26 Novembre Nov 2014 1215 26 novembre 2014

Nucleare, tutti i nemici del patto Usa-Iran

Nucleare, tutti i nemici del patto Usa-Iran

Nuclear Plant

Il negoziato sul nucleare iraniano è in fase di apparente stallo. Le trattative in corso a Vienna negli ultimi giorni non hanno prodotto risultati concreti e la scadenza di novembre non è dunque stata rispettata. La Repubblica Islamica e il 5+1 (gli Stati del Consiglio di sicurezza dell’Onu più la Germania) hanno deciso di prendere tempo e di posticipare il termine all’estate del 2015. Tuttavia qualcosa si muove dietro le quinte e secondi diversi analisti ci sono discrete chance di raggiungere un accordo.

«Se la trattativa doveva fallire sarebbe successo ora, non si sarebbe rinviata la scadenza», spiega Claudio Neri, direttore dell’Istituto Italiano di studi strategici. «Le posizioni si sono avvicinate e lo spazio per un accordo che garantisca all’Iran di poter sfruttare il nucleare a scopi civili, ma non militari, adesso esiste. Inoltre per l’amministrazione Obama sarebbe fondamentale centrare almeno un significativo successo in politica estera, obiettivo finora mancato. Un Iran stabilizzato potrebbe essere, nello scenario di un Medio Oriente in fase di caos e sfaldamento, un importante fattore di normalizzazione. Tuttavia, proprio considerata l’attuale crisi degli equilibri che avevano retto negli ultimi anni nella regione, far tornare pienamente in gioco adesso Teheran potrebbe essere rischioso: gli spazi di manovra sono enormi e l’Iran potrebbe diventare troppo potente».

Ipotesi questa che viene vista come fumo negli occhi in primo luogo dall’Arabia Saudita, il principale rivale regionale di Teheran contro cui sta combattendo una “guerra fredda” mediata negli scontri tra sciiti e sunniti in moltissimi Stati dell’area. Ma non solo. Anche Israele potrebbe essere ostile a un accordo. «Dipende dalla linea strategica – prosegue Neri - che vorranno assumere a Tel Aviv. Un accordo che impedisca all’Iran di sviluppare una tecnologia nucleare a scopi bellici potrebbe essere vantaggioso anche per Israele, e un rafforzamento di Teheran bilancerebbe il potere di Riad, che è oltretutto uno dei finanziatori di Hamas. Tuttavia può anche darsi che Israele abbia in realtà una relazione molto più amichevole di quanto non traspaia con i Sauditi, e che quindi preferisca proseguire questo rapporto ambivalente piuttosto che non rischiare un’ascesa dell’Iran».

Altri due attori internazionali che potrebbero remare contro l’accordo – al di là delle dichiarazioni ufficiali di segno opposto – sono la Russia e la Cina. «Se persistesse lo status quo – spiega Pejman Abdolmohammadi, accademico esperto di Iran e Medio Oriente - la Cina continuerebbe ad avvantaggiarsi, quasi in modo monopolistico, dall’energia iraniana». E ancor più delicata è la posizione di Mosca. Se all’Iran fossero infatti tolte le sanzioni, le conseguenze per la Russia, già in difficoltà economica e colpita duramente dalla ritorsione economica occidentale in seguito alla crisi ucraina, sarebbero molto negative. «Le riserve provate persiane di gas sono stimate al momento in circa 33.200 Gmc, pari al 17% del totale mondiale», prosegue Pejman. «L’arrivo del gas iraniano sul mercato offrirebbe agli Stati membri dell’Unione Europea una maggiore emancipazione rispetto al gas russo, e li renderebbe più indipendenti per quel che riguarda la politica da adottare nei confronti di Mosca».

Infine Obama rischia di pagare l’ostilità del partito Repubblicano, da poco maggioritario sia alla Camera che al Senato Usa. Storicamente favorevoli alla politica del “regime changing” a Teheran e sensibili alle pressioni della lobby israeliana, potrebbero mettersi di traverso all’ipotesi di un accordo. «Non escluderei che tuttavia ci sia stato di recente un cambio di sentimento a tal proposito», afferma Claudio Neri. «Dopo le primavere arabe, la questione siriana e non solo, anche i Repubblicani potrebbero essere meno intransigenti che in passato. Non penso che in tal senso pesi tanto la questione Isis, che è una contingenza di breve periodo, quanto le possibili conseguenze nel medio e lungo periodo in termini di stabilità dell’area».

Sono insomma molteplici le resistenze che Obama dovrà superare nei prossimi mesi – non ultima quelle dell’alleato turco, che vedrebbe il proprio ruolo di mediatore tra Occidente e Oriente ridotto da un’eventuale ascesa del vicino iraniano – e finora la sua amministrazione non ha brillato nella politica estera. Proprio per questo tuttavia è possibile ritenere che sarà sfatto un particolare sforzo in extremis per portare a casa un risultato minimo soddisfacente. «Più che altro penso che sarà l’Iran a non consentire un qualsiasi tipo di accordo definitivo», conclude Pejman. «La dirigenza iraniana, e in particolare Khamenei, hanno studiato la storia dell’Unione Sovietica e hanno intuito, dietro le offerte di trattativa, una manovra di logoramento analoga a quella che fu a suo tempo attuata contro Mosca. Guadagneranno tempo e spazi di manovra fino all’ultimo, ma non cadranno nella trappola».

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