Imprenditori, si può risparmiare senza licenziare

Davanti alla complessa normativa italiana, le aziende pagano troppe tasse e contributi sul lavoro

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28 Novembre Nov 2014 1430 28 novembre 2014 28 Novembre 2014 - 14:30

Prendiamo il classico cedolino che arriva a fine mese sulla scrivania di un lavoratore dipendente. Oltre alla cifra in fondo a destra che va nelle nostre tasche, che è quello che ci interessa di più, ci sono almeno altre dieci voci di spesa. Per mille e duecento euro in tasca del lavoratore, l’azienda ne spende anche duemila. Ma se fosse l’azienda a sbagliare qualcosa nei calcoli? Certo, il cuneo fiscale, cioè la differenza tra il costo del lavoro per il datore di lavoro e quanto incassato dal dipendente, in Italia si aggira in media intorno al 47,8 per cento (studio Taxing Wages Ocse). Quindi è alto.

Significa che quasi la stessa cifra della retribuzione netta finisce in spese per Inps, Inail, fondi e altre voci. E che la maggior parte delle imprese nel nostro Paese spende la metà delle risorse in stipendi. Per cui in un momento di crisi, l’unica soluzione per tirare avanti sembrano essere i tagli sul personale: tagliare posti di lavoro, e – se va bene – tagliare gli stipendi o le ore di lavoro. Solo nel 2012 i licenziamenti sono stati oltre un milione, per la precisione 1.027.462. Ma se ci fosse un’altra via per risparmiare?

In un momento di crisi le aziende per risparmiare tagliano sul personale. E se ci fosse un’alternativa?

La terza via potrebbe essere spendere meglio, e di meno. Cioè ottimizzare le spese previdenziali e assistenziali sostenute dal datore di lavoro per ciascun dipendente. Perché in Italia, davanti a un castello di leggi, leggine, circolari e regolamenti, le aziende finiscono spesso per sbagliare, pagando più tasse, assicurazioni o contributi sul lavoro. Senza saperlo.

È quello che sostiene Fiabilis, società di consulenza spagnola che dal 2008 offre alle aziende ricette per risparmiare sul costo del lavoro. Anche in Italia. «Davanti a una normativa complessa e in continuo cambiamento, come quella italiana, l’azienda molto spesso non sa di versare soldi in più», ha spiegato Diana Cisani, direttore vendite di Fiabilis, durante il Forum delle risorse umane di Milano. Non solo. «I software utilizzati per fare le paghe non sempre vengono aggiornati e adeguati agli aggiustamenti normativi». Il risultato è un costo del lavoro ancora maggiore di quanto dovrebbe essere. «Noi, attraverso l’analisi dei documenti delle aziende, aiutiamo i dipartimenti delle risorse umane a generare nuove risorse economiche semplicemente attingendo dal passato, chiedendo noi stessi rimborsi e compensazioni agli enti previdenziali».

Basta guardare con occhi diversi le buste paga. «Dietro qualsiasi cedolino si nasconde una opportunità di risparmio», dice Francesca Orlando, responsabile del progetto Fiabilis. «Ci troviamo sempre di fronte a delle incongruenze tra quanto previsto dalla normativa italiana e quanto applicato dalle aziende. Ci sono delle costanti tra un’azienda e l’altra, ma ogni volta scopriamo sempre nuovi errori e nuove possibilità di risparmio». Può essere un inquadramento Inail sbagliato, o ancora un tasso Inail da applicare più alto del dovuto. «L’Inail comunica ogni anno a dicembre il tasso da applicare. Le aziende lo danno per scontato», spiega Orlando. «Ma dietro al tasso c’è un calcolo che varia in base agli infortuni avvenuti in azienda, e magari le aziende non sanno che devono comunicare alcuni infortuni e altri no». O ancora: «Prendiamo i fondi di assistenza sanitaria integrativa. Non tutti sanno che durante il periodo di maternità facoltativa le quote non vanno versate. Invece molte aziende lo fanno». E poi ci sono i software per elaborare le paghe. «Hanno difficoltà a gestire alcuni fondi. E ogni settimana c’è un aggiornamento, che le imprese non fanno».

