24 Novembre Nov 2014 1615 24 novembre 2014

L'Inghilterra diventa più ricca con i nostri migranti

L'Inghilterra diventa più ricca con i nostri migranti

Italiani Londra

Il tema è tra i più caldi del momento. Attraversa l’Italia e l’Europa da cima a fondo e si nasconde dietro a fenomeni come la rinascita della Lega Nord di Matteo Salvini, o dei populismi di Grecia, Olanda, Gran Bretagna: gli immigrati, compresi quelli provenienti dai Paesi dell’Unione Europea, sono o non sono un costo per lo Stato che li ospita? Quanto impattano sul welfare? Ricevono più di quello che danno?

La domanda non ci interessa solo da italiani che guardano agli sbarchi del Canale di Sicilia. Ci coinvolge soprattutto quando vestiamo gli abiti di migranti e, spesso giovani, qualificati, disoccupati, ci dirigiamo verso le grandi capitali europee, nella speranza di ottenere lavoro e stipendio adeguati alle capacità e competenze maturate negli anni.

Perché nel mirino del premier inglese David Cameron, insieme al crescente numero di cittadini provenienti dai Paesi dell’Est Europa da poco entrati nell’Unione, ci siamo anche noi. Gli italiani che si trovano a Londra – secondo un dato diffuso la scorsa estate – sono 500.000 circa, mezzo milione, su una popolazione cittadina di otto milioni e mezzo di abitanti.

Lo scorso luglio Cameron ha annunciato di tagliare l’accesso ai sussidi di disoccupazione e al welfare britannico ai migranti comunitari. Dovranno attendere almeno tre mesi prima di chiederli. Non si estenderanno oltre i tre mesi di tempo. E non potranno essere richiesti per più di tre volte in tutto, ha dichiarato il premier, che ha spiegato in questa lettera inviata al quotidiano conservatore britannico Telegraph le misure che intende introdurre per alleggerire il flussi migratorio verso il Regno Unito. L’obiettivo? «Un sistema che ponga la Gran Bretagna al primo posto».

Ha ragione Cameron a credere che siamo un costo per la Gran Bretagna? E ha ragione Nigel Farage, leader dell’Ukip (l’euroscettico Partito per l’indipendenza del Regno Unito che alle elezioni Europee 2014 ha ottenuto il 27,5% dei voti diventando il primo partito britannico) a voler negare l’accesso al Regno a chi ha più di 45 anni, ha una malattia terminale o un passato da criminale, e accettare solo chi può portare beneficio economico certo al Paese?

Secondo Tommaso Frattini, ricercatore dell’Università degli Studi di Milano, la risposta è «No». Gli immigrati portano beneficio fiscale alla Gran Bretagna. Soprattutto quelli comunitari. E a dimostrarlo ci sono i dati della ricerca che ha condotto insieme a Christian Dustmann dell’University College di Londra.

«Gli immigrati arrivati nel Regno Unito dal 2000 al 2011 sia da Paesi europei che extra-Ue hanno contribuito al bilancio statale del Regno Unito per 25 miliardi di sterline. È questo il saldo che si ottiene sommando i loro contributi fiscali al netto dell’inflazione e togliendo il costo dei servizi ricevuti dallo Stato inglese».

In particolare, sottolinea Frattini, sono proprio i migranti comunitari a portare il maggior beneficio: di questi 25 miliardi, infatti, 15 provengono dai migranti comunitari dell’Europa a 15 (il gruppo in cui rientra l’Italia), 5 dagli extra-Ue e altri 5 dai migranti provenienti dai Paesi che hanno fatto ingresso nell’Unione dal 2004 in poi, escluse Cipro e Malta.

«Abbiamo preso il bilancio statale del Regno Unito e abbiamo fatto indagini campionarie per studiare quanta percentuale delle voci di ingresso e uscita può essere attribuita ai migranti, divisi per provenienza geografica e anzianità migratoria. Abbiamo considerato soprattutto i migranti arrivati dal 2000 al 2011 (il 2011 è l’ultimo anno con dati disponibili), osservandoli dal 2001 in poi».

Secondo i dati di Frattini e Dustmann, i lavoratori provenienti dall’Europa a 15 contribuiscono alle finanze pubbliche inglesi del 64% in più rispetto a quanto costano allo Stato inglese, mentre i migranti dei nuovi Paesi Ue contribuiscono del 12% in più.

«La maggior parte degli immigrati, soprattutto quelli entrati nel Regno Unito durante l’ultima grande migrazione, dal 2000 in poi - spiega Frattini - si sposta per motivi di impiego e rispetto ai nativi vanta tassi di partecipazione al lavoro più alti. E allo stesso ha una partecipazione al welfare inferiore rispetto agli inglesi».

Le ragioni sono di diverso tipo e non in tutti i casi rintracciabili. Come spiegano i ricercatori, ci sono servizi il cui costo non varia al variare della dimensione della popolazione. Attività come la difesa, i pompieri, le ambasciate o il Parlamento non costano di più se arrivano più immigrati. Anzi. Il costo del loro mantenimento diminuisce perché viene redistribuito su un maggior numero di contribuenti. E ancora. «Il costo di un migrante che accede a voci di welfare come la scuola o la sanità è spesso inferiore al costo medio di quel servizio per i nativi». Infine, i migranti usano molti meno sussidi di quel che si crede. Tra 1998 e 2011, ad esempio, i migranti europei avevano il 3% in meno delle probabilità di vivere in alloggi popolari.

Nel Regno Unito, l’ondata di populismo contro gli immigrati comunitari nasce, secondo Frattini, da una serie di novità. Innanzitutto. Gli immigrati comunitari sono quelli aumentati di più negli ultimi anni rispetto agli altri, pur non costituendo la maggioranza dei migranti presenti. Non solo. Se prima la maggior parte degli stranieri viveva a Londra (oggi il 40% degli immigrati abita nella capitale), l’ultima ondata di immigrati si è spalmata anche nelle aree più provinciali del Paese, impattando fortemente sulla percezione di inglesi non abituati all’arrivo di stranieri. Infine, conservatori e labouristi reagiscono alla crescita di consensi del partito populista Ukip, rubandogli il tema principale, quello dell’immigrazione, appunto. «E se Ukip, Tory e Labour se la prendono con i migranti europei è soprattutto perché questo è l’unico gruppo che sfugge alle loro capacità di controllo, perché non hanno bisogno di un permesso di soggiorno per calpestare il suolo britannico».

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