26 Novembre Nov 2014 1745 26 novembre 2014

Quirinale, un magistrato per il dopo Napolitano

Quirinale, un magistrato per il dopo Napolitano

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A Milano un vecchio socialista craxiano ci vede la realizzazione di un disegno perfetto, la chiusura del cerchio dopo la Tangentopoli del 1992 e l’affondo della magistratura italiana contro la politica: «Pietro Grasso sarà il primo ex magistrato a salire al Quirinale, farà da "supplente" dopo le dimissioni di Giorgio Napolitano. Quanto ci rimarrà? Solo le due settimane previste dalla Costituzione o molto di più?». Dietrologie a parte - c’è persino chi riconduce tra i motivi dell’addio di Napolitano il coinvolgimento nel processo sulla trattativa Stato-Mafia della procura di Palermo - la domanda è calzante. Al momento non è chiaro per quanto tempo il presidente del Senato - che come stabilisce la Costituzione è il supplente designato - potrebbe rimanere al Colle. La carta parla chiaro. L’articolo 86 dice: «In caso di impedimento permanente o di morte o di dimissioni del Presidente della Repubblica, il Presidente della Camera dei deputati [cfr. art. 63 c.2] indice la elezione del nuovo Presidente della Repubblica entro quindici giorni, salvo il maggior termine previsto se le Camere sono sciolte o manca meno di tre mesi alla loro cessazione [cfr. art. 85 c.3]». In pratica il tempo che Laura Boldrini convochi i grandi elettori e fissi il calendario per le camere unificate. 

Ma considerando la paralisi della situazione parlamentare - simile a un Vietnam per le spaccature interne al Partito Democratico e a Forza Italia - le possibilità di trovare in poco tempo un nuovo presidente sono nulle. Per questo motivo Grasso potrebbe restare al Colle molto a lungo. Avrebbe poteri ridotti, solo «gestione straordinaria» suggeriscono i costituzionalisti, ma in materia ci sono anche pareri diversi. È utile in questo senso leggere un documento agli atti di Montecitorio, scritto dall’ex deputato Aldo Bozzi in materia di supplenza per comprende come la materia sia dibattuta. Un ex Ds che conosce bene il Nazareno suggerisce che «magari a Grasso potrebbe anche piacere il ruolo. E alla fine, per sfinimento, i voti potrebbero convergere proprio su di lui». Del resto a Montecitorio ne sono convinti: dietro lo scontro tra Rosy Bindi e Matteo Renzi, con l’affondo di Romano Prodi, c’è soprattutto una battaglia: quella per il Colle.

 

Grasso non solo fu un possibile candidato al Colle nel 2013, lo stesso Napolitano lo considerò come possibile presidente del Consiglio quando fallì la trattativa tra Pier Luigi Bersani e il Movimento Cinque Stelle. Così se fino al 2014 l’affare è sempre stato una questione politica, ora, con Grasso presidente del Senato, la guerra si estende anche a una magistratura più che mai spaccata in questi mesi: da mesi alla Corte Costituzionale manca un giudice e allo stesso tempo bisogna eleggere ancora un componente del Consiglio Superiore della Magistratura. È una situazione di stallo che potrebbe presto riproporsi per il Quirinale. Tra i presidenti/magistrati qualcuno potrebbe portare l’esempio di Oscar Luigi Scalfaro, ma va ricordato che il novarese abbandonò la toga nel 1946. Su Grasso il discorso è diverso, perché la magistratura è stata abbandonata da un anno. E nel corso della sua carriera ha vantato posizioni di rilievo, come Capo della direzione Nazionale Antimafia. Non è un caso che ad Arcore Silvio Berlusconi stia già lavorando con i suoi consiglieri per la grande battaglia del 2015. E c’è chi ha già suggerito all’ex Cavaliere di considerare come una possibile bandiera da campagna elettorale proprio la permanenza di un magistrato al Colle. 

In pratica, ragionano alcuni, il “regista” del centrodestra con l’appoggio del goleador leghista Matteo Salvini, potrebbe incominciare a sparare a pallettoni contro i suoi storici nemici. Non solo. Potrebbe incominciare a usare l’impasse “Quirinale” come clava contro Renzi per portarlo a più miti consigli su un candidato condiviso. Fantapolitica? Non proprio, se si studia un po’ la storia della Repubblica Italiana. I casi di dimissioni anticipate sono stati tre: Antonio Segni nel 1964, Giovanni Leone nel 1978 e Francesco Cossiga nel 1993. I casi paragonabili a quelli di Napolitano sono il primo e terzo. Nel caso di Cossiga subentrò per due mesi Giovanni Spadolini che da presidente del Senato rimase in carica per due mesi. Nel caso Segni, colpito da un ictus, a sostituirlo fu il numero uno di palazzo Madama di allora, Cesare Merzagora, che rimarrà al Quirinale dal 10 agosto fino al 29 dicembre: quattro mesi.

In entrambi i casi la situazione era molto diversa - Segni diede le dimissioni solo più avanti - ma l’interregno è in ogni caso durato molto a lungo. Il problema poi è che pochi costituzionalisti sanno come si potrebbe uscire dall’impasse dopo le dimissioni di Re Giorgio: è una situazione del tutto nuova anche per i migliori professori universitari. Di sicuro c’è che Grasso non potrà sciogliere le camere, perché nelle stesse condizioni di semestre bianco del Capo dello Stato e perché lo scioglimento dovrebbe passare poi dal presidente del Senato: un conflitto di interessi che la dottrina giuridica ha già bocciato. Ma quando si materializzerà lo stallo istituzionale? 

Il fatto che Napolitano dica addio al Colle è ormai assodato. Su quando e come lo darà non è ancora chiaro. Negli ultimi giorni si mormora che potrebbe lasciare persino prima di Natale. Le versioni sono differenti. C’è chi dice invece alla fine dell’anno, chi a gennaio. Di sicuro il presidente cercherà di avere rassicurazioni dalle forze politiche per non lasciare il Paese nel guado istituzionale. A quanto pare Renzi avrebbe già il suo candidato: sarebbe Paolo Gentiloni, l’attuale ministro degli Esteri. Ma sarebbe una candidatura di rottura che di certo farebbe inviperire gli ex Ds, da Walter Veltroni a Massimo D’Alema che non vedrebbero di buon occhio un ex Margherita, della loro età, sul Colle. Berlusconi, allo stesso tempo, avrebbe già dato rassicurazioni su Giuliano Amato, ma anche qui ci sarebbero diversi problemi. Per capire come la magistratura si sta muovendo in vista del Colle, si segnala anche la candidatura di Raffaele Cantone, presidente dell’autorità nazionale anti corruzione. E una toga su di lui mette una mano sul fuoco: «Almeno non arriva dal pantano della procura di Palermo».  

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