauls

Io faccio le domande in italiano, lui mi risponde in spagnolo. Non spagnolo spagnolo, quella lingua dolce ed eternamente giovane che è l’argentino: con le “ll” pronunciate strane, le vocali srotolate in avanti in tante piccole onde e il costante stupore che include ogni frase. Siamo appollaiati in cima a una specie di scalinata di legno, a metà tra le gradinate di un anfiteatro e le panche di una casa di campagna, in una libreria di Firenze che a vederla da fuori sembra piccolissima, ma dentro si apre come una valle segreta. Me ne ricorda un’altra, a Brooklyn, ma con in più una familiarità che è piuttosto difficile trovare fuori dal centro Italia. Non proprio quella dei libri e nemmeno quella del vino, la familiarità di chi è contento di fare quello che fa. Beviamo espresso e parliamo. Io sono io, lui è Alan Pauls.

Pauls ha scritto i suo primo romanzo a ventun anni, si chiamava El pudor del pornógrafo. «Quando è stato ristampato, in occasione del trentennale della prima edizione ho scritto una prefazione e ho dovuto rileggerlo. Ero terrorizzato perché non sapevo cosa avrei trovato. In trent’anni cambiano un sacco di cose e avevo paura di essere in imbarazzo con me stesso, di non riconoscermi più in quello che avevo scritto». La scrittura è ossessione, siamo a questo punto del discorso. «Gli scrittori migliori sono ossessionati dall’argomento dei loro libri. Per tutta la vita hanno scritto di una sola cosa, fino a rivoltarla completamente, fino a perdercisi dentro». L’ossessione di Pauls è probabilmente la lingua stessa. «Alla fine l’ho riletto, il Pornógrafo, e ci ho trovato tante cose che ora non avrei scritto allo stesso modo, che magari avrei voluto cambiare. Perché sono maturato, perché la mia percezione della realtà è cambiata. Ma quello che c’è in quel libro e di cui mi sono reso conto anche adesso a distanza di così tanto tempo è una passione sfrenata per la scrittura. Uno studio appassionato. Allora ero convinto che non avrei potuto fare nient’altro nella vita e così è stato, quella convinzione è rimasta e non cambierà mai». È qualcosa che trapela da ogni suo gesto. Prima di ogni frase abbassa lo sguardo, si concentra per qualche secondo e poi inizia con la risposta. E quello che ne esce è un discorso completo, l’insieme di tutto ciò che lui ha da dire sul tema, senza ombra di dubbio.

Pensare alla carriera di Pauls è come tracciare uno schema evolutivo in cui argomenti tra loro paralleli ma distanti convergono verso il ramo centrale, che è inequivocabilmente la scrittura. «Ho cominciato a scrivere racconti a dodici o tredici anni e da allora scrivere ha cominciato a diventare una cosa seria, per me. Quando ho pubblicato il mio primo libro sapevo già che non mi sarebbe interessato nient’altro. La mia vita doveva passare per la scrittura». È una specie di vocazione coltivata, un forzare il destino e piegare l’universo perché tutto rotoli in direzione del centro. Ci sono i romanzi, Il passato (Feltrinelli, 2007, tradotto da Tiziana Gibilisco) con cui nel 2003 ha vinto il premio Herralde , e la trilogia delle storie: Storia del pianto (Fazi, 2009), Storia del capelli e Storia del denaro (questi ultimi pubblicati in Italia da SUR e tradotti da Maria Nicola), poi gli adattamenti cinematografici e il tentativo di sceneggiare. «Devo avere scritto dieci o dodici sceneggiature. Però non ha mai funzionato bene, sono sempre stato uno scrittore che per qualche ragione scriveva film. Mai un vero sceneggiatore. Nelle mie sceneggiature c’era troppo di scritto, somigliavano troppo alla letteratura, e poi mi costava moltissimo rimettere mano ai lavori dopo che andavano erano passati per i registi. Sapere che tutto quello che scrivevo era condannato a sparire o a essere modificato era inaccettabile». Il “fantasma delle modifiche”, chiama quella sensazione che aleggia nel film una volta sullo schermo, quando è diventato qualcosa d’altro rispetto alla sceneggiatura. Però il cinema è rimasto lì, da qualche parte: «Quando scrivo non guardo film, intesi come insiemi di personaggi e situazioni, però cerco di riprodurre le inquadrature. I movimenti di macchina. C’è qualcosa nel modo di costruire una frase che ha una relazione fortissima con un piano sequenza. Il mio rapporto con il cinema è formale, di linguaggio, non audio-visivo. Condividiamo l’idea di continuità artificiale che lega le scene, il montaggio, il tempo, la musicalità».

