22 Novembre Nov 2014 2315 22 novembre 2014

Avere trent’anni in Grecia

Avere trent’anni in Grecia

Grecia 2

La storia che l’Italia, Bruxelles, il mondo vorrebbe sentirsi raccontare è quella di una Grecia finalmente fuori dalla crisi. Risanata. Pronta a ripartire. A inizio ottobre il ministro aggiunto delle Finanze greco ha fatto sperare che tutto ciò fosse realtà. Presentando le stime contenute nel progetto di bilancio, ha previsto che Atene, dopo sei anni di recessione e durissime misure imposte da Unione Europea e Fondo monetario internazionale, sarebbe tornata a crescere già nel 2014, registrando un più 0,6% del Pil, e aspirando addirittura a un più 2,9% nel 2015.

Sono numeri che tintinnano nelle orecchie di un Paese in recessione come l’Italia, sempre più scettico di fronte alle misure di austerity imposte da Bruxelles, e che assiste a trasformazioni non così diverse rispetto a quelle viste in Grecia negli ultimi anni: flessibilizzazione del mercato del lavoro, perdita di garanzie, tentativo di superare la contrattazione collettiva e indebolimento dei sindacati.

Ma nonostante le cifre diffuse dal governo, la vita in Grecia resta durissima. Il mercato del lavoro sanguina e i giovani trentenni sono le principali vittime, colpiti da disoccupazione, concorrenza dei più giovani disposti a lavorare gratis o con salari più bassi, svalorizzazione delle professioni, contratti in nero. Sindacati e giornalisti escludono che si possa davvero parlare di ripresa.

Trentenni, generazione bruciata

Elias Palialexis ha 33 anni e lavora per la Athens New Agency come giornalista. Attorno a sè, nel mondo dei media, vede lavorare giovani appena usciti dalle università, con pochissima esperienza, pagati tra le 200 e le 300 euro mensili per un lavoro full-time e un contratto irregolare. Meno della metà di quanto non fossero pagati prima della crisi, quando lo stipendio iniziale di un giornalista era di 700 euro circa. Senza contare che, con sempre meno persone in redazione, hanno carichi di lavoro decisamente superiori. «Le promesse di crescita economica fatte dal governo greco sono vere solo in termini statistici. L’economia reale e la società devono fare ancora moltissima strada prima di poter dire di essere fuori dalla crisi», afferma.

«Il mercato pretende costi sempre più bassi per servizi professionali», spiega Emmanuel Skanavis, 37 anni, una laurea in Ingegneria meccanica e un lavoro in proprio. «Ma il costo dei beni, in Grecia, aumenta ogni giorno di più, e le piccole e medie aziende lottano per sopravvivere a un sistema fiscale assurdo». La generazione di Emmanuel si scontra quotidianamente contro il pericolo di essere sostituita dai più professionisti più giovani, con meno esperienza, ma stipendi più bassi anche grazie alle riduzioni sul salario minimo introdotte dal governo. «Quella greca sta diventando una società introversa, isolata dal resto d’Europa e del mondo. Io e i miei coetanei abbiamo avuto la possibilità di viaggiare, studiare all’estero, allargare i nostri orizzonti confrontandoci con nuove culture. Ma i giovani di oggi, soprattutto quelli della classe media, non avranno più queste possibilità. Il Paese sta retrocedendo», dice. Emmanuel è sposato ma non ha ancora bambini. «Con la minaccia di una continua recessione, è impossibile oggi garantire educazione, cure sanitarie e sicurezza a un figlio», spiega.

Una manifestazione contro la visita della Cancelliera tedesca Merkel ad Atene nell’aprile 2014 (Louisa Gouliamaki/Getty Images)

Ioannis Poupkos è Segretario del settore giovani di Gsee, il sindacato greco dei lavoratori privati. «Il salario minimo è stato ridotto del 22%, e del 32% per i minori di 25 anni», spiega. «Per le aziende è diventato più facile licenziare e i programmi speciali pensati per i giovani hanno semplicemente offerto alle aziende uno strumento per sostituire i lavoratori più anziani e quindi più costosi con ragazzi più economici e senza copertura sociale». Il sindacato di Poupkos è stato quello che si è dimostrato più conciliante con il governo greco quando si è trattato di adottare le dure riforme del lavoro pretese dal Memorandum d’intesa firmato con Fmi e Unione Europea in cambio di aiuto economico. Eppure, Ioannis è molto duro nei confronti delle scelte fatte dal governo. «Nessun nuovo posto di lavoro è stato creato grazie alle nuove leggi», spiega. «Anche l’apprendistato, anziché essere usato per creare nuovi posti, è servito a sostituire contratti già esistenti, ma con salari più bassi e senza copertura sociale». Di fatto, spiega Ioannis, non è stata fornita nessuna soluzione al problema della disoccupazione giovanile.

