23 Novembre Nov 2014 1515 23 novembre 2014

Gli italiani non mangiano più pasta ma nel mondo è boom

Gli italiani non mangiano più pasta ma nel mondo è boom

Pasta

Dalla Baia di Oakland, in California, Renato Sardo, 45 anni, guarda con curiosità agli americani e al loro strano rapporto con la pastasciutta. «Devono ancora capire la differenza tra pasta fresca e secca. Prima o poi dovrò decidermi a organizzare un corso», dice, a metà tra lo scherzo e il progetto. Negli Stati Uniti Renato è arrivato dieci anni fa dopo aver lasciato il lavoro di direttore dell’ufficio internazionale di Slow Food. «Nel 2005 ho sposato mia moglie, americana, e ci siamo trasferiti qui».

Nel Paese primo al mondo per consumo di pasta (con due milioni 700mila tonnellate, superano il milione e mezzo dell’Italia, che tuttavia resta prima per consumo pro capite), Renato ha iniziato a produrre pasta «per hobby». Era il 2011. «Volevo mettere in pratica la teoria di Carlo Petrini (il fondatore di Slow Food, ndr) e produrre pasta artigianale con farina biologica canadese e americana, spiega, ma con macchinari e metodi italiani». Ed è nata Baia Pasta. «Sapevo che negli Stati Uniti tutte le paste di livello sono italiane e che qui è in crescita l’interesse per i prodotti biologici e di nicchia».

Secondo uno studio della Coldiretti, basato su dati Istat del gennaio 2013, l’anno appena passato è stato l’anno record del consumo di pasta all’estero. Se due terzi della pasta esportata sono finiti sulle tavole dell’Unione europea, è negli Stati Uniti che si è registrato un vero e proprio boom: qui gli arrivi sono cresciuti del 61 per cento.

La produzione italiana di pasta, di fatto, è in crescita solo grazie all’export. Sarà colpa delle diete proteiche, della moda gluten-free o della crisi che costringe a ridurre la spesa alimentare. Fatto sta che in Italia si mangia sempre meno pasta. Secondo l’Aidepi, Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane, il consumo è sceso dai 28 chili pro capite del 2004 ai 25,3 del 2013. Una diminuzione del 9,6 per cento.

Ma se gli italiani rinunciano alla pastasciutta, l’esportazione all’estero di maccheroni, spaghetti e non solo è in forte ascesa: nel 2013 sono state esportate 1.901.354 tonnellate di Pasta, il 5,4% in più rispetto al 2012. L’export ha fruttato alle aziende produttrici italiane oltre 2 miliardi di euro, con un incremento del 3,9%. E la produzione nazionale cresce del 2,3 per cento nel 2013 rispetto al 2012.

Renato, che è un “pioniere” della produzione di pasta artigianale negli Usa, ha iniziato dopo aver scoperto un produttore di farina biologica di qualità negli Usa, la Central Milling. «Il mio progetto iniziava a prendere forma», dice. Ma la produzione prende avvio solo dopo l’incontro con un ragazzo che a San Francisco faceva assistenza tecnica alle macchine per la produzione di pasta, quelle che i ristoratori della città andavano acquistando in quegli anni per produrla da sè. «A quel punto avevo tutti i pezzi: buona materia prima e assistenza». Dopo aver passato due mesi in Italia visitando pastifici e fabbriche, Renato acquista e porta a Oackland un essiccatore. «Ho iniziato a produrre in casa. Poi abbiamo cercato uno spazio». A quel punto, acquista una macchina produttrice di seconda mano e una impacchettatrice.

Alcuni dei tipi di pasta artigianale prodotti da Renato Sardo, fondatore di Baia Pasta

In tre anni di attività Renato e il socio Dario Barbone hanno raddoppiato la produzione e il 2014 è il primo anno in cui avranno utili. «Siamo partiti senza chiedere finanziamenti. Io e il mio socio abbiamo investito in Baia Pasta prima i nostri risparmi e poi tutte le extra vendite fatte. Per questo, anche se avremo “uno stipendio” solo a partire da questo anno, posso dire che stiamo andando bene». In programma per il 2015 ci sono l’acquisto di un nuovo essiccatore, la ricerca di uno spazio più grande e il raddoppio della produzione. Ma anche la necessità di un distributore che porti il prodotto nei ristoranti. «Gli americani sono attratti da tutto ciò che è italiano, ma cucinano davvero poco», dice. «E in casa non stanno mai. Dobbiamo vendere direttamente ai ristoratori».

Ma la moda del gluten-free, sempre più diffusa in Italia, non risparmia nemmeno gli Stati Uniti. Anzi. «Qui è davvero una follia, che coinvolge intolleranti al glutine e non solo», dice Renato, che per questo sta già progettando la vendita di prodotti senza glutine. «La gente sente dal massaggiatore o dal maestro di yoga che il glutine fa male e smette di mangiarlo, così, con superficialità», spiega. Ma a Baia Pasta ci stiamo attrezzando».  

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