«Quando ho pubblicato il mio primo libro sapevo già che non mi sarebbe interessato nient’altro. La mia vita doveva passare per la scrittura»

E infine viene la critica, quella cosa che serpeggia tra gli scritti e che, soprattutto nella tradizione latinoamericana, è tutt’uno con il racconto e lo studio della lingua. Pauls ha scritto pagine magnifiche su Borges, Roberto Arlt, Manuel Puig: «La vedo come una tradizione. Borges ha pubblicato romanzi che erano testi di critica e saggi che erano in tutto e per tutto romanzi. Io non potrei scrivere un romanzo se all’origine non ci fosse un problema di scrittura. Avere una storia non mi basta per cominciare a scrivere un romanzo. Un personaggio, una situazione, una scena specifica non sono sufficienti, se non compromettono in alcun modo la mia idea di letteratura. Scrivere vuol sempre dire fare i conti con un problema letterario, senza eccezioni». La critica è la formazione, lo studio della lingua è l’evoluzione e il testo è il prodotto di un processo costante. «Scrivo da trent’anni e ancora mi trovo a fare i conti con gli stessi problemi vocali di quando ho iniziato», e questa sacralità, questo studio continuo, risuona in romanzi che sono un unico capitolo ininterrotto. Un’unica frase slegata nella prima pagina e recuperata a fatica nell’ultima, come se non fosse destinata a fermarsi mai.

«La buona letteratura non è mai neutrale», mi dice quando ormai ci siamo arrampicati abbastanza in alto nella questione dell’universalità della scrittura, da vedere a fatica la terra sotto i nostri piedi. «Non può nascere come universale. I grandi scrittori scrivono di se stessi, di quello che hanno dentro. Pensa a Kafka, al problema della lingua, così radicato in quell’Europa e in quel tempo. Pensa a Proust, alle sue ossessioni così intime. David Foster Wallace era uno scrittore provinciale, così sfacciatamente americano, così tanto radicato in una cultura limitata dalla sua stessa geografia. L’universalità per loro è venuta dopo ed è stata un malinteso». Il pensiero che condividiamo ruota attorno all’impossibilità di comporre una lingua globale. Poco prima di cominciare l’intervista, a pranzo, si parlava degli accenti italiani e di come sulla televisione nazionale questi siano quasi impercettibili e la lingua sia forzata in una neutralità universalmente comprensibile. La letteratura non può piegarsi a regole del genere — accettando il rischio del fallimento naturalmente — o finirebbe per avvilirsi. «Ho impiegato cinque anni per scrivere Il passato e quando l’ho finito mi sono detto: “Questa cosa non la capirà nessuno”. Pensavo che a nessuno potesse interessare. Ma aveva interessato me abbastanza da passare cinque anni della mia vita nello sforzo di tradurlo su carta. La letteratura non può vertere su un argomento universale, si fonda sulla resistenza, cresce sui problemi, sul superamento degli ostacoli. Scrivere significa seguire un sentiero capriccioso, molto poco sociale. Significa ritirarsi con se stessi e rischiare di fallire, questo è quello che può — non è detto che lo faccia, ma può — generare buona letteratura».

Penso sinceramente che ci sia poco da aggiungere al pensiero di Pauls e alla sua carriera straordinaria. Penso sinceramente che finché là fuori ci sarà qualcuno come lui, ad arrovellarsi sui problemi della lingua, a formarsi un’idea tanto chiara e univoca della questione letteraria, per la maggior parte di noi il compito sarà assolto.

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