Un’opinione condivisa anche da Nick Malkoutzis, giornalista del sito di analisi economica MacroPolis. «L’idea alla base della liberalizzazione del mercato era quella di rendere più facile per i giovani l’ingresso nel mondo del lavoro, aumentando la flessibilità dei contratti. Ma la realtà, come dimostrano i dati sulla disoccupazione, è che ciò non è accaduto, o è accaduto solo su una piccolissima scala». La disoccupazione, spiega Malkoutzis, è ancora sopra il 50%, e più del doppio rispetto al periodo pre crisi. «I ragazzi sotto i 25 anni faticano a far partire la loro vita professionale. Gli unici settori che offrono opportunità al momento sono la ristorazione e il turismo. Ma sono i giovani tra i 25 e i 34 anni, già inseriti nel mondo del lavoro e con professionalità già sviluppata, ad essere i più colpiti dalla crisi. A loro, infatti, i datori di lavoro in molti settori preferiscono giovani senza formazione professionale, con un salario minimo più basso per legge e disposti spesso a lavorare anche gratuitamente. Ecco perché per i trentenni diventa sempre più difficile rimanere o rientrare nel mondo del lavoro. Non è un caso, continua il giornalista, che proprio i trentenni siano tra i principali supporter dei partiti radicali e populisti della sinistra e della destra greca, da Syriza, ad Alba Dorata, al Partito comunista.

La crisi in Grecia

La crisi in Grecia scoppia a una data precisa, il 19 ottobre 2009. George Papandreou, capo del governo socialista eletto pochi giorni prima, il 4 ottobre, afferma nell’inconsapevolezza generale che la situazione dei conti pubblici non è quella dichiarata dal precedente esecutivo Costas Karamanlis. Il deficit è il 12,9% del Pil e non il 6 per cento (dati Emecon).

Un giovane partecipa alla manifestazione del partito Syriza nel giugno 2012 (Milos Bikanski/Getty Images)

In breve, la credibilità finanziaria della Grecia crolla. I tassi sui titoli di Stato schizzano. Nell’aprile 2010 il debito pubblico greco viene declassato a «junk bond», titoli spazzatura, e un nuovo allarme raggiunge i mercati finanziari. Si inizia a parlare di default del governo greco. Il mese successivo la Grecia riceve un pacchetto di aiuti da parte di Unione Europea e Fondo monetario internazionale: 110 miliardi in tre anni. Ma il piano di salvataggio prevede anche il taglio della spesa pubblica e dei salari nella burocrazia statale. Mentre l’anno successivo arriva un nuovo prestito da 130 miliardi di euro e si avvia la ristrutturazione del debito. La parola austerity si impossessa della Grecia. Arrivano i tagli a pensioni e salari, l’Iva aumenta rapidamente e si avvia un programma di privatizzazioni.

La popolazione inizia a scendere in piazza. Protestano prima i dipendenti pubblici, poi la gente comune per il caro vita, poi i giovani. Nell’ottobre 2013 la disoccupazione giovanile sfiora il 60 per cento. Più di un giovane su due non ha un lavoro, mentre anche le loro famiglie si impoveriscono e si riempiono di disoccupazione.

Le riforme adottate dal governo di Atene in questi anni hanno sconvolto il Paese come mai prima d’ora, scrive Orestis Papadopoulos in un report di Emecon, giornale internazionale per gli studi su Lavoro ed Economia nell’Europa centrale e orientale.