«Dietro qualsiasi cedolino si nasconde una opportunità di risparmio»

Eccezioni, regole, normative caotiche e complicate, a cui è difficile stare dietro. A questo si aggiunge la scarsa efficienza di grandi carrozzoni come Inps e Inail. «L’Italia», ha ricordato Matteo Atzori, consulente del lavoro, «è il Paese che ha il maggior numero di controversie per abitante. Una causa su cinque interessa l’Inps. E oltre un milione di sentenze sono contro l’Inps». Le soluzioni sono due: «O l’Inps è antipatico agli italiani, o la complessità delle norme porta all’inefficienza. Ci sono ritardi nel riconoscimento del diritto ad alcune prestazioni, ritardi nell’esecuzione delle sentenze che generano altri contenziosi e un complesso normativo non razionalizzato». Uno degli ultimi problemi è il mancato aggiornamento dell’Inps dopo l'introduzione del Durc, il Documento unico di regolarità contributiva, che attesta la regolarità di un’impresa nei pagamenti contributivi. Le imprese, grazie all’introduzione di questo documento, possono chiedere il rilascio della regolarità contributiva a un solo ente tra Inps, Inail e casse edili, senza fare tre richieste come avveniva in passato. Ma l’Inps ancora non si è aggiornato. Poi ci sono anche casi in cui «la stessa materia viene trattata in maniera diversa dall’Inps di Milano e da quella di Roma». La confusione, insomma, è tanta.

Oltre al marasma burocratico, «tenendo conto che il costo delle assicurazioni obbligatorie (contro gli infortuni, le malattie professionali ecc. ndr) per un’azienda è il 34% della retribuzione annua lorda, una ipotetica azienda di 200 lavoratori con una retribuzione lorda annua media dei dipendenti di 30mila euro, spende 10mila e duecento euro per dipendente», spiega Diana Cisani. Che moltiplicati per 200 dipendenti sono più di 2 milioni. «Noi facciamo la nostra analisi su questi costi, analizzando i cinque anni passati, come la legge ci consente di fare. Ma per alcune aziende siamo tornati indietro anche dieci anni o addirittura al momento dell’iscrizione all’Inps». Ed è in questi grandi volumi di costi che si annidano i risparmi. Soldi che potrebbero restare in cassa, salvando la testa di qualcuno. «Uno dei risparmi maggiori ottenuti finora», racconta Francesca Orlando, «è quello ottenuto da una finanziaria di 130 dipendenti: in cinque anni, rivedendo carte e documenti passati, hanno risparmiato 420mila euro».

Il risparmio di cui Fiabilis parla si aggira tra l’1 e il 3 per cento del costo totale per i dipendenti. Certo, fa notare qualcuno, oggi le aziende in difficoltà chiedono agli uffici delle risorse umane tagli del 20 o del 30 per cento. «Non è possibile arrivare subito a queste percentuali», aggiunge Cisani, «ma nel lungo periodo sì. La razionalizzazione dei costi permette all’azienda di trovare qualcosa su cui risparmiare non solo oggi, ma anche domani».

Una delle aziende che si è rivolta a Fiabilis è il gruppo Clinica di Baviera, che ha 80 cliniche in quattro Paesi diversi, compresa l’Italia. «Su un comparto di venti dipendenti italiani», ha raccontato Marcella Nebuloni, direttrice di Clinica Baviera Italia, «razionalizzando gli oneri previdenziali per i dipendenti siamo riusciti a risparmiare 45mila euro». Il costo annuo di un dipendente, su per giù.

Costo del lavoro per tipo di famiglia (blu: single senza bambini/grigio: sposato con due figli) Fonte:Ocse

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