La crisi e le misure di austerità, hanno deteriorato gli standard di vita e le prospettive di impiego di tutti i greci. Ma ci sono gruppi che hanno subito più danni. E i giovani sono tra quelli. Non solo si sono ritrovati con prospettive di impiego ridotte e del tutto privi di assistenza pubblica. Ma si sono visti sottrarre anche il principale supporto su cui fino a quel momento avevano fatto leva: la famiglia, fortemente impoverita dalla crisi. «Un’indagine rilasciata all’inizio del 2014 – interviene il giornalista Nick Malkoutzis – mostra che le pensioni sono la principale entrata per circa metà delle famiglie greche. Nonostante siano state tagliate già cinque volte dall’inizio della crisi».

Le riforme del lavoro

Il Memorandum di intese firmato da Grecia, Fondo monetario internazionale e Unione Europea nel 2010 prevedeva che il salario minimo dei giovani con meno di 25 anni fosse tagliato del 16%, e del 30% per la fascia 15-18 anni. Veniva introdotta la possibilità di impiegare i giovani minori di 24 anni registrati come disoccupati pagandoli l’80% del salario minimo, mentre i contributi dovuti dal datore di lavoro sarebbero stati coperti dall’Oaed, l’authority pubblica greca che si occupa della promozione dell’impiego. I sussidi di disoccupazione venivano trasformati in voucher per il reinserimento, pagati come sussidio a un potenziale datore di lavoro.

Nel 2009 nasceva un programma speciale destinato ai giovani disoccupati tra i 18 e i 30 anni con una qualificazione di scuola superiore, (Special program per la promozione dell’occupazione giovanile), in cui lo Stato paga il 25 per cento del salario medio greco per 21 mesi. Seguiva nel 2009 “A start, an opportunity”, destinato a giovani senza qualificazione.

La flessibilizzazione del lavoro in Grecia ha portato anche a preferire accordi aziendali o patti territoriali alla contrattazione collettiva. Ma il prezzo da pagare è stato il dimezzamento dei trattamenti di fine rapporto del 50%, l’aumento dei licenziamenti collettivi, la riduzione del pagamento degli straordinari e l’allungamento del periodo di prova da due mesi a un anno (un riassunto delle misure introdotte è disponibile su Emecon).

Ultimo in ordine di tempo, l’Hellenic National Reform Programme 2011-2014, prevede un ulteriore riduzione del salario minimo e l’abolizione della contrattazione collettiva. «Il contratto collettivo è stato abolito nella sostanza» – commenta Markos Vogiatzoglou, ricercatore presso l’European University Institute sulla rivista Amisnet– «cancellando la riproducibilità degli accordi firmati nell’ambito di una singola categoria e incentivando la fuoriuscita dei datori di lavoro dalle associazioni di categoria».

L’insieme di queste misure, secondo il rapporto di Emecon, frutterà ai giovani una riduzione dello stipendio dal 40 al 60 per cento rispetto al periodo pre-crisi.

Quale futuro per il Paese?

La crisi ha prodotto una grossa ondata di migrazione dalla Grecia verso i Paesi del Nord. «Si tratta di un enorme capitale umano su cui dovrebbe basarsi la crescita del Paese». Ma la crisi e l’austerità non hanno prodotto altro che «una generazione di senza lavoro e di migranti», chiude il sindacalista Ioannis Poupkos, che sul suo Paese vede aleggiare un sentimento costante di depressione e rammarico.

Giovani partecipano alla manifestazione del 1 maggio 2014, Giorno dei Lavoratori (Louisa Gouliamaki/Getty Images)

«Quel che mi preoccupa – dice Emmanuel – è che la nostra società crede che torneremo a crescere magicamente, senza cambiare il nostro modo di fare politica. Il “passato” ci ha portati a questo punto e quel “passato” ancora ci sta guidando: il vecchio sistema politico è ancora al potere, e la mancanza di un leader politico forte mi preoccupa molto. Abbiamo bisogno di imparare dagli errori del passato e trovare una soluzione positiva. Ci serve una visione moderna e sostenibile di società».

«Alla Grecia serve una combinazione di riforme strutturale destinate a migliorare le condizioni commerciali, la performance della pubblica amministrazione e l’affidabilità del sistema politico», dice il giornalista Malkoutzis. Ma dall’altro lato abbiamo bisogno anche di aumentare in modo significativo la presenza di liquidità. Un‘indagine Ecb pubblicata a metà novembre mostra che il 32% delle piccole e medie imprese greche considera l’accesso al credito il suo principale problema. È di gran lunga la percentuale più alta dell’Eurozona», conclude